Il progetto per le mostre

Illuminare le opere d’arte: le scelte prioritarie

Milano, MUDEC. “Bansky. A visual protest” (2018). L’illuminazione è di tipo diffuso dall’alto con pannelli luminosi e localizzata sulle opere con proiettori tc 4000 K e filtri diffusori. Strip LED dimmerabili sono disposte nei tagli sui muri (cortesia dell’Autore)

Come deve essere l’illuminazione nel caso delle grandi mostre temporanee, spesso ospitate all’interno di musei o nel contesto di ‘contenitori’ architettonici storici?

Mi occupo da anni di luce e, anche se ho illuminato più di cento grandi esposizioni d’arte, ogni volta che ricevo un incarico mi chiedo quale debba essere la luce giusta per quell’autore, per quel luogo e per quella mostra. Ovviamente le opzioni sono diverse e sempre dettate dalle singole circostanze ma ritengo che la premessa fondamentale di ogni scelta sia quella di illuminare le opere senza prevaricarne la bellezza.

Palermo, Oratorio di San Lorenzo. “Caravaggio Natività (clone)” (2015). Illuminazione con sagomatori e filtri diffusori nascosti nei balconi laterali (cortesia foto: Lorenzo Piazza)

La funzione “cosmetica” della luce

La luce dovrebbe avere perciò una funzione prevalentemente cosmetica, riuscendo a nascondere qualche lieve imperfezione causata sull’opera dal tempo.

La cosmesi si risolve nella pratica del trucco e il termine “trucco” indica proprio il fatto che occorre agire senza che nessuno si accorga del nostro intervento, tanto più riuscito quanto più nascosto nella apparentemente genuina naturalezza del risultato.

In questo senso, in termini generali (e a meno che non lo si voglia) bisogna far in modo che la luce non manifesti la propria distraente presenza attraverso forme quali ovali, ellissi e cerchi luminosi proiettati sulle pareti intorno alle opere e questo lo si ottiene dotando gli apparecchi di filtri diffusori.

L’importanza dell’uso dei filtri diffusori

Venezia, Palazzo Grimani. Mostre “Giorgione” (2010) e “Bosch” (2011). Schema dell’illuminazione con sagomatore posto in esterno (cortesia dell’Autore)

I filtri diffusori fanno in modo che la luce che colpisce l’opera svanisca sulla cornice o gradualmente sulle pareti evitando così di produrre forme e macchie luminose che distraggono l’attenzione degli astanti.

Detti in gergo “gelatine”, i filtri diffusori sono molto utilizzati in teatro ma poco conosciuti in ambito museale tanto che quasi tutti gli apparecchi di illuminazione e i sagomatori normalmente adoperati per le esposizioni d’arte sono privi di qualsiasi portafiltri e si è spesso costretti a bloccare le gelatine con nastri adesivi e pinzette metalliche.

Questo non vuol dire in generale che non si possa decidere di contornare l’opera d’arte e in particolare i dipinti con una forma luminosa utilizzata come enfasi e come contrappunto dell’opera stessa, ma tale scelta deve essere oculata, consapevole e approvata dal curatore che è il regista dell’evento espositivo.

Milano, Palazzo Reale. “Keith Haring About Art” (2016). Illuminazione con Par LED con tc 4000 K con filtri diffusori e alette taglialuce (cortesia foto: Studio Quintiliani Illuminazione)
Milano, Palazzo Reale. “Durer” (2018). Illuminazione con sagomatori e barre rigide filet LED dimmerabili sottolineano i pannelli espositivi (cortesia foto: Yin Jiaqi)

Progettare il lightscape in funzione delle opere

Da questo assunto, per me fondamentale, discende la scelta prioritaria che riguarda il lightscape dell’intervento: illuminare a giorno tutto l’ambiente, piuttosto che illuminare solo la parete interessata dalle opere e parte dell’ambiente, o ancora illuminare solo le opere.

Ovviamente questa scelta dipende dalla datazione dell’opera e dalla sua cifra stilistica ma – in genere e per la mia esperienza – posso dire che per gli autori “antichi” si preferisce un’illuminazione puntuale concentrata solo sulle singole opere mentre per i “contemporanei” si opta spesso sull’illuminare anche e uniformemente le pareti o l’intero ambiente.

Milano, Palazzo Reale. “Da Raffello a Schiele” (2015). La luce puntata sul pavimento rischiara l’ambiente e stabilisce l’ingresso alle diverse sezioni espositive (cortesia foto: Danilo Alessandro)

Quale temperatura colore per la luce?

Milano, MUDEC . “Roy Lichtenstein – Multiple Visions” (2019). Illuminazione diffusa e localizzata realizzata con proiettori con tc 4000 K e filtri diffusori (cortesia dell’Autore)

Un’altra scelta prioritaria riguarda la temperatura di colore della luce utilizzata e anche qui l’esperienza e il buon senso suggeriscono una luce calda (3000K) per gli “antichi” e una luce più fredda (4000K) per i “contemporanei”.

Anche in questo caso possono venir utili le gelatine e in particolare i filtri di conversione con i quali è possibile modificare la temperatura colore degli apparecchi disponibili senza modificare l’indice di resa cromatica che ovviamente deve essere superiore a 90.

In conclusione si tratta di suggerimenti semplici ma molto meno ovvi di quanto si possa immaginare e solo dopo aver compiuto queste scelte prioritarie si può procedere ai calcoli illuminotecnici che da soli, purtroppo, non garantiscono quasi mai la piacevolezza dei risultati…

(a cura di arch. Francesco Murano, docente e lighting designer – Studio Quintiliani Murano, Como)

 

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