Stage Lighting: Mamo Pozzoli – "Elisa. L’Anima Vola Tour"

Luce per le geometrie del cuore

Elisa – “L’anima vola Tour” – “Broken”. Nell’immagine, risulta bene evidente la geometria del palco ed il lavoro sviluppato dai tagli, dal LEDwall e dalla batteria di luci non motorizzate (cortesia photo: Adriana Bidin)
Elisa – “L’anima vola Tour” – “Broken”. Nell’immagine, risulta bene evidente la geometria del palco ed il lavoro sviluppato dai tagli, dal LEDwall e dalla batteria di luci non motorizzate (cortesia photo: Adriana Bidin)

Nel nostro articolo, il lavoro sviluppato per lo show concept dell’ultimo tour di Elisa, nel quale il progetto di lighting è nato dalla stretta collaborazione del lighting e show designer Mamo Pozzoli con l’artista ed un consolidato team creativo

Lo stage del nuovo spettacolo di Elisa si caratterizza per una accurata progettazione della sua immagine complessiva, che restituisce nelle sue geometrie e nella sua trasformazione nel corso della performance il concept di apertura e di permeabilità che l’artista nella sua maturità musicale sembra sempre più voler presentare e offrire al suo pubblico: così la forma del set è quella di una grande “E” speculare simboleggiante il nome dell’artista, replicata anche sul telo retroilluminato a fondo palco, e nella stessa direzione vanno letti i diversi movimenti del set e le sue trasparenze, con gli strumenti musicali che compaiono e scompaiono a metà e sul retro del palco, e la costante variazione del punto di vista dell’osservatore.

Abbiamo voluto incontrare il lighting e show designer del tour, Mamo Pozzoli, per conoscere meglio il suo lavoro e approfondire il suo approccio a questo spettacolo, e in generale la sua visione attuale dello show lighting.

Il light designer Mamo Pozzoli
Il light designer Mamo Pozzoli

Nella tua formazione professionale c’è l’esperienza prima come macchinista e elettricista in ambito teatrale e poi – una cosa molto interessante dal mio punto di vista – nel settore degli allestimenti specializzati per eventi e per grandi mostre. Una grande scuola per conoscere e affrontare poi lo spazio del lighting per la scena musicale…

Si è trattato di un percorso piuttosto comune a tanti della mia generazione, che negli anni ‘80 hanno attraversato da autodidatti, non esistendo ancora all’epoca una offerta didattica strutturata, un po’ tutti gli ambiti e i luoghi del mondo degli allestimenti, accumulando direttamente sul campo ognuno un proprio bagaglio di esperienze tecniche.

Nel mio caso, questa trasversalità è stata accentuata sia dagli studi di architettura sia dalla costante frequentazione del teatro di ricerca o della scena musicale underground, circuiti poveri di mezzi ma ricchi di stimoli creativi, che in realtà rappresentano la mia vera scuola.

A differenza di altri settori dell’entertainment dove il lighting design è più codificato, nel musicale – anche mainstream – trovo ci sia ancora spazio per l’applicazione di soluzioni inusuali, dunque il background del designer può fare la differenza.

Nel tuo lavoro per il nuovo tour di Elisa hai lavorato a stretto contatto con l’artista per la finalizzazione dello storyboard delle sequenze sceniche dello show. Quali sono state le richieste più importanti di Elisa per le scelte relative all’illuminazione?

Stiamo parlando di un’artista di grande talento che ama avere sotto controllo tutto ciò che riguarda lo show, dal concept generale al dettaglio esecutivo. Al team di professionisti che lavorano per lei vengono dati molti input di partenza sulla base dei quali ogni settore propone e sviluppa ipotesi, che portano alla definizione della struttura dello show.

Per quello che mi riguarda, sulle scelte operative ho carta bianca, dal momento che tradurre in forma pratica le suggestioni visive dell’artista è un compito lungo e complesso: bisogna costantemente ragionare in modo integrato tra luci-video-suono-scena per arrivare a definire un linguaggio illuminotecnico inequivocabile, che renda sempre riconoscibile lo show concept. Partendo da questi presupposti, il quadro visivo di ogni brano ha poi una sua caratterizzazione che viene quasi di conseguenza.

Elisa – “L’anima vola Tour” – “RYS – Rock Your Soul” (cortesia photo: Cinzia Marini)
Elisa – “L’anima vola Tour” – “RYS – Rock Your Soul” (cortesia photo: Cinzia Marini)

Il lighting set

Una cosa che colpisce molto nello show è la grande coerenza formale fra disegno luci e disegno dello spazio scenico, con geometrie spaziali anche per l’illuminazione quasi architettoniche…

E’ una scelta progettuale ragionata, proprio in base a quanto ti dicevo prima. Il concerto dura quasi tre ore ed è strutturato in un crescendo di suggestioni sonore e visive, con numerosi ribaltamenti di scena anche inaspettati, ad esempio il LEDwall che si scompone in blocchi mobili portati in giro per il palco – funzionanti grazie a batterie inserite all’interno dei pannelli, e ad un segnale wi-fi…

In questo contesto per far sì che le luci fossero l’elemento unificante, ho cercato più del solito di costruire quadri molto potenti dal punto di vista plastico, hai detto bene quasi architettonico, anche quando paradossalmente ci sono pochissime sorgenti accese o al contrario l’esecuzione raggiunge picchi di dinamica elevata.

A monte ho dovuto strutturare un lighting plot molto rigoroso, come piace a me, con macchine distribuite in blocchi di tipologie omogenee posizionate sul perimetro del palco o appese a un truss system parecchio caratterizzante dal punto di vista geometrico.

La scelta degli apparecchi

Veniamo ad alcuni momenti specifici dello show. Mi sono sembrati molto efficaci dal punto di vista espressivo gli effetti e le scelte di luce realizzati per canzoni come “Rock your soul” o “Together” o gli effetti video di “Stay”. Puoi desciverci come hai realizzato dal punto di vista tecnico e sulla pianta luci il light design per questi pezzi?

Molte scelte nella stesura del disegno luci sono state condizionate da problematiche strutturali che invece di rappresentare un limite si sono rivelate fonte di nuove possibilità espressive.

Visto che il palco è molto articolato e si sviluppa per trenta metri in profondità, non è stato possibile per limiti oggettivi delle location effettuare appendimenti sulla parte anteriore, e parallelamente per evitare intralci alle movimentazioni del LEDscreen le luci a terra sono state pensate esclusivamente lungo le aree perimetrali.

Queste due grosse criticità mi hanno costretto ad adottare un approccio particolare nella scelta dei fari, nel loro posizionamento e puntamento, rendendo abbastanza relativa la classificazione controluce-taglio-frontale che qui dipende dal punto in cui tu spettatore sei posizionato in sala e da dove l’artista si trova in quel momento!

Quindi ho ritenuto vincenti i puntamenti a pioggia, o tutti paralleli a incidenza costante, o a 90° radenti il palco, in modo che la percezione del pubblico posto a 180° intorno al set fosse meno caotica possibile. Inoltre, date le distanze ravvicinatissime, per avere la massima copertura frontale spesso ho usato gli zoom aperti al massimo (in alcune scene anche tutti i musicisti sono in giro per il palco) e ho riadattato l’effetto “ribaltina” utilizzando strobo e blinder in modo improprio, adottando accorgimenti per evitare abbagliamenti.

I brani che hai citato ben rappresentano gli estremi di questo mondo: da una parte il caldo delle incandescenze perimetrali, le riprese live virate in seppia, washlights lavanda ad amalgamare, niente followspot, una coppia di par come key light… e dall’altro l’esplosione di texture grafiche sui LEDscreen, un rosso saturo insieme a un gioco di traccianti bianchi paralleli, il ghiaccio delle strobo LED, quattro followspot in azione.

Elisa – “L’anima vola Tour” – “Together” (cortesia photo: Cinzia Marini)
Elisa – “L’anima vola Tour” – “Together” (cortesia photo: Cinzia Marini)

Ho trovato di grande interesse anche la relazione che nello show si crea fra effetti video e di visual graphic con i LEDwall e l’utilizzo dei sagomatori o dell’illuminazione controluce. Puoi parlarcene meglio?

Se guardi bene il lighting plot noterai come i classici controluce siano in realtà ridotti al minimo. Essenzialmente quando si ha a che fare con una fonte così importante di inquinamento luminoso come un LEDwall bisogna sfruttarne proprio questa caratteristica: quello è il mio vero controluce, se voglio tirare fuori dallo sfondo i soggetti lo faccio con i tagli (in questo caso CP AlphaProfile 1500 W a scarica) e con luci molto incidenti quasi a pioggia (CP AlphaBeam 700), mentre ai traccianti (CP Sharpy) è delegata l’effettistica (servono per “bucare” lo schermo, come si dice in gergo).

Ho preferito invece investire più energie nel ricreare una “matrice” di luci non motorizzate, ma altamente dinamiche dal punto di vista grafico (iPix BB7, Chromlech Jarag) per costituire una sorta di prolungamento superiore del mondo video, infatti quasi sempre ne riprendo colori e texture.

A terra il lavoro equivalente lo fa una batteria di washled (Robe Robin300) che oltre a essere ottime “keylight” versatili, fanno un bel fronte di colore se girati verso la sala.

A proposito di LED/ Sul lighting designer

Che cosa pensi del livello raggiunto dalla tecnologia LED e come valuti la qualità dei proiettori a luce LED oggi disponibili sul mercato in alternativa ai tradizionali con lampade a scarica?

E’ una tendenza fortunatamente irreversibile. Ti faccio solo un paio di esempi, contestualizzati proprio in questo lavoro. Sto usando luci stroboscopiche sia convenzionali allo xenon che di nuova generazione a LED, sono prodotti ovviamente molto diversi per resa cromatica e luminosa, ma quelle a LED oltre a consumare un decimo offrono possibilità grafiche superiori, e mi ci sto affezionando.

Poi voglio citarti gli Elidy, un nuovo prodotto eccezionale dell’azienda francese già produttrice dei Jarag, che ti da l’idea di come oltre alla tecnologia serva l’inventiva: è un pannello/matrice a bassa risoluzione la cui sorgente LED ha una temperatura colore esattamente come quella di un’incandescenza, una direttività e una potenza impressionante e può essere gestito sia dal mondo luci che dal mondo video. Qui li usiamo appesi dietro il LEDwall, di cui sfruttiamo appieno il fattore see-through.

Quali sono le tue fonti di ispirazione e quali elementi in evoluzione nel linguaggio visuale vedi nel medio termine all’interno del tuo lavoro per lo stage lighting?

In ambito musicale ci sono artisti nel panorama internazionale che stanno spingendo in modo molto innovativo l’aspetto visivo delle loro performance, penso ai NIN o ai Radiohead, ed è ovvio che rappresentino dei punti di riferimento.

Va detto che non solo le tecnologie – e l’uso che se ne può fare – sono in rapida trasformazione, ma se ci pensi lo sono anche i meccanismi di costruzione e fruizione degli eventi.

Con la crisi del mercato discografico e il peso che ha il live in questo momento, alla figura del lighting designer viene richiesto uno sforzo creativo e una competenza sempre più interdisciplinare, mirata a uscire dal consolidato per trovare strumenti e linguaggi che contribuiscano a generare quella sensazione di “stupore” che lo spettatore oggi desidera, anzi in un certo senso pretende, da un evento. Per la nostra professione si tratta di una sorta di temporanea perdita di identità da cui non possono che scaturire nuove energie.

 (Massimo Maria Villa)

 Si ringrazia per la collaborazione Davide Barbetta di Clay Paky 

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