Exhibit Design

La luce e la moda

 

Parigi, Grand Palais. Allestimento per YSL 2008

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parola Guida: EXHIBIT DESIGN

Che sorgente c’è nella lampada che illumina la volta fuori dall’aula? Che colore ha la luce del proiettore sopra al portico superiore del cortile che illumina la statua di Napoleone? 

Gli studenti del Master in Light Design di Brera mi guardano in modo un po’ strano. Che domande sono? Cosa vuole questo, diranno: non è venuto a parlarci di luce e moda? L’aula è in fondo alle gallerie, con due finestre che guardano verso l’ingresso dell’Orto Botanico. Adesso c’è una luce di taglio che entra da una delle finestre, colpisce il tavolo bianco e si riflette sul soffitto. Spengo le fluorescenti.

Un giorno Mariano Fortuny ha visto questa luce e se n’è innamorato: l’ha usata per il suo teatro, per i musei ed anche, in fondo, per progettare i suoi abiti. È stato uno dei primi ad occuparsi di luce e moda. Se volete fare questo lavoro – dico agli studenti – dovete innamorarvi della luce, imparare ad osservarla, conoscerla, raccontarla, descriverla. Insomma, a pensarla.

Gli stilisti non capiscono molto di luce, dicono luce bianca e intendono le alogene, bisogna trovare delle parole e dei segni per comunicare il progetto della luce senza usare il linguaggio tecnico. Gli spazi della moda, negli ultimi anni, sono diventati sempre più ibridi e a-specifici, luoghi dove le funzioni si mescolano e si confondono: negozi come atelier, showroom come set televisivi.

Il lavoro di un light designer, nel campo della moda, ha più attinenza con il teatro e lo spettacolo che con l’illuminotecnica. La moda italiana, del resto, nasce con questo imprinting. Quando, nel 1952, Giovan Battista Giorgini, l’inventore del prêt-à-porter made in Italy, decise che era venuto il momento di “togliere la ribalta” a Parigi, pensò che per far prolungare il viaggio in Europa ai buyer e ai giornalisti americani e farli arrivare a Firenze – dove aveva raccolto un gruppo di giovani stilisti – fosse necessario andare oltre la presentazione degli abiti. Le sfilate della moda fiorentina vennero così affiancate da feste e spettacoli teatrali ospitati nei palazzi.

La moda italiana, fin dagli esordi, non usa l’immagine, ma lo spazio per promuovere il proprio stile, utilizzando il Rinascimento italiano come un set. Non deve perciò stupire se Giorgio Armani chiama Teatro lo spazio che si è fatto costruire da Tadao Ando nell’anfratto fra due edifici vicino a Via Tortona, per organizzare mostre, presentazioni di prodotti, feste. Non deve stupire se Dolce & Gabbana trasformano, con progetto dei Piuarch, un cinema degli anni ‘40, il Metropol di viale Piave a Milano, in uno spazio teatrale alla Fritz Lang per sfilate ed iniziative culturali e neppure se Prada presenta le proprie collezioni dentro lo spazio scarnificato della propria Fondazione allestito da Rem Koolhaas come un set di teatro d’avanguardia.

Spazio polivalente Metropol Dolce&Gabbana, Milano, scala (cortesia: Studio Piuarch, Milano)
Spazio polivalente Metropol Dolce&Gabbana, Milano, interno (cortesia: Studio Piuarch, Milano)

Significativa di questo rapporto tra moda, teatro e luce, la mostra itinerante che consacra il lavoro artistico di Giorgio Armani progettata da Robert Wilson, il cui lavoro sullo spazio scenico è da sempre giocato sull’interazione tra soggetto, luce e spazio. In quella mostra, ospitata anche alla Triennale di Milano, Wilson anima gli abiti storici di Armani con forme invisibili ed aeree, facendoli fluttuare nel vuoto, intersecati da presenze luminose filiformi.

Nell’ultimo decennio il sistema della moda ha prodotto progetti di architettura, di allestimento, di interni significativi, ma molto spesso ignorati da osservatori e critica: alcuni degli allestimenti per le sfilate della moda milanesi o parigine (come ad esempio quello per il marchio YSL 2008 al Grand Palais) sono esercizi di exhibit-design di sincera coerenza progettuale, dove la luce è uno degli elementi fondamentali per la creazione di uno spazio che rappresenti l’idea di collezione.

È sull’idea di luce che dovete lavorare, dico agli studenti di Brera, prima che sui mezzi e sugli strumenti. Adesso vi dividete in tre gruppi e progettate tre spazi per sfilate. Ma dove, qui a Brera? Certo. Uno sul portico superiore del cortile, uno nelle gallerie interne ed uno nell’Orto Botanico. Sembrano convinti. Vanno in sopralluogo e cominciano a progettare. Dove attacchiamo i proiettori? No, l’idea, mi raccomando, l’idea di luce. Questi stilisti non vogliono sapere nulla di Lux e Cutoff. Disegnate prima l’idea.

(a cura di arch. Dario Scodeller – storico del design)

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