Vincenzo Raponi

Seguire la luce

“Kraanerg” – Musica: Iannis Xenakis. Direttore: Yoichi Sugiyama. Concept e coreografie: Luca Veggetti (cortesia: Vincenzo Raponi)

Abbiamo incontrato un progettista che ha maturato negli anni una vasta esperienza operativa in diversi campi della luce per lo spettacolo e l’architetturale, il cui modus operandi ci è sembrato un approccio interessante da conoscere

Vincenzo Raponi, lighting designer

Dalla fine degli anni ’90 Vincenzo Raponi disegna le luci per spettacoli lirici, di prosa e danza, spaziando dal repertorio classico a quello moderno e contemporaneo.

Il suo lavoro si è sviluppato ed evoluto grazie alle importanti collaborazioni con alcuni fra i nomi più importanti che si sono mossi in questi ambiti, come Pier Luigi Pizzi, Werner Herzog, Roberto De Simone, Davide Livermore, Ezio Frigerio, Dante Ferretti, Franco Dragone, Deda Cristina Colonna.

Per l’ambito della danza ha curato il disegno luci per Kitonb Project, per Gli Argonauti, per gli allestimenti di Luca Veggetti e per alcuni spettacoli di Roberto Bolle.

Il suo lavoro ha spaziato anche nel campo dell’illuminazione artistica per mostre e per specifiche opere d’arte (come per la “Madonna dei Pellegrini” di Caravaggio nella Chiesa di Sant’Agostino a Roma) e nell’ambito dell’illuminazione architetturale dei monumenti (sempre a Roma, ad esempio, con la Chiesa dei Cappuccini). Nella nostra conversazione abbiamo voluto comunque porre l’accento sul lavoro sviluppato nella luce dedicata allo spettacolo, all’opera lirica e alla danza in particolare.

Osservare, ascoltare: un approccio a 360°

Come si è articolato l’itinerario di formazione che ti ha condotto alla professione di lighting designer?

“Ho iniziato la mia avventura con uno spettacolo alla fine del 1970 nella compagnia “Il Baule” dove venni a contatto con l’antica tradizione della Commedia dell’Arte, un “Teatro Totale” dove si recitava, si costruivano e montavano le scene, i costumi e le luci. Quando a metà degli anni ’80 entrai nella compagnia di Salvo Randone accrebbi le mie conoscenze tecniche e iniziai a concentrare la mia attenzione sul mondo delle luci. Dopo dieci anni di gavetta debuttai come Lighting designer, ponendo in essere la matrice originaria della Commedia dell’Arte”.

Hai maturato negli anni esperienze eterogenee portando la tua attività in differenti ambiti applicativi. Quali erano e quali sono oggi gli strumenti fondamentali dal punto di vista della progettazione che costituiscono la base comune del tuo approccio al disegno della luce?

“La luce non si percepisce se non incontra la materia: è questa la prima legge che seguo. Ma questa è anche una metafora perché la mia luce deve incontrare una scenografia, un costume, un oggetto di scena e prima ancora deve incontrare un’idea di allestimento: l’ascolto, l’osservazione e la comprensione dei Maestri con o quali il mio lavoro interagisce, della musica e del libretto nell’Opera, della Storia dell’Arte per le illuminazioni architetturali o espositive, del luogo e del tempo in cui si agisce, sono la base per cominciare a pensare e a progettare la luce”.

Work in progress: la luce si integra alla scena

La conoscenza dei diversi elementi che formano la scena teatrale ha portato Raponi alla capacità di lavorare per parti, selezionando le frasi del racconto scenico dove la luce è il valore essenziale alla comprensione della storia.

Il mondo della lirica si costituisce forse come il tuo ambito di intervento più significativo per i risultati eclettici fortemente connotati sul piano dell’interpretazione scenografica proprio attraverso il linguaggio della luce… Ce ne vuoi parlare e raccontarci qualcuno dei tuoi lavori?

“Ogni spettacolo è una avventura amorosa a parte, così come ogni disegno luci. Lavorare nel Teatro Olimpico del Palladio (ne “Il ritorno di Ulisse in patria” di Claudio Monteverdi, 2018) è in sé emozionante, ma al contempo difficile perché si deve sottostare in primo luogo alle imposizioni della Sovrintendenza che mirano alla conservazione del monumento: non c’è progetto che tenga se non si rispettano le posizioni dove sono ammessi gli apparecchi, se non si tiene contro del tipo di apparecchi disponibili e dei tempi assolutamente ridotti. In quel poco tempo devi finalizzare la luce che riesci a produrre ed entrare in sintonia con lo spettacolo. Accendere e verificare il significato e l’efficienza di quella illuminazione, fissarla sulla consolle e sullo spartito e proseguire nel tuo lavoro”.

“Ancora, puoi trovarti a confronto con scenografie videoproiettate di splendida fattura ed emozione, come in ‘Norma’ (al Teatro San Carlo a Napoli, 2016, con le scene di Ezio Frigerio), e qui devi riuscire a creare atmosfere luminose con la stessa efficacia, se non di superiore significatività. Nel caso di ‘Turandot’ (2018, Astana Opera Grand Hall, Kazakistan) ho voluto invece lavorare sul racconto, differenziando ad esempio con la luce nel quadro scenico i tre enigmi della Principessa, illuminando il Dragone alle sue spalle da tre direzioni differenti. Ogni disegno luci è un’avventura a sé ed è con questo spirito che io affronto queste sfide”.

Giacomo Puccini,“Turandot” – Astana Opera Grand Hall, Kazakistan (2018). Direzione musicale: Alan Buribayev. Regia: Davide Livermore (cortesia dell’Autore)
Giacomo Puccini – “Boheme” – (2017). Direzione musicale: Carlo Montanaro. Regia: Marco Gandini. Una sola fonte di luce, una sola ombra e ogni elemento recupera la sua dimensione: i cantanti vivono il dramma della morte di Mimì e la scenografia “giocattolo” rivela la finzione del teatro (cortesia: Vincenzo Raponi)

Un altro settore nel quale ti sei affermato con grande forza in termini di rapporti fra movimenti scenici e linguaggio della luce è quello della danza, dove sembra che la tua luce voglia addirittura porsi in qualità di ‘frase’, a segnare in modo ritmico i differenti quadri dei tuoi spettacoli…

“La danza è un’arte sublime che ho imparato ad apprezzare proprio attraverso la luce, un linguaggio a sé stante e difficile, che mi ha spinto a impostare ancora una volta il mio lavoro sull’umiltà, l’osservazione e l’ascolto. Di fronte ad un corpo di ballo puoi decidere di avvalerti dei normali standard di illuminazione (tagli, controluce, seguipersona) oppure scegliere di entrare di persona sul palco e accompagnare le qualità della luce alle azioni ‘leggere’ agite sul palco (un esempio è quello di “Altid Densamme”)”.

“Alltid Densamme Nel segno di Christina Amaranta, Regina di Svezia” (2018) di Deda Cristina Colonna. Produzione: CROMA Milano. “Uno spettacolo in cui io ‘faccio’ le luci: una lampada LED è tenuta accesa tra le mie mani mentre con le dita in movimento creo il senso di una fiamma che si muove” (cortesia: Vincenzo Raponi)
Kitonb Project – “Carillon” (2001) teatro urbano e danza acrobatica. “Un giorno arrivi e trovi la scena spostata su un palco senza pedana: cogli l’occasione di posizionare i tuoi motorizzati sotto la struttura e lo spettacolo acquista una dimensione che affascina e stupisce” (cortesia: Vincenzo Raponi)

“Ci sono poi situazioni ibride come certi allestimenti di teatro urbano contemporaneo nelle quali capita anche di dover ripensare in un attimo il tuo piano luci originario, perché la scenografia è stata spostata ed il tuo progetto completamente saltato, e dove alla fine puoi riuscire a far nascere immagini da sogno (2001, “Carillon-Il volo del tempo”, con Kitonb Project)”.

“La mia fortuna è stata quella di incontrare la danza contemporanea grazie al coreografo Luca Veggetti, dove la luce è quel danzatore in più che agisce attivamente assieme al resto del corpo di ballo (come accade in “Kraanerg”, con la musica di Iannis Xenakis, 2018)”.

“Da questa esperienza è nato anche un metodo originalissimo per disegnare la luce: dopo una lunga preparazione teorica col coreografo per delineare il carattere dello spettacolo, in palcoscenico ho disegnato nel “vuoto” stati luminosi che si legassero al progetto”.

“Una volta fissati su consolle e riproposti sui corpi in movimento dei danzatori, si inizia a vedere come la luce si integra con la musica e con il progetto coreografico. Spesso sono i danzatori stessi che modificano le loro movenze, cogliendo i suggerimenti che le luci offrono loro”.

Su che cosa stai lavorando ora?

“Forse sullo spettacolo più interessante nel quale mi sia trovato mai coinvolto. Deda Cristina Colonna ha ideato, scritto e diretto uno spettacolo (“Alltid densamme Nel segno di Christina Amaranta, regina di Svezia”) che tratta della figura della Regina Cristina di Svezia, dove recita la stessa Colonna, Mara Galassi suona l’arpa e dove io “agisco” in scena le luci dello spettacolo. Come un attore, sono infatti sul palco ‘armato’ di vari apparecchi di illuminazione, molti dei quali da me stesso realizzati, e con i quali creo direttamente le varie atmosfere muovendomi assieme alle altre due protagoniste e interagendo con loro”.

“È una cosa difficilissima e impegnativa dove però ho una libertà di invenzione immediata in un rapporto creativo e interattivo con l’azione di scena. È l’unico mio spettacolo che, ne io né la regista, abbiamo mai visto: siamo entrambe in scena e immaginiamo ciò che stiamo realizzando, sulla base di una intesa artistica ed emotiva e una fiducia reciproca. Lo spettacolo è in continua evoluzione prima, durante e dopo ogni rappresentazione”.

Sulla formazione: “riconoscere” la luce

Per Raponi il tema della formazione professionale si delinea nell’immagine di una corda elastica tesa fra la competenza tecnicoteorica e la consapevolezza istintiva, in un sottile equilibrio che non si può apprendere ma che si può imparare a comunicare.

Come valuti oggi la formazione a differenti livelli offerta in materia illuminotecnica e di lighting design espressa dal nostro mondo universitario e accademico? Cosa è stato fatto per la crescita di questa disciplina e che cosa invece dovremmo assolutamente fare?

“Come racconta la mia storia, il mio atteggiamento rispetto all’insegnamento della materia mi porta ad essere critico, ma propositivo. Ho incontrato molti allievi usciti da prestigiose scuole che si avvicinano con il grande desiderio di imparare qualcosa che spesso non sanno bene definire: sono forti della loro preparazione tecnica e teorica sulle caratteristiche degli apparecchi, sanno tutto su motorizzati e LED, e nei loro occhi brilla la voglia di fare”.

“A questo sapere manca però qualcosa che si chiama “senso della luce” e che non si può insegnare, in quanto si deve “riconoscere”. All’inizio della mia carriera uno dei miei maestri mi disse infatti che “qualsiasi cosa che emette luce la si può utilizzare in teatro per illuminare”.

“Ovvero, insegnare illuminotecnica è diverso da insegnare la “luce”. E il compito del lighting designer è quello di seguire la luce. Nei miei incontri nell’ambito di workshop o corsi specifici per registi, attori e scenografi metto l’accento sulla difficoltà di comunicare “sulla luce”: sono convinto infatti che se si riesce a concordare un vocabolario comune, allora si riesce a parlare di luce, un primo passo essenziale che porterà – attraverso la conoscenza degli strumenti – alla realizzazione di stati luminosi emozionanti e pertinenti”.

Che futuro vedi nel nostro Paese per i giovani light designer nello specifico contesto del progetto della luce per il teatro?

“Auguro a tutti di avere la fortuna che ho avuto io nella mia vita, fortuna che ho aiutato ad esprimersi quando ho accettato le sfide che mi si proponevano davanti. I nostri giovani hanno la grande fortuna di essere nati e di vivere in questo magnifico paese e il futuro è nelle loro mani se hanno l’umiltà di osservare il passato, la nostra grande tradizione teatrale, quella dell’opera lirica e della musica in generale, della danza, il patrimonio infinito della storia dell’arte che è lì ad attenderli, nei musei, nelle chiese, nei monumenti: lì devono attingere la loro base di conoscenze”.

“Ai teatri invece direi di smetterla di pensare che la presenza di un “assistente” sia solo un problema di assicurazione e di sicurezza, ma che aprire a giovani che vogliono solo “rubare con gli occhi e con le orecchie” significa investire sul futuro dell’arte. A tutti consiglio di cercare – anche come semplici volontari – compagnie di teatro amatoriale dove poter toccare per mano gli strumenti base del teatro, di vedere la luce in teatro, di respirare la passione per questo magnifico e antico mondo”.

(a cura di Massimo Maria Villa)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here