Tecniche della luce e comunicazione pubblicitaria

Immagini, parole per vedere

Da “Caravaggio in Cucina”, ‘Tempesta di rubini’, 45 x 60 cm (courtesy photo: Renato Marcialis)
Da “Caravaggio in Cucina”, ‘Tempesta di rubini’, 45 x 60 cm (courtesy photo: Renato Marcialis)

Qual è il ruolo e che parte ha la luce nella costruzione della comunicazione visiva dell’immagine? Abbiamo voluto parlarne con alcuni dei più interessanti nomi fra i professionisti della fotografia specializzata, a cavallo fra Food e…Ferrari

I pensieri che introducono questa nostra lettura dei rapporti che intercorrono fra il mondo dell’immagine fotografica pubblicitaria professionale e i diversi ambiti dei settori industriali, fra i quali si colloca la produzione di immagini per il Food, sono liberamente mediati da una simpaticissima conversazione che abbiamo avuto con Renato Marcialis, uno dei tre fotografi che presentiamo in queste pagine, nella quale si è parlato di richiesta della committenza, di tecniche, del rapporto fra luce e colore e di evoluzione del mondo della comunicazione oggi.

Il committente e la sua richiesta

Quasi sempre, il committente non ha in genere cognizioni tecniche e la sua richiesta è invariabilmente quasi sempre quella di esaltare al massimo il suo prodotto, nell’ambito di quelle che sono le sue immagini a catalogo, ottimizzandone le caratteristiche, esaltandole nel miglior modo possibile.

La risposta del fotografo

La ricerca dell’immagine giusta allora sembra porsi allora in una sperimentazione delle tecniche e dell’illuminazione continua, operando in modo costante per differenziare il proprio lavoro da quello degli altri. L’altro elemento fondamentale è il dosaggio degli ingredienti: non si deve mai esagerare comunque con la luce tout court e lavorare per tirar fuori dall’immagine quella tridimensionalità, che non possiede di norma un supporto monodimensionale, quale è una rivista, un catalogo o un libro.

Il rapporto fra luce e colore

Sembra sia tassativo lasciar perdere quanto c’è scritto nei manuali. Si tratta infatti prima di tutto di una questione di gusto, anche se – se parliamo di immagini per la gastronomia – sarà opportuno ricordare che è sempre meglio utilizzare un po’ più di gialli o di rossi, piuttosto che di verdi  o blu, che sono da evitare assolutamente! Anche per quanto riguarda la temperatura di colore, i 6500 K sono assolutamente da evitare, perché rendono l’immagine troppo bluastra, fredda, a meno che – ma è estremamente raro – non lo richieda il soggetto.

Comunicare: ieri & oggi

Il mercato della comunicazione è molto cambiato negli ultimi due decenni: la grande innovazione e spinta tecnologica e evoluzione in termini strumentali non ha sempre coinciso con la qualità del modo di lavorare. Se i social network sono fantastici per connettere all’istante persone dall’altro capo del mondo, ma – ahimé – anche dirimpettai di scrivania, lo stress del tutto subito e talvolta delle eccessive semplificazioni nei brief portano a risultati non sempre all’altezza della qualità desiderata.

Dal punto di vista delle professionalità, sono avvenute in alcuni casi sovrapposizioni dei ruoli e invasioni di campo, che spesso hanno causato fraintendimenti o incomprensioni fra le figure della filiera. Forse è arrivato il momento di recuperare le competenze storiche di questo mestiere del comunicare per immagini e ritrovare un filo diretto fra le “memorie storiche” di questa professione e i differenti centri di istruzione e formazione, come le scuole di comunicazione, grafica e Design.

RENATO MARCIALIS

Il fotografo Renato Marcialis (courtesy: Renato Marcialis)
Il fotografo Renato Marcialis (courtesy: Renato Marcialis)

Renato Marcialis nasce a Venezia nel 1956 e da oltre 38 anni è specializzato nel setto eno-gastronomico. Nel 1970 inizia la grande avventura di un ancora inconsapevole artista dell’immagine.

Comincia a lavorare in bottega dove ha l’occasione di osservare sul campo il lavoro di due fotografi specializzati in meeting aziendali e matrimoni della Milano bene, dove ville da sogno e pranzi da favola sono all’ordine del giorno.

Dopo due anni cambia studio e viene “promosso” stampatore da un fotografo specializzato in riprese industriali: lampadari, giocattoli e articoli da regalo. Dopo sei mesi di quella vita Renato, ormai diciassettenne, si sente pronto al grande passo di lavorare in proprio. Nel frattempo il fratello maggiore Riccardo, già art director affermato, inizia una nuova avventura nella fotografia di gastronomia e nel 1976 propone a Renato una collaborazione che durerà ben dieci anni.

Successivamente decide di aprire uno studio per conto suo e negli otto anni seguenti fotograferà di tutto: dalla moda, al reportage, dallo still-life alle riprese industriali, per poi abbandonare tutto nel 1992 per specializzarsi esclusivamente nella gastronomia. Arrivano i riconoscimenti pubblici: appare negli “inserti ” delle riviste specializzate, viene premiato a Venezia  con i colleghi Oliviero Toscani e Vittorio Storaro e nello stesso anno vince anche la Golden Mamiya a Numana.

Il passo verso l’arte è breve. Da una sperimentazione della luce, nasce “Caravaggio in cucina”. E non finisce qui.

Renato Marcialis – Cliente: BOFROST

(courtesy photo: Renato Marcialis)
(courtesy photo: Renato Marcialis)

L’illuminazione di queste immagini consiste di due punti luce: la prima una luce avvolgente costituita da una torcia flash di 2400 W accessoriata da un bank diffusore di  60 X 80 cm, la seconda da un fascio di luce a scarica Daylight che simula il sole da 1500 W,  accessoriato da ottica con lenti concentranti e mascherina effetto fronde.

Eseguiti tutti i passaggi sul set fotografico (composizione – inquadratura – misurazione di potenze luci ), si imposta il diaframma su F 32 e si esegue il primo scatto con la luce del flash sottoesponendo di uno stop.

Fatto questo, si spegne il flash e si accende la lampada a scarica lasciando che raggiunga in 2 o 3 minuti la temperatura colore desiderata.

Si espone poi una seconda volta a diaframma 5,6 ottenendo alla fine degli effetti di fuoco e fuori fuoco “magici”.

Renato Marcialis, Serie “Caravaggio in Cucina” – Cliente: Epson

“Bombe di dolcezza” (courtesy photo: Renato Marcialis)
“Bombe di dolcezza” (courtesy photo: Renato Marcialis)

Per “Caravaggio in Cucina” il concept è tutto nell’ utilizzo di una fonte di luce molto concentrata: per questa tecnica utilizzo esclusivamente una fibra ottica con lampada dicroica. Dopo aver posizionato il soggetto/i sul set e averlo inquadrato secondo il mio gusto, imposto la macchina fotografica con il diaframma più chiuso e con tempo d’apertura dell’otturatore indeterminato  (T).

Oscuro l’ambiente sino ad ottenere una penombra, giusto per non inciampare negli ostacoli che mi circondano. Apro l’otturatore ed incomincio a far “danzare” la luce con vibrazioni fatte dalla mano che impugna la fibra ottica: in questo modo vado a dosare la luce dove ritengo sia più opportuno sino ad ottenere il risultato che mi aspetto.

Fatto lo scatto lo valuto solo visivamente al computer, e procedo per successivi  tentativi fino a quando trovo quello giusto, senza interventi di sorta di postproduzione. Lo scopo è quello di ottenere un effetto pittorico, come appunto farebbe Caravaggio in cucina.

CARLO FACCHINI

Il fotografo Carlo Facchini (courtesy photo: Silvia Campagna)
Il fotografo Carlo Facchini (courtesy photo: Silvia Campagna)

Carlo Facchini inizia a fotografare a 16 anni e sviluppa le sue prime foto in una camera oscura costruita nella cucina di casa. La sua formazione universitaria presso l’Università Cattolica di Milano è in ambito finanziario, ma la sua attenzione è stata sempre rivolta altrove. La sua carriera professionale inizia nel 1968 con Publifoto, un’agenzia fondata da Vincenzo Carrese.

Percorrendo i diversi ambiti della fotografia di reportage, Facchini seguendo le attività dell’agenzia ha cominciato ad occuparsi di fotografia industriale, poi di pubblicità e poi anche del fashion.

Mediando i segreti e le tecniche specifiche della fotografia pubblicitaria dal confronto con diversi talenti emergenti della fotografia professionale in quegli anni, Facchini inizia ad approfondire a partire dal 1972 le tecniche e l’ambito della fotografia pubblicitaria proprio per le caratteristiche di sperimentazione di questo specifico settore professionale.

L’evoluzione della tecnologia fotografica, con il passaggio al digitale, lo trovano convinto che dopo la durezza della transizione, gli elementi in gioco non siano cambiati: la fotocamera è ancora lì, bisogna saper guardare e il gusto è tutto ciò che serve. Opera a Milano con il suo studio Hocus Focus.

Carlo Facchini – Cliente: Geminos

Saldatura con cannello (courtesy photo: Carlo Facchini)
Saldatura con cannello (courtesy photo: Carlo Facchini)

Nelle immagini realizzate per documentare le particolari lavorazioni di un laboratorio artigianale di gemelli per uomo la situazione in esterno presentava un ambiente caratterizzato da un sistema di luci miste prodotte dall’illuminazione generale artificiale e dalla luce naturale proveniente dalle vaste aperture, tipiche di un ambiente produttivo.

In questo caso, tenuto conto dei vincoli delle luci d’ambiente, ho voluto valorizzare la preziosità e la particolarità degli strumenti di lavorazione, il calore e l’usura dei legni dei banchi di lavoro, i bagliori degli attrezzi metallici, il fascino dei movimenti minuziosi delle mani degli artigiani.

L’intenzione è stata quella di tradurre in una forma poetica e al tempo stesso puntuale e minuziosa questi elementi per offrirne anzitutto una narrazione suggestiva e seducente. La soluzione tecnica adottata ha previsto l’impiego di luci miste elettroniche e di luci pilota e l’utilizzo di tempi di esposizioni lunghi così da ottenere immagini che non bloccassero in una forma asettica i movimenti degli operatori e piuttosto ne potenziassero il dinamismo, così da interpretare l’abilità e l’esperienza artigianali come valori fotograficamente evocativi.

Carlo Facchini – Cliente: Voiello

 Un’ immagine di Food è tecnicamente e concettualmente uno still life che presenta complessità maggiori rispetto alla riproduzione fotografica di altri tipi di soggetti.

La natura deperibile o comunque facilmente alterabile degli alimenti presuppone, di per sé, una organizzazione rigorosa del set ma soprattutto la richiesta del committente è sempre di poter offrire la massima appetibilità del prodotto rappresentato.

Un caso interessante è quello della campagna che abbiamo realizzato per Voiello. Qui l’esigenza era di presentare in modo nuovo ed espressivo nuovi prodotti. La soluzione tecnica che ho sperimentato in questo caso è diventata linguaggio e dunque strumento per tradurre le esigenze del committente.

Voiello: fusilli, broccoli, peperoncino (courtesy photo: Carlo Facchini)
Voiello: fusilli, broccoli, peperoncino (courtesy photo: Carlo Facchini)
Voiello. Spaghetti, cucchiaio (courtesy photo: Carlo Facchini)
Voiello. Spaghetti, cucchiaio (courtesy photo: Carlo Facchini)

L’utilizzo di un obiettivo macro, che ha comportato una serie di accorgimenti complessi rispetto alla restituzione dei fuochi, ha fatto sì che i diversi formati di pasta diventassero di per sé espressivi e fotograficamente potenti e ha permesso di sintetizzare i consueti condimenti accessori della pasta in una forma quasi metaforica. L’illuminazione con torce elettroniche dirette, senza

diffusori, è stata scelta per valorizzare ulteriormente i valori delle superfici e dei volumi della pasta.

ORAZIO TRUGLIO

Il fotografo Orazio Truglio

Orazio Truglio nasce a Milano nel 1960 e inizia ad avvicinarsi al mondo della fotografia per caso. Dopo essersi diplomato in grafica pubblicitaria, all’età di 20 anni ha l’opportunità di entrare in cuna casa editrice specializzata in moda.

In questo ambito matura la decisione di diventare fotografo nell’ambito del fashion e si divide per 6 anni fra lavoro di studio e sfilate.

A 26 anni apre uno studio tutto suo e decide poi ad un certo punto di dedicarsi a settori diversi. Variego, il nome che ha deciso di dare al suo studio, rappresenta proprio questo intento: non soltanto shooting di moda, ma immagini pubblicitarie di diverso tipo, ritratti di persone celebri e soprattutto scatti action di auto  e moto.

Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)
Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)

A proposito di luce e fotografia

“Quando qualcuno guarda una mia foto,  spesso mi viene chiesto con che macchina l’ho scattata. Qualcuno più arguto azzarda l’ottica. Io li deludo, non lo ricordo mai. Nessuno infatti si ferma mai sulla luce. La luce. Fotografia è “scrivere con la luce”, ma sembra che pochi se lo ricordino.

Ho sempre considerato una buona immagine per due fattori: scelta del punto di vista e posizione delle luci. La variabile della luce c’è sempre, anche quando non lo immagini. In studio è totale, in esterni è parziale e compensata con la scelta del punto di ripresa.

La luce è sempre stata per me un elemento di distinzione. Ridley Scott diceva: “Non c’è luce giusta se non quella che ti entra in macchina”, citazione questa riportata dal grande Dario Piana, amico regista e maestro di numerosi giovani e non più giovani registi pubblicitari nazionali.

Penso avesse ragione. In fotografia non è sempre così, ma posso asserire che un buon controluce risolve quasi tutto. Saper fare le luci è sempre stata prerogativa del buon fotografo. Allo stesso modo non saperne nulla è oggi un elemento che sta portando allo spostamento dello zero della scala del Bello”.

Orazio Truglio – Cliente: Ferrari

Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)
Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)

Questo è un set per fotografare automobili autocostruito ed estremamente versatile. Si avvale di una vela di 6 x 3 m che funge da bank. L’illuminazione è a luce flash, con monotorce Bowens  da 400-500-900-1200 W, esattamente 8 punti luce. Si tratta di un sistema che è nato per fotografare la F1 Ferrari nel 1993, primo anno della mia collaborazione con la casa di Maranello, quando – impossibilitato a portare la vettura in uno studio – ho immaginato di portare lo studio in Ferrari.

Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)
Ferrari 275 GTB4, 1967 (courtesy photo: Orazio Truglio)

A quell’epoca la sfida era notevole: non c’era il digitale e la pellicola non consentiva nessun intervento di post produzione. Le immagini dovevano essere scattate nel corso della notte precedente la presentazione alla stampa e consegnate  in mattinata in misura di 4500 duplicati 24 x 36.

Quello stesso set è ora al servizio di numerosi set che realizzo in garage di tutta Europa per clienti collezionisti privati. La Ferrari fotografata è una 275 GTB4 del 1967, un esemplare meravigliosamente restaurato da Kessel Classic di Lugano.

(Massimo Maria Villa)

 

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