Lirica & Teatro. Tolosa, “La Favorite” - Guido Levi

Riflessi di scena: il colore dell’emozione

 

“La Favorite”. Fernand, di spalle (il tenore Yijie Shi). La valigia luminosa a luce LED (Naotek), alimentata da 4 batterie a 12 V, è gestita via DMX (courtesy photo: Patrice Nin)
“La Favorite”. Fernand, di spalle (il tenore Yijie Shi). La valigia luminosa a luce LED (Naotek), alimentata da 4 batterie a 12 V, è gestita via DMX (courtesy photo: Patrice Nin)

In una edizione di grande forza scenica di uno dei capolavori di Donizetti, il lavoro del light designer Guido Levi esalta con nitide vibrazioni cromatiche il lirismo musicale italiano nel quadro di uno dei più significativi esempi del grand opéra francese

Il contesto nel quale si muove la rappresentazione de “La Favorite” – opera che nasce da un rifacimento di “L’ange de Nisida”, un’opera semiseria in quattro atti di Donizetti del 1839 – è quello medievale, ed il plot di fondo che sostiene l’intreccio narrativo è il conflitto passionale che ruota attorno alle figure di re Alfonso XI di Castiglia, alla” preferita” Leonor de Guzman, sua amante e all’amante “senza speranza” di quest’ultima, Fernand, giovane capitano le cui imprese che lo vedono opposto ai Mori sono celebrate in tutto il regno.

La storia è ambientata nel XIV secolo in Spagna, tra San Giacomo di Compostela e Siviglia, e nel suo sviluppo lo spettatore può trovare tutti i conflitti tradizionali dell’opera, con la contesa fra i due amanti per la propria amata, che raggiunge il culmine quando il Re di Castiglia è pronto a rinunciare al suo trono per amore di Leonor e ancora successivamente quando Leonor, morente, chiede perdono a Fernand.

Il ruolo di Leonor è il primo grande ruolo da mezzosoprano lirico francese così come l’opera “La Favorite” è davvero un lavoro parigino, che nasce negli anni della maturità dell’artista, che nell’occasione di Tolosa viene proposta nella sua versione originale in francese.

Se in questo lavoro tutti i canoni propri al genere del grand-opéra francese sono particolarmente evidenziati , nell’opera appare tuttavia a un tempo tutto il trasporto melodico del lirismo italiano.

La luce per tradurre lo spirito dell’opera

Il light designer Guido Levi
Il light designer Guido Levi

Per Guido Levi il lavoro di light design nasce sempre – e questo lavoro non fa eccezione – all’interno e insieme alla messa in scena, potremmo dire come parte ad essa vincolata e integrata in modo naturale e irrinunciabile.

“Credo di poter dire in tutta sincerità che da un po’ di anni a questa parte i registi non mi fanno richieste specifiche, perché sanno perfettamente che io seguo tutte le prove, sia quelle di regia sia quelle musicali. In questo modo riesco a intuire dove il regista vuole arrivare e sono quindi in grado di tradurlo attraverso la luce, proponendo la mia lettura scenica”.

Levi ci tiene a ribadire questo concetto, e cioè di come siano le prove di regia e le prove d’orchestra a suggerire gli effetti di luce da utilizzare, “…abbinando alla lettura interpretativa del direttore d’orchestra la selezione degli effetti sui quali lavorare”, in quanto è solo nel corso di quei momenti che inizia il lavoro vero e proprio sulla definizione delle diverse tipologie di illuminazione da utilizzare, quando cioè “…iniziano le prove d’orchestra con la regia e i cantanti”.

Per Guido Levi in questi ambiti assume un peso ed un valore fondamentale anche la professionalità degli operatori alla console, che nel caso specifico del Theatre du Capitole di Tolosa raggiunge sicuramente valori di eccellenza. “Mi sono trovato a lavorare qui con persone straordinarie che amano profondamente la musica e con le quali è stato possibile proporre direttamente le soluzioni di luce da adottare sulla lettura della partitura e seguendo ad un tempo il lavoro della regia”.

La luce giusta e l’approccio “analogico”

Secondo Guido Levi la sequenza dei quadri scenici della rappresentazione non vuole qui, come in altri suoi lavori, lo schematismo di tempi certi e ripetuti sempre uguali fra loro, ma al contrario la ricerca di risultati qualitativi risiede “…nella concreta possibilità di non dare tempi dati agli effetti luminosi ma nell’andare a realizzarli manualmente, perché se è chiaro che la consolle è un fatto tecnico e i musicisti come i cantanti non sono computer, è giusto seguire lo svolgimento della musica e lavorare quindi in modo “analogico”.

Chiaramente quindi anche a fronte di effetti preparati, c’è da parte mia un’attenzione ogni volta differente e dedicata in relazione alle varie repliche e quindi ai tempi diversi di ogni rappresentazione”.

“La Favorite”. Léonor (il mezzosoprano Kate Aldrich), in primo piano. Alle sue spalle, a destra Balthazar (Giovanni Furlanetto, basso) e a sinistra Alfonso XI, re di Castiglia (il baritono Ludovic Tézier). L’immagine evidenzia la ricchezza dei costumi, ed il grande lavoro “cromatico” sviluppato dal light design di Guido Levi (courtesy: carayonk.files.wordpress.com)
“La Favorite”. Léonor (il mezzosoprano Kate Aldrich), in primo piano. Alle sue spalle, a destra Balthazar (Giovanni Furlanetto, basso) e a sinistra Alfonso XI, re di Castiglia (il baritono Ludovic Tézier). L’immagine evidenzia la ricchezza dei costumi, ed il grande lavoro “cromatico” sviluppato dal light design di Guido Levi (courtesy: carayonk.files.wordpress.com)

Usare la scenografia fra luci riflesse e atmosfere sospese

Una relazione sempre importante e decisiva nella strutturazione della scena luminosa di uno spettacolo come questo, risiede nel rapporto fra luce e scenografia.

Per Levi in questa messa in scena, oltre alla regia, un aspetto molto interessante era definito proprio dalla costruzione della scenografia, che in questa edizione de “La Favorite” ha per così dire fatto da tramite diretto all’illuminazione, fatta com’era “…dalle due pareti laterali  e dal pavimento completamente a specchio..”.

E’ stato quindi necessario superare in primo luogo la problematica tecnica di come riuscire ad illuminare la scena, “…perché le pareti laterali erano alte 8,50 m e noi con le nostre americane eravamo a 14,90 m.

La preziosa collaborazione dei tecnici di scena ha permesso di trovare la soluzione di poter salire e scendere su queste americane in modo da andare ad effettuare i puntamenti corretti, e attraverso la presenza degli specchi abbiamo trovato diverse soluzioni”.

Un secondo livello di approccio interpretativo si è poi risolto lavorando sulla qualità e sulle intensità luminose. “…Il mio concept si è espresso allora lavorando sia di riflesso, utilizzando l’effetto degli specchi, sia attraverso il supporto delle americane, sulle quali avevo disposto della stoffa bianca, per poter lavorare senza toccare lo specchio ma ottenere una sorta di nuvola di luce..”.

Con questo approccio su piani differenziati, Levi ha realizzato diverse atmosfere luminose, “…una più diretta e definita in termini di carattere ed una più sospesa. Si è trattato di una ricerca veramente interessante in quanto da ogni angolo della platea ma anche dalle poltrone frontali così come dai loggioni i quadri di scena – grazie a questi specchi – davano allo spettatore un insieme di percezioni visive diverse.

Per esempio gli archi in fondo al palcoscenico – archi neri o rossi dietro ai quali si intravvedeva un cielo dipinto – in virtù della presenza degli specchi laterali offrivano una continuazione alla scena, che però – vista dai punti di vista  diversi della platea – dava effetti di continuità differenti dell’arco nello specchio, diversi a seconda della posizione dell’osservatore, e la stessa cosa accadeva al disegno del cielo, andando in questo modo a sottolineare una volta in più il significato sotteso dal concept del libretto”.

L’utilizzo del colore e le scelte dei proiettori

Uno degli aspetti di forza della cifra poetica del lavoro di Guido Levi è senz’altro l’utilizzo del colore, quasi sempre espresso con intensità decise e dall’effetto saturo. Anche il lavoro per “La Favorite” non fa eccezione in tal senso. “…Per me il colore è fondamentale, può essere acido come morbido, così come si può dire che la luce è buio ed il buio è luce, ovvero – trattato in un certo modo – un colore “acido” può diventare un colore “morbido” o il suo contrario”.

Questa attenzione quasi maniacale al colore si ripercuote anche nel modo di utilizzare gli apparecchi: “…Ho utilizzato qui dei MAC che hanno lavorato di riflesso su un lenzuolo bianco e mi sono serviti ad illuminare il fondale; su altre americane c’erano alcuni Varilite che sono stati utilizzati per gli attori, con puntamenti indiretti e giocando di riflesso sugli specchi, poi erano presenti dei PC da 2000 W che andavano direttamente sul fondale per dare rilievo e creare contrasto, mettendo in rilievo le diverse ambientazioni.

“La Favorite”. Il basso Giovanni Furlanetto con il tenore Yijie Shi (Fernand). Sul fondale, visibile il lavoro effettuato dai MAC con puntamenti indiretti e luce riflessa (courtesy photo: Patrice Nin)
“La Favorite”. Il basso Giovanni Furlanetto con il tenore Yijie Shi (Fernand). Sul fondale, visibile il lavoro effettuato dai MAC con puntamenti indiretti e luce riflessa (courtesy photo: Patrice Nin)

La scelta del colore da utilizzare è una cosa che mi prende tante ore; ho delle mazzette fatte in casa e dispongo di una serie di gradazioni di toni tutti in fila con la possibilità di sommare facilmente un colore sull’altro.

Quando sono al lavoro a teatro io chiedo sempre di accendere quattro o cinque proiettori, mi metto così al lavoro con le mazzette davanti agli occhi e cerco di individuare il colore che mi serve; il mio modo di procedere ricorda un po’ quello del pittore e la cosa fondamentale per quanto mi riguarda è quella di non farmi mai un’idea precostituita, non leggo mai nulla prima del libretto sul quale devo lavorare e affronto il lavoro come tabula rasa…

Anche in America, dove sono soliti chiederti tutto, hanno imparato ad accettare questo mio modo di lavorare.

Perché il lavoro interpretativo con la luce funzioni devi poter incontrare le persone che lavorano con te allo spettacolo. In questo caso ad esempio ho lavorato a stretto contatto con Christian Lacroix (NdR: che ha realizzato i bellissimi costumi per questa messa in scena) con il quale abbiamo approfondito le modalità secondo le quali reagiscono le stoffe, i costumi e i loro colori, e poi chiaramente c’è stato tutto il lavoro di lettura con la regia e con l’orchestra, del quale abbiamo già parlato prima. In termini di esperienza, mi resta la qualità di un rapporto diretto e personale sviluppato con tutte le maestranze che contribuiscono alla costruzione del lavoro”.

(Sandra Raccanello)

 

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