Martina Marini

Mestieri ibridi e artigiani digitali

 

Martina Marini
Martina Marini

Quando si parla di stampa 3D si fa riferimento ad un fenomeno economico e culturale che s’inscrive nella cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” e nel più ampio fenomeno del movimento dei maker, del fiorire dei fablab e dell’emergere delle tecnologie adottate da questi laboratori digitali: la stampa 3D e la scansione tridimensionale, l’internet degli oggetti e la robotica.

In questo senso non si può non fare riferimento alla cultura dei maker che, dice il manifesto, sono “…gli artigiani digitali che ripensano i modelli di produzione e di business, protagonisti di un nuovo movimento basato sulla costruzione delle cose attraverso la manualità, la tecnologia, la collaborazione, il design e la sostenibilità. Nonostante il lungo momento di crisi, si inventano il loro lavoro creando impresa.”

L’universo del making è trasversale rispetto a molte discipline: i progetti che nascono nei Fablab possono essere intesi come progetti di design nel senso più vasto del termine, che spaziano dalla robotica, al prodotto e talvolta si traducono in startup. La difficoltà dei Fablab in Italia è che vi è ancora una concezione quasi amatoriale di questi laboratori, che da una parte si sostengono facendo service e formazione, e dall’altra si configurano sempre più come importanti incubatori di progetti innovativi.

D’altra parte, solo la stampa 3D dà origine ad una catena produttiva aperta e dalle dimensioni imponenti. Basti pensare che il fatturato previsto per il mercato del 2025 del 3D printing si aggira fra 230 e i 550 mld di dollari. I maker fanno parte di questo imponente mercato, ma anche di realtà innovative in termini di elettronica, robotica e design: in questo senso, la figura del maker non è così lontana da quella del lighting designer, giacché il design della luce tocca figure come progettisti, architetti e ingegneri, non diversamente dal mondo produttivo legato alle tecnologie additive e alle altre tecnologie emergenti: vi sono diversi ruoli che chiamano figure ibride ad affacciarsi a questo mondo lavorativo.

La stampa tridimensionale sta creando una nuova figura professionale: se prima c’erano il designer del prodotto, il 3D specialist, l’ingegnere elettronico o informatico, ed il tecnico che supervisionava la produzione, ora abbiamo il maker, che conosce il design, ha nozioni d’ingegneria e sa utilizzare la macchina che stamperà il prodotto e i materiali, ma anche il software che gestisce la stampante.

Ovviamente, ogni maker ha la sua specializzazione, alcuni arrivano dal design, altri dall’ingegneria. Il progetto a cui lavorano queste figure culmina con la stampa 3D di un prodotto (quasi) finito, che verrà poi ingegnerizzato. L’oggetto in questione, sebbene possa partire da un tradizionale schizzo, potrebbe anche essere la rielaborazione di un modello 3D scaricato da una piattaforma di condivisione e trasformato in qualcosa di diverso.

Un esempio che sintetizza appieno questo mondo è Co.light, una lampada RGB interattiva che è stata sviluppata nella Fab Academy da Juan Esteban Vallejo: si tratta di una lampada da tavolo progettata per essere riproducibile e realizzabile in ogni Fablab grazie alle istruzioni create dall’autore e ai file open source.

Martina Marini, Social media manager – Communication Designer, FabLab – Milano

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here