Reale e Virtuale

La dimensione estetica della luce e la doppia costruzione dell’immagine

Charles e Ray Eames – Expo di Mosca, 1959 “Still of Glimpses of the U.S.A” (courtesy: ©Eames Office LLC)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida

PAROLA GUIDA: Reale e Virtuale

In un libricino di molti anni fa, dal titolo Per una teoria dell’illuminazione dei Beni Culturali, Armando Ginesi scriveva che “quando parliamo di ‘uso estetico della luce’ ci riferiamo alle sue possibilità di farsi strumento di conoscenza del prodotto artistico attraverso i sensi, sia mezzo d’espressione vero e proprio dell’arte, suo elemento costitutivo.”

Ogni qualvolta affrontiamo un tema di lighting design nello spazio espositivo è necessario quindi tenere presente questa doppia anima: la luce è lo strumento che permette l’esperienza estetica dell’opera, ma è, essa stessa, esperienza estetica.

In modo ancor più radicale, ne Gli strumenti per comunicare (1964), Marshall Mc Luhan sosteneva che la luce elettrica è informazione allo stato puro, un medium, per così dire, senza messaggio, senza un contenuto che ne limiti il potere d’informare e di trasformare.

Ci troviamo, così, di fronte ad un’apparente contraddizione: da un lato la luce ci fornisce l’impressione reale sensibile delle cose, dall’altro sembra mantenere una natura fondamentalmente astratta, aperta a molteplici aspetti della comunicazione: chi progetta nel campo dell’illuminazione museale o dell’allestimento sa che opera sempre una trascrizione finalizzata alla costruzione di un’immagine.

Da quando, a fine Ottocento, Adolfo Venturi (il padre di tutti gli storici dell’arte italiani), iniziò a proiettare durante le sue lezioni immagini di opere d’arte sviluppate su lastre di vetro alla gelatina, la dimensione virtuale delle opere ha sempre accompagnato la loro conoscenza diretta.

Narrazione virtuale che raggiungerà una delle sue forme più rappresentative e spettacolari nell’allestimento della mostra Still of Glimpses of the U.S.A , realizzata da Charles e Ray Eames all’Expo di Mosca del 1959 dove – su cinque grandi schermi collocati all’interno del padiglione disegnato da Buckminster Fuller – veniva proiettata la mirabolante visione dell’American Way of Life.

Lisbona, MAAT – installazione, 2019 (courtesy: ©Dario Scodeller)

Nei musei e negli allestimenti contemporanei questa doppia costruzione dell’immagine è sempre più evidente ed è collegata alla trasformazione degli spazi espositivi in luoghi di narrazione, tendenza che accentua il carattere antropologico del museo, con i reperti chiamati – assieme ai testimoni del tempo – a far rivivere la storia (antica o contemporanea) per farci prendere coscienza della nostra condizione presente.

In un precedente articolo abbiamo ricordato come, in Italia, Studio Azzurro sia stato il precursore di una nuova dimensione interattiva, partecipativa e narrativa dello spazio espositivo, sulla scia delle cui esperienze oggi vediamo realizzati diversi modelli di esposizione.

Nel War Childhood Museum , il museo dell’infanzia di guerra (che, prima di prendere forma stabile a Sarajevo, è stato allestito come mostra itinerante), le memorie fisiche in forma di reperti – oggetti personali, storie, testimonianze audio e video, fotografie, lettere, disegni – parlano dell’esperienza della crescita in tempo di guerra dei bambini bosniaci.

Sarajevo – War Childhood Museum (credit: War Childhood Museum)

La luce sotto la quale il visitatore rivive (nei limiti del possibile) la condizione dell’infanzia segnata dal conflitto, sembra quasi quella di un’allucinazione onirica, rimarcata dalle ombre colorate portate sul pavimento. Ma se qui è la potenza evocativa degli oggetti a tenere saldo il legame tra immagine e realtà, che cosa succede se il museo rinuncia al potere dei reperti – e alla loro traduzione in immagine operata dalla luce – per affidarsi unicamente alla narrazione virtuale o aumentata?

Mestre, M9 – Museo del Novecento, 2020 – Installazione interattiva (courtesy: ©Dario Scodeller)

C’è un caso studio emblematico: si tratta dell’ M9 – Museo del Novecento a Mestre inaugurato nel 2018, un museo del territorio e della storia delle sue trasformazioni narrati nel più ampio contesto della storia italiana.

Allestita all’interno di una riuscita architettura contemporanea progettata dallo studio Sauerbruch Hutton, la formula museale si basa qui su una radicale rinuncia alla fisicità delle memorie, per dare spazio ad un racconto-spettacolo visivo fatto di immagini confezionate nelle forme più disparate: pareti luminose, proiezioni, video interattivi, il tutto allestito all’interno di una scena teatrale “al nero”.

La personale opinione di chi scrive è che queste esperienze interattive e le installazioni visive e immersive dei megascreen trovino comunque la loro massima efficacia quando ‘appoggiano’ il loro racconto su testimonianze ‘fisiche’, per dare al visitatore una concreta pienezza nell’esperienza di visita a 360°.

Ripartendo quindi dalle problematiche generate dalla recente pandemia nel settore del consumo culturale, ci troveremo sicuramente un’altra volta di fronte alla necessità di affrontare – ripensandoli sul piano curatoriale e progettuale – a tipologie ulteriori di rapporto tra realtà e memoria, tra reale e virtuale e alla costruzione dell’immagine attraverso la luce.

(a cura di Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia) 

 

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