Giovanni Maria Filindeu

La luce fa innamorare l’architettura

Giovanni Maria Filindeu, architetto e interior designer

All’interno dei processi di formazione di uno spazio la luce si comporta come un elemento seducente ovvero avvicina a sé l’architettura. Ma la luce è anche il primo e più importante materiale dell’architettura. Non ci può essere infatti architettura senza luce e anche la più profonda delle oscurità è una manifestazione della luce. La luce non “arriva dopo” l’architettura.

Non è conseguenza dell’articolazione di uno spazio ma uno dei suoi elementi fondanti. Essa costituisce forse la più significativa relazione tra lo spazio e gli uomini. Uno “spazio terzo” posto tra l’ambiente – non ancora luogo – e la sua vita interna.

Il progettista non deve operare così nella precisazione della luce di uno spazio ma nella rivelazione dello spazio della luce.

Attraverso la capacità di trasformarsi rispetto all’ambiente e alle condizioni atmosferiche, la luce introduce nel progetto la dimensione temporale parlandoci di durata, attraversandone gli spazi o congelando gli istanti nella costruzione di forti immagini simboliche: una dimensione temporale che assumiamo eterna.

Per questo è possibile indagare la luce nel remoto della storia della nostra civiltà pur sapendo che le sue molteplici espressioni interrogano la contemporaneità. Non c’è epoca in cui la luce non sia stata campo di sperimentazione e scoperta. È quindi importante non cedere alla fascinazione del progresso tecnologico ma essere in grado di ricondurne gli avanzamenti scientifici e applicativi alla rivelazione del significato di spazi e luoghi.

Architettura, paesaggio, arte e design si incontrano nella luce formidabilmente capace di connotare il progetto dello spazio di aspetti multiscalari e multilayer.

Nei Paesaggi Alternativi dell’artista Benoit Paillé, la luce è raccolta, interpretata o innestata per produrre nuovi significati ma è favorita anche l’emersione di quelli rimossi o ancora inespressi: è sempre l’incontro tra una luce siderale ed una di prossimità.

Paillé ha vissuto tre anni viaggiando in camper e producendo le sue fotografie in contesti ambientali senza postproduzioni o tecnologie complicate. Particolarmente interessanti sono i lavori in cui l’artista colloca nello spazio un quadro luminoso che con la sua semplice presenza riesce a disarticolare i termini di realtà dei paesaggi intercettati durante i suoi viaggi: come un tassello mancante il pixel bianco dell’artista riorbita gli elementi del paesaggio risolvendoli o scomponendoli in un’immagine finale insieme poetica e sconvolgente.

Se cercassimo delle traiettorie convincenti del percorso esplorativo sulla luce da parte di artisti, architetti, designer e paesaggisti, il lavoro di Paillé potrebbe indicarcene una. Spazio, ambiente, tempo, durata, spetta a noi evidenziare la componente più significativa consapevoli che il progetto della luce è sempre un progetto di rivelazione.

Giovanni Maria Filindeu, architetto e interior designer

 

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