Domestico Urbano

Le luci delle periferie

 

Gruppo Borderlight, Emilia Castioni. Intervento di installazione urbana (photo: Emilia Castioni)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parole Guida: DOMESTICO URBANO

Se, come ha scritto Pippo Ciorra “..dalla metà degli anni Settanta in poi (…) il concetto di periferia ha perso ogni accezione progressiva per rimanere solo l’indicatore spaziale di un disagio fatto di distanza dal centro, carenza di servizi e infrastrutture, ritardo nell’integrazione, tensione sociale, senso di emarginazione”, tutto si sarebbe potuto rinviare tranne il progetto pazientemente elaborato negli ultimi anni da Renzo Piano con i suoi giovani collaboratori e i professionisti volontari del Gruppo G124.

Milano, periferia industriale (photo: Giuseppe Corbetta)

Tuttavia, se leggiamo i temi d’indirizzo del progetto dedicato alla riqualificazione per punti delle periferie, considerate dal Gruppo la “parte più popolata ma anche più fragile del tessuto urbano”, tra le premesse teoriche che ne indicano le linee d’intervento non vi è accenno diretto alla luce come elemento di riqualificazione. Ciò deriva in parte dal fatto che la cultura del progetto considera ancora la luce come uno strumento e non una dimensione dell’abitare la città.

Leggendo tra le righe del documento di programma, emergono però tre punti – adeguamento energetico, autocostruzione per promuovere cantieri leggeri e identità delle periferie – che potrebbero essere assunti come base per una riflessione sul rapporto tra luce e rigenerazione urbana.

L’approccio partecipato all’individuazione dei problemi, che richiama le modalità operative del laboratorio itinerante Unesco per i centri storici realizzato da Renzo Piano molti anni fa, ha come riferimento, nel campo della luce, il Social lighting a scala urbana: fenomeno di cui questa rivista si è occupato  e che ha come scopo far comprendere ai cittadini in quale modo potrebbero fruire uno spazio urbano notturno con una migliore qualità luminosa (si vedano anche in questa direzione le esperienze milanesi del Gruppo Borderlight).

Mario Sironi – Periferia (cortesia: Farsetti Arte)

Si tratta di rafforzare l’identità dei luoghi periferici, rendendoli maggiormente riconoscibili, domestici. Infatti, mentre noi leggiamo in tutte le storie del design italiano che la lampada ‘Arco’ dei Castiglioni è la trasposizione su scala domestica del concetto di lampada stradale, che precipita sul tavolo la propria luce, come il lampione arcuato fa (o faceva) sulla via pubblica, sono pochi invece i casi in cui l’approccio sia stato invertito, cercando di rendere domestico – attraverso la luce – uno spazio urbano.

L’evoluzione degli apparecchi di illuminazione ha guardato infatti negli ultimi trent’anni in modo privilegiato ai centri storici, luogo dove anche le amministrazioni erano più disponibili a investire in termini di arredo urbano, spesso per un più ponderabile ritorno in chiave di riqualificazione d’immagine ad uso turistico.

Gruppo Borderlight. Dettaglio tecnico di una installazione urbana

Le periferie, invece, consegnate al principio della massima efficienza luminosa, sono state il luogo dei cavalcavia con le lampade ai vapori di sodio e mercurio, dei piazzali con le torri-faro con lampade ad alogenuri o lampioni rotti e mai riparati. Con l’utilizzo di qualche adeguato filtro da parte dei direttori della fotografia, sono state anche in qualche caso perfetti set ready-made per narrare storie cinematografiche alimentando, anche nell’immaginario collettivo, la connotazione di luoghi di emarginazione e abbandono.

Milano, Quarto Oggiaro. Riqualificazione urbana di Piazza Capuana (progetto a cura dell’arch. Silvio De Ponte) (courtesy photo: DePonte Studio Architects)
(courtesy photo: DePonte Studio Architects)

Affrontare il tema della luce nelle periferie dovrebbe dunque partire dalla domanda su come possa essere usata per addomesticare lo spazio urbano: come recitava un adagio caro a Ugo La Pietra bisognerebbe pensare a come far sentire le persone “a casa propria” anche la notte, attraverso un progetto adeguato della luce.

La difficoltà consiste nel fatto che mentre i centri storici possono essere pensati dal punto di vista illuminotecnico come un interno continuo, fatto di piazze e strade, le periferie sono costituite da spiazzi, arterie, brandelli di verde, attraversamenti, grappoli di edifici, polverizzazione del costruito: spazi che la notte rende irriconoscibili. Dove può “appoggiarsi” la luce per restituire un senso di familiarità? La riconversione energetica, che ha come conseguenza il risparmio, potrebbe far pensare che ciò che si recupera dalla migliorata efficienza dei sistemi a rete d’illuminazione pubblica, potrebbe essere investito in interventi puntuali, che costruiscano riferimenti riconoscibili, segnino punti, tracce, differenzino la luce, la tengano bassa, pensandola per le persone che camminano più che per le automobili che circolano. Restituire a quelle parti di città e a chi ci vive il diritto alla fruizione e alla socialità notturna potrebbe essere il ventunesimo punto del programma del Gruppo G 124.

Ce lo suggerisce la storia della luce nello spazio domestico, che ha ancora molto da insegnare alla città. “Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca – dice il protagonista del bel libro di Jonathan Safran Foer (“Ogni cosa è illuminata”, 2002, Guanda Edizioni) – che mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato (…) dall’interno guarda l’esterno, come dici tu alla rovescia.”

(a cura di Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

 

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