Key Light - Luce e Cinema

Martin Eden. La luce del tempo

Martin Eden. L’attore Luca Marinelli sul set con Carlo Cecchi, che nel film interpreta la parte dell’amico scrittore e poeta Russ Brissenden (courtesy: 01 Distribution)
Il regista Pietro Marcello

Martin Eden di Pietro Marcello è un film d’autore puro. Tratto dal romanzo omonimo di Jack London, è ambientato, invece che ad Oakland, a Napoli. Il romanzo narra la vita di Martin Eden (interpretato nel film da Luca Marinelli) un marinaio di umili origini che lotta per diventare scrittore e, nel contempo, contro l’ingiustizia di vedere il suo amore ostacolato dalla differenza di classe.

Nonostante la sua condizione sociale, Martin decide di istruirsi per amore di Ruth Morse – che nel film prende il nome di Elena Orsini (interpretata da Jessica Cressy), una studentessa universitaria, figlia dell’alta borghesia. Solo così potrà emanciparsi e sperare di poter sposare un giorno la sua amata.

Martin Eden. Luca Marinelli con Jessica Cressy, che interpreta nel film la parte di Elena Orsini (courtesy: 01 Distribution)

A differenza del romanzo, il film è senza tempo, o meglio è ambientato in un tempo compreso tra la fine della prima guerra mondiale e il 1970, epoche caratterizzate dall’azione dei movimenti politici di massa.

Il film giustappone per questo scene di finzione a materiali di repertorio, dando forma ad una Napoli immaginaria ma fortemente realistica che veste di nuovo la storia narrata da London all’inizio del 1900.

Martin Eden. Un’altra scena del film (courtesy: 01 Distribution)

La fotografia e la scelta a favore della pellicola

Il DoP Francesco di Giacomo (foto: Massimiliano Cilli

Il lavoro fotografico del DoP Francesco Di Giacomo è raffinato. Innanzitutto, per la scelta di girare in pellicola che presenta una certa imperfezione materica, soprattutto nelle zone delle basse luci, con una grana che rende la trasversalità temporale omogenea, coesa.

E poi per l’escamotage di immaginare insieme al regista una sintesi tra l’impianto classico della cinematografia industriale e il modo di girare snello e immediato tipico del documentario.

Inoltre, si legge in questa scelta la decisione coraggiosa di impostare alcuni setup luminosi secondo gli schemi dei grandi maestri italiani del passato per adeguare la modernità al testo remoto, senza però sottolineare la scelta. In questo senso, sono rilevanti le scene ambientate nella casa della sorella di Martin, dove è sempre presente un avvolgente controluce che staglia le figure in scena, un controluce quasi diegetico, come se piovesse da un lampadario che però nella scena non appare mai.

L’insieme di queste scelte fonde le diverse epoche rappresentate in modo inequivocabile da costumi e scenografie, senza rinunciare alla bellezza delle immagini, particolarmente espressa ad esempio nella scena della festa degli artisti in cui si recano Martin Eden e Russ Brissenden, interpretato nel film da Carlo Cecchi.

Qui l’impostazione low key light e il sottotono raccontano in modo inedito il mistero e la trasgressione, la bellezza nascosta di animi vivi che sembrano cercare nel buio costellato di punteggiature luminose la lucentezza della vita pura, della libertà.

Un’immagine coerente e dinamica rispetto al racconto filmico: la parola al DoP

Qual è stata la genesi del progetto rispetto alla ricerca del codice visivo?

““Martin Eden” ha avuto una lunga preparazione. Quando sono stato coinvolto nel progetto, il regista aveva già chiaro a cosa si sarebbero dovute ispirare le atmosfere e i colori del film e mi ha introdotto in un universo di film russi prodotti tra gli anni 60’ e 80’ che mi erano abbastanza sconosciuti.

Oggi siamo abituati ad un immaginario visivo lontano da quelle atmosfere e non è stato facile entrare in sintonia con quei toni. Ma è stata proprio questa la grande sfida fotografica del film, cioè trovare uno stile che accompagnasse e legasse la storia, dandoci però la possibilità di differenziare le epoche e i rapporti di Martin con i differenti ambienti sociali descritti e narrati”.

Martin Eden. Alcune riprese del film tradiscono anche rimandi e citazioni luministiche e cromatiche alla pittura caravaggesca e barocca (courtesy: 01 Distribution)
Martin Eden. Luca Marinelli

Ci sembra che il lavoro fotografico sia tutto impostato sulla ricerca di una sintesi tra il realismo quasi documentaristico e la ricchezza visiva. Quali sono state le tue fonti di ispirazione per definire il mood del film?

“La ricerca di questa sintesi è stata una pratica quotidiana. Prima di girare “Martin Eden” Pietro aveva girato film con troupe molto piccole e un impianto produttivo di tipo documentaristico. Collaborare con un cast tecnico abituato a fare film ‘industriali’ e con una troupe cinematografica completa, ha reso necessario trovare un punto di sintesi, che credo sia alla base dell’atmosfera unica che pervade il film.

Un film e un autore che ci hanno ispirati, soprattutto per lo stile dei movimenti di macchina, è stato “Mr.Klein” di Joseph Losey, del 1976. Per illuminare gli interni mi sono ispirato ai grandi maestri della fotografia italiani come Tonino Delli Colli, Luigi Kuveiller, Peppino Rotunno, e anche a mio padre Franco”.

Le scelte tecniche: pellicola, ottiche, illuminazione del set

Il film è girato in pellicola Super 16, aspect ratio 1,66:1. Qual è stato il motivo di questa scelta? Prima di girare, hai fatto dei provini fotografici?

“Inizialmente il film doveva essere girato in 35 mm, poi per ragioni produttive abbiamo optato per il 16 mm. La scelta del 1,66:1 è figlia del processo di identificazione con un cinema che non esiste più e a mio avviso è stata la più giusta per raccontare una storia narrata in un tempo immaginato come quello in cui vive il “Martin Eden” del film”.

In termini tecnici, quali sono state le tue scelte per concretizzare un mood così particolare?

Un gruppo riflettore per lampade a incandescenza tipo Aircraft

“Ho fatto molti provini per trovare il look più appropriato alle varie situazioni del film e provato diverse serie di lenti scegliendo alla fine i vecchi Cooke S3, insieme a tre tagli larghi della più moderna serie S4 sempre della Cooke. Ho realizzato poi provini intensivi su tutti i negativi colore della Kodak.

Alla fine ogni epoca rappresentata aveva la sua emulsione di riferimento. La scelta dei negativi era riferita anche ad ogni fase della giornata: per le albe e i tramonti ho usato la 200T, nei giorni in città e negli interni giorno la 250D, negli esterni giorno non urbani la 50D e per la notte la 500T.

Per quello che riguarda l’illuminazione sul set ho deciso di utilizzare soltanto proiettori per lampade a incandescenza e lampade Aircraft perché, soprattutto in pellicola, restituiscono una dolcezza colorimetrica e di contrasto che lampade a scarica non avrebbero dato”.

Girare in pellicola…

La MdP analogica utilizzata, una Arriflex 416 Plus (courtesy: ARRI)

“A livello di espressione artistica liberarti dal controllo sull’immagine tipico della cinematografia digitale costituisce veramente una grande differenza e ritrovarmi a girare in S16mm con un monitor utile solo a controllare le inquadrature non è stato facile.

Una volta ritrovata la fiducia nell’esposimetro, però, mi sono goduto una sensazione che purtroppo il digitale ha ucciso: il rischio! Con la pellicola ti devi affidare all’istinto e questo, nel bene e nel male, è forse il motivo principale della forza delle immagini di questo film”.

In termini di illuminazione scenica, puoi spiegarci uno schema facendo riferimento ad una scena che ti sembra particolarmente rappresentativa?

“La scena che spiega meglio la tecnica che ho adottato è una delle prime del film: l’interno-casa della sorella di Martin, dove lui vive all’inizio della storia. Mi sono immerso nei miei ricordi di bambino, quando andavo a trovare mio padre sul set e mi sono lasciato ispirare dai soffitti di quegli ambienti pieni di decine di piccoli proiettori puntiformi che illuminavano gli attori nelle varie posizioni, una tecnica molto diversa da quelle moderne che si basano molto sulle sorgenti diegetiche e sulle luci di riempimento.

La scena in questione racconta l’arrivo di Martin a casa dove trova la famiglia riunita nel salotto: ho posizionato una key-light e una back-light per ognuno dei tre attori principali e ho contenuto le luci domestiche attraverso un dimmer, per creare un’atmosfera sospesa e senza tempo”.

Si gira poco in pellicola. Qual è stato, in tal senso, il processo di post-produzione?

“È vero, almeno in Italia e la situazione che ci siamo trovati ad affrontare è stata drammatica. Ci siamo accorti che nel nostro Paese è mancato quel necessario passaggio di saperi tra le generazioni.

Il tecnico che controllava i bagni di sviluppo aveva più di ottant’anni. Il tele-cinema non funzionava, quindi abbiamo usato uno scanner in tempo reale che non è né un ArriScan né un tele-cinema.

L’operatore dello scanner non aveva mai fatto un telecinema e lavorava sotto la guida di una ex dipendente del laboratorio di Cinecittà che la produzione aveva assunto come supervisore: insomma, una gran confusione… Credo che si debba correre ai ripari per cercare di salvaguardare una tecnica che diversamente tra poco sarà completamente persa e non sarà più recuperabile”

(a cura di Stefano Di Leo,Teaching supervisor Shot Academy – Alessandro Bernabucci, Education manager Shot Academy

 

MARTIN EDEN

La locandina del film (courtesy: 01 Distribution)

Directors: Pietro Marcello

Cinematographer: Francesco Di Giacomo

Technical specifications Camera: Arri 416

Color negative: Kodak 500T, 200T, 250D, 50D.

Lenses: Cooke S3 – S4

Aspect ratio: 1,66:1

 

 

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