Piero Castiglioni

L’illusione della misura

Milano, Piazza Mirabello – A Cielo Aperto, (S)Punti di luce (Milano, Euroluce 2005) (cortesia: Studio Piero Castiglioni)

Nel nostro Paese la cultura della luce purtroppo non è stata ancora acquisita, eppure noi leggiamo l’architettura attraverso la luce. Il lighting designer ha un ruolo centrale, ma la sua azione non si legge in numeri…

Quando ci hanno chiesto l’ennesima intervista a Piero Castiglioni abbiamo vissuto un iniziale momento di smarrimento. Cosa possiamo chiedergli che non gli abbiano già chiesto mille altre volte? Quale dei suoi lavori non è ormai a tutti noto? Quale dei prodotti da lui disegnati non è già stato utilizzato da moltissimi professionisti del settore?

L’arch. Piero Castiglioni nel suo studio a Milano (foto: Paolo Bernardi)

La sua attività abbraccia tutti i campi della progettazione, dal disegno del prodotto, alla progettazione degli impianti, dall’editoria all’insegnamento, più o meno in tutto il mondo. Vogliamo parlare del Centre Pompidou o del Musée d’Orsay a Parigi? O del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Instanbul? O ancora della Pinacoteca do Estado a San Paolo? O, in Italia, di Palazzo Grassi a Venezia, del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, del progetto per le Scuderie del Quirinale a Montecitorio a Roma, L’Arcimboldi, il Poldi Pezzoli e lo Spazio Oberdan a Milano… Chi scrive ha avuto modo di apprezzarlo anche come docente al Politecnico di Milano, insomma che cosa di lui non è stato ancora detto?

Bergamo, Accademia Carrara – Mostra “Cezanne – Renoir” (in collaborazione con l’arch. Caccia Dominioni) (2004) (cortesia: Studio Piero Castiglioni)

Il ruolo del lighting designer

Parliamo allora della professione, del perché nel panorama italiano la figura del Lighting Designer sia ancora così poco conosciuta, così poco considerata, così poco richiesta, così poco regolamentata…

“ …In Italia è purtroppo vero che la figura del lighting designer è poco in evidenza. Il progetto illuminotecnico è nella maggioranza dei casi affidato agli impiantisti, il cui approccio è purtroppo molto spesso soltanto quantitativo… guardano cioè solo i dati… Ma come si fa a guardare solo i dati? Se apriamo un catalogo anche di sole lampadine ci troviamo almeno 10.000 articoli!

L’atteggiamento progettuale non può prescindere dall’aspetto impiantistico, ma affrontarlo solo così è estremamente riduttivo. La più grande battaglia che dobbiamo combattere in questi casi è contro l’assunzione della quantità di luce come unico valore per la buona riuscita di un progetto… in realtà non c’è niente di più sbagliato!”

L’arch.Castiglioni ci spiega che l’occhio fa molto bene alcune cose, e piuttosto male alcune altre. L’occhio è molto bravo sulla messa a fuoco, e sull’adattamento alla quantità di luce di un ambiente, ma fa piuttosto fatica a correggere l’abbagliamento molesto ed ha parecchie difficoltà sull’attenuazione o sull’accentuazione dei contrasti…

“…Noi vediamo da 1/5 di lux a 120.000 lux. Le grandezze fotometriche si basano sulla curva di visibilità dell’uomo medio CIE, e in partenza sappiamo già che questa curva non è corretta alle estremità… ma ognuno di noi è diverso dall’uomo medio CIE… Dunque la quantità di luce è un parametro molto impreciso e l’atteggiamento progettuale dell’impiantista si basa su questo valore…

Anche la tanto cara uniformità non è altro che un valore da valutare di volta in volta. In un posto di lavoro, ad esempio, non è comfort, è monotonia! E per giunta genera ansia… Se è disuniforme di certo è più piacevole. Se chiediamo ad un nuovo impiegato in un open space di scegliere il posto che preferisce di certo si metterà vicino alla finestra! Pensiamo alla dinamicità della luce e a tutta la letteratura tecnico-scientifica che rivaluta l’importanza dei ritmi circadiani… come si fa ad assumere l’uniformità o la quantità di luce come unico valore!”

Nel nostro paese la cultura della luce non è stata ancora acquisita, eppure noi leggiamo l’architettura attraverso la luce, luce che è ormai da tutti i professionisti considerata a tutti gli effetti come materiale edilizio, soprattutto se pensiamo alle nuove tecnologie di gestione…

L’arch. Castiglioni ci racconta che tuttavia ci sono alcune sovrintendenze sensibili, ed anche alcuni privati con una certa cultura. Ci chiediamo come mai, se i parametri quantitativi sono così limitanti, la normativa lavora unicamente in questa direzione?

“Semplicemente perché la normativa non è scritta dai progettisti… Alcune norme sono addirittura controproducenti, abbiamo appena parlato dell’uniformità… Zanuso diceva che la luce più piacevole è quella del bosco, eppure dal punto di vista normativo è la più sbagliata…”

Abbiamo parlato delle difficoltà che si incontrano nell’ambito della professione, ma la mancanza di cultura della luce nel nostro paese non è l’unico scoglio che occorre superare, un altro grande problema è la definizione della figura del Lighting Designer, che ha ancora contorni molto imprecisi ed è praticata spesso con un approccio decisamente new age, con progettisti piuttosto improvvisati…

“Qualcosa inizia a muoversi a livello di categoria professionale, ma bisogna rassegnarsi ad avere ancora un po’ di pazienza… 40 anni fa questa professione nemmeno esisteva, al massimo c’era qualche azienda con una cultura prevalentemente impiantistica.

L’impiantista crede a tutto ciò che si misura, e la misura in un certo senso è estetica e non etica, invece dovrebbe essere il contrario. Se devo illuminare un monumento mi pongo prima di tutto di fronte al suo valore simbolico, cioè etico, e poi si pensa all’estetica, altrimenti va a finire che vengono fuori i colorini…”

Sulla formazione del progettista Chiediamo a Castiglioni: perché a suo avviso non esiste ancora un Albo?

“L’albo risolve solo parzialmente il problema, al suo interno ci sono tanti tipi di professionisti… c’è il buono e il cattivo come in ogni cosa… Occorre un codice di comportamento dato dalle associazioni, che purtroppo sono poco riconosciute a livello istituzionale…”

Qual è la formazione ideale del Lighting Designer? Chi scrive ha la sensazione che questa professione richieda una quantità di competenze molto vasta: occorre saper leggere l’architettura e la storia dell’arte, occorre saper dialogare con le più varie figure professionali, sapere di impiantistica, gestire la committenza e le aziende, a volte disegnare prodotti ad hoc, e spesso fare qualche miracolo per la gestione reale delle esigenze pratiche di cantiere… Insomma spesso la professione si trasforma un una sorta di problem solving generale…

“Credo che la formazione più adatta sia quella dell’architetto, perché è ad ampio
spettro… Rogers prende in considerazione il fondamentale ruolo dell’architetto, che spazia dal micro al macrocosmo della vita quotidiana, e lo sintetizza brillantemente nel celebre: “dal cucchiaino alla città”! Occorre una istruzione preparatoria che aiuti a comprendere la molteplicità dei dati, l’atteggiamento progettuale invece è più complesso, e si impara con l’esperienza… Il calcolo è solo una verifica…”.

Palermo, Palazzo Abatellis – Salone delle Croci (in collaborazione con Studio Triskeles, Palermo) (2009) (cortesia: Studio Piero Castiglioni)

Il segreto di un buon progetto

Abbiamo visto quali sono le difficoltà che si incontrano nella professione, ora vogliamo sapere qual è per lei l’aspetto più bello e più gratificante di questo mestiere…

“Il campo specialistico porta alla collaborazione tra figure professionali molto diverse; la cosa più bella è la ricchezza che viene da questo confronto, e la possibilità di sperimentare… per esempio pensiamo al campo museografico: sono possibili due tipi di intervento, uno con un approccio statico per le esposizioni permanenti, e uno dinamico per le esposizioni temporanee. Quest’ ultimo è quello che preferisco perché dà la possibilità di sperimentare. Munari diceva che chi ascolta dimentica, chi guarda ricorda e chi fa impara… fare è sperimentare…

Il segreto per produrre un buon progetto è azzerare tutte le memorie per poter capire l’oggetto su cui si lavora e come intervenire… azzerare senza forme precostituite e senza limiti. Ricordo per esempio come è nato il “Cestello”: non potevamo usare i binari, e non potevamo lavorare dal pavimento, avevamo a disposizione solo le pareti… Chiaccherando con l’arch. Aulenti per spiegarmi ho fatto il paragone con i cestelli per portare le bottiglie, da cui il nome cestello. Diceva Magistretti che i migliori progetti si fanno per telefono! La parola è importantissima perché non limita, il disegno invece all’inizio limita…”

In quest’ottica come vede l’uso sempre più diffuso dello strumento del rendering fotorealistico?

“Paradossalmente i rendering bisogna farli male, perché il risultato poi sia sempre meglio! Occorre lasciare uno spazio alla sorpresa e all’immaginazione…”

Una domanda in questa fase è quasi d’obbligo, soprattutto a uno specialista di sorgenti come l’arch. Castiglioni? Che cosa pensa del LED?

“Nelle sorgenti che abbiamo fino ad ora imparato a conoscere ed utilizzare c’è bene o male uno standard qualitativo e prestazionale in tutte le aziende produttrici; il caso del LED è diverso perché il LED non è altro che un semiconduttore ed è quindi dipendente dalla temperatura e dall’alimentazione.

I LED di per sé possono essere considerati più o meno tutti uguali, quello che fa la differenza è come sono alimentati e come sono dissipati… La vera difficoltà è la mancanza di dati e fotometrie accurate, e forse il rapporto costi/benefici non è ancora così efficiente… È un settore in cui occorre essere prudenti, ma non si può rinunciare allo sviluppo tecnologico, tutti i progetti hanno una componente di rischio…”

Abbiamo parlato diffusamente della professione, se potesse usare questa
rivista per dire qualcosa ai suoi colleghi, cosa direbbe loro?

“Nella professione ci sono posizioni spesso molto diverse e a volte conflittuali, ma credo che ciò sia salutare per la professione stessa e per la qualità del progetto. Ognuno ha un modo di esprimersi differente e questa è una grande ricchezza. Occorre utilizzare sempre il cervello, il risultato sarà sempre positivo…”

Chi scrive lascia lo studio di via Presolana a malincuore, la preoccupazione che avevamo di ripeterci è svanita, rimane la consapevolezza che un grande professionista è spesso prima di tutto un uomo pieno di praticità e buon senso, lontanissimo dallo star system dell’architettura e con la voglia di raccontarsi che ha solo chi ha una grande passione per il proprio mestiere.

(a cura di Maria Genoni, progettista – Milano)

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