Luce e materia

La pelle degli edifici

Netherlands Institute for Sound and Vision by NRA - Neutelings Riedijk Architects - Hilversum, Olanda (cortesia dell’autore)
Netherlands Institute for Sound and Vision by NRA – Neutelings Riedijk Architects – Hilversum, Olanda (cortesia dell’autore)

“Tutta la materia è luce. È la luce che, quando termina di essere luce, diventa materia”: così Louis Kahn si pronunciava in merito ad uno dei temi fondamentali non solo dell’architettura, ma del rapporto stesso dell’uomo con ciò che è visibile e con ciò che rende visibile

La disciplina architettonica rappresenta uno dei campi più adatti all’interno del quale affrontare il rapporto tra luce e materia, il visibile e l‘invisibile, l’alternanza di ombre, la generazione immateriale di spazi: ed è proprio in questo ambito che la luce può essere considerata la quarta o, addirittura, la quinta dimensione progettuale, avente una propria morfologia, un proprio modo di relazionarsi con gli altri elementi dell’architettura.

Resta ora da comprendere in che modo intendere la luce in rapporto ai materiali dell’architettura stessa: da un lato la luce la risalta, rivela le caratteristiche degli spazi rendendoli vivi; dall’altro la luce diventa materia, ha una sua corposità, genera lo spazio riempiendolo con la sua massa.

‘Chromosaturation’, by Carlos Cruz-Diez, 1965-2013 (©the artist/DACS Cruz-Diez Foundation Photography: Linda Nylind)
‘Chromosaturation’, by Carlos Cruz-Diez, 1965-2013 (©the artist/DACS Cruz-Diez
Foundation Photography: Linda Nylind)

Luce come materiale per l’architettura

La luce può essere considerata “materiale” dell’architettura, pur essendo costituita da entità immateriali, fotoni – reale al pari del marmo, della pietra, del cemento, capace di far percepire e vivere gli spazi in modo sempre differente.

Luce e materia convivono e comunicano all’unisono le qualità del progetto, stabilendo una strada sempre più nuova nella lettura delle qualità percettive dell’architettura e degli oggetti.

Riconoscere la materia luce vuol dire, in questa prospettiva, essere più vicini all’oggetto, alla sua essenza globale, risalire con più facilità alla cultura che esprime e che lo ha prodotto, in definitiva dialogare con la sua identità profonda, a livello tattile, dell’effetto che esso produce, dei sentimenti che esso genera e non soltanto come “bell’oggetto” da ammirare.

Superfici d’architettura, superfici luminose attive, superfici cangianti, luce rifratta e nuove pellicole reattive alla luce naturale ed artificiale, vetri e materiali ceramici texturizzati, tessuti e materiali della più recente generazione, appaiono oggi tutti come la nuova frontiera del progetto.

Leggerezza, sottigliezza, trasparenza, opalescenza, cangianza e riflettenza, super-resistenza, plasticità, flessibilità, espressività, stratificazione, plurisensorialità e interattività, eco-efficienza, non sono che alcune delle molteplici valenze che possono essere combinate per caratterizzare i nuovi materiali.

Tali trasformazioni avvenute nelle conoscenze tecnologiche e nei processi di lavorazione delle materie, nonché l’innovazione nel settore dei materiali che presentano caratteristiche tali da essere utilizzati non esclusivamente nel campo dell’edilizia, hanno portato alla necessità di cercare risposte pratiche alle aporie di conoscenza e quindi alle domande di settori quali quello della produzione, del progetto e dell’informazione.

Elbphilharmonie Hamburg by Herzog and De Meuron - Hamburg, Germany (Project 2003) Dettaglio di facciata (cortesia dell’autore)
Elbphilharmonie Hamburg by Herzog and De Meuron – Hamburg, Germany (Project 2003) Dettaglio di facciata (cortesia dell’autore)

La luce come risorsa progettuale

La pelle dell’architettura e degli oggetti è sempre di più la dichiarazione esplicita e onesta di quello che l’edificio ed il prodotto desiderano diventare. La pelle manifesta l’identità, assicura interazione con il mondo circostante, traduce sensazioni ed interagisce con l’ambiente e con la luce.

Il rapporto luce e spazio, luce e materia sono sempre stati, ancor prima del movimento moderno, fenomeni basilari per il linguaggio dell’architettura stessa. Oggi l’architettura è soprattutto una superficie, una membrana espressiva ed interattiva, posta dentro lo spazio fluido della metropoli.

Questo rapporto sta generando un nuovo approccio metodologico progettuale e linguistico che si manifesta non soltanto attraverso pieni e vuoti, volumi alti o bassi, ma soprattutto attraverso un nuovo concetto della superficie architettonica, del materiale che la compone. L’architettura diviene, così, un involucro di superfici “dinamiche”, di pieni e vuoti fatti di luce e di una nuova materia.

In questo preciso periodo storico e culturale, in cui si manifesta sempre più la riduzione e “l’assottigliamento” degli spazi e la conseguente riduzione della profondità, appare molto importante progettare nuove superfici tridimensionali che creano volumetrie, caricandole di valore semantico nel rapporto sia con la luce naturale sia con quella artificiale. In questo modo la pelle degli edifici e degli oggetti si “tridimensionalizza”, diventa volume, intreccia nuovi spessori mediante la sua “reattività” con la luce sia naturale che artificiale.

La questione delle finiture, delle superfici e della loro “reattività” alla luce non può essere più una questione trascurabile nel progetto, anzi diventa di importanza vitale nel disegno in macro scala (l’architettura) e micro scala (l’oggetto). Le finiture mat (opache) e gloss (lucide) hanno un loro codice comunicativo ed un significato molto preciso, tale per cui le finiture cromate e scintillanti vengono privilegiate dagli edifici che intendono esprimere preziosità o potenza, mentre quelle opache appartengono alle architetture più sobrie.

Si evidenzia, pertanto, la necessità di pensare oggi alla pelle dell’edificio come strumento di comunicazione tra interno ed esterno, come superficie aperta a nuove espressioni progettuali, come membrana attiva relazionata con la scala urbana. Un filtro che permette alla luce di esaltare i materiali, arricchendoli di significato e importanza nello scenario della progettazione.

 Melogranoblu lighting installation - the Temporary Museum for New Design, Fuorisalone Milano 2012 (cortesia dell’autore)
Melogranoblu lighting installation – the Temporary Museum for New Design,
Fuorisalone Milano 2012 (cortesia dell’autore)

Il senso dell’high touche dell’high sensitivity, invece, richiede sia matericità e fisicità come valori aggiuntivi agli elementi costruttivi dell’architettura e del design, ma anche qualità performative ed emozionali attraverso l’impalpabilità fisica della luce, in cui scrivere nuovi racconti e storie che ci permettano di esplorare l’universo creativo.

(arch. Silvio De Ponte Conti con la collaborazione dell’arch. Sara Prestini – DPSA+D De Ponte Studio Architecture Design)

 

 

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