Maurizio Rossi

Il valore dell’esperienza

Il lighting designer Maurizio Rossi (cortesia: Maurizio Rossi Lighting Design)

Abbiamo incontrato un lighting designer che ha sviluppato la sua attività da un osservatorio un poco discosto rispetto ai percorsi classici della professione e che ha fatto la sua formazione negli Stati Uniti, in una realtà operativa molto diversa dalla nostra

Il lighting designer Maurizio Rossi si forma professionalmente a Roma collaborando a progettazioni in differenti ambiti operativi, e lavorando 4 anni per uno studio specializzato in calcoli del c.a. , oltre a dedicarsi al progetto di arredamenti per interni. Più tardi, approfondendo professionalmente la sua esperienza negli Stati Uniti, scopre la sua passione per la luce attraverso un percorso apparentemente casuale, fatto di incontri ed opportunità. Dal 1982 opera come Lighting Designer presso il suo studio di Roma, città dove è nato.

Rossi è l’unico Lighting Designer in Italia membro professionale IALD (International Association Of Lighting Designers) e nel suo approccio al lavoro trasmette immediatamente l’amore per la professione ed il temperamento appassionato, il gusto per la tecnica e per la bellezza.

Diventare lighting designer

Siamo subito incuriositi dalla sua storia professionale, e dalla sua formazione non esattamente “tradizionale”. Rossi ci racconta il suo incontro con la luce che avvenne negli Stati Uniti e come senza saperlo “…capitò al posto giusto al momento giusto”.

Rossi lavorava come progettista di arredi per ufficio e scuole, la Herbert L. Farkas Company, in New Jersey e parallelamente sviluppava l’interesse per uno specifico materiale, il Plexiglas, con il quale creava sculture luminose. Fu la moglie ad indicargli un’inserzione nel New York Times, nella quale si cercavano Lighting Designer (gli Stati Uniti erano tanto più avanti di noi….).

Rossi ammette che fu preso nello studio di Seymour Evans nel 1969 senza nessuna esperienza specifica o tecnica ma grazie al suo ampio background professionale e, soprattutto, grazie alla sua creativa “italianità”, già famosa in tutto il mondo. Seymour Evans in quegli anni era uno dei Lighting Designer più famosi e ricercati di New York, e presso il suo studio Maurizio Rossi ha l’opportunità di un’eccezionale formazione pratica e teorica, anche perché – contemporaneamente all’impegno lavorativo nello studio – ottiene la qualificazione di Lighting Designer con studi specifici.

La sua carriera prosegue con Howard Brandston, un altro nome decisivo nel mondo della luce statunitense, e presso il suo studio ha l’opportunità di lavorare con diverse figure professionali: artisti, architetti, designer e paesaggisti come il grande architetto brasiliano Burle Marx.

Nel 1972 Brandston e Rossi aprono in partnership uno studio di architectural lighting design a Milano: Rossi rientra dunque in Italia con un grandissimo bagaglio professionale e tecnico, assolutamente all’avanguardia in quegli anni anche per la scena milanese, per tornare negli U.S.A. nel 1978 dove – oltre all’attività progettuale – si dedica anche all’insegnamento universitario con corsi “post-graduate” di lighting design. Tornato in Italia, dal 1982 opera con un suo studio a Roma.

Il Ristorante “Convoglia” – Stazione Termini, Roma (cortesia: Maurizio Rossi Lighting Design)
Roma, Ristorante Nuovo Mastai (cortesia: Maurizio Rossi Lighting Design)

Il lighting design non crea le cose, ma le fa percepire

Poche sintetiche parole occorrono a Maurizio Rossi per spiegarci il suo modo di concepire il progetto della luce. “Se ho una cupola posso fare diverse cose, la posso illuminare mettendo dei proiettori in qualsiasi modo, la tecnologia ne mette diversi tipi a disposizione…posso utilizzare tutto, oppure posso chiedermi come l’uomo percepisce la cupola? Gli occhi captano i segnali visivi che vengono elaborati dal cervello, un organo che ha regole specifiche ed è sensibile ad una psicologia legata a fattori ancestrali, culturali, geografici, meteorologici, ecc.

La conseguenza di questo è che attraverso un’esauriente analisi architettonica, si cerca di individuare i segni ed i colori che danno la propria personalità identificativa ad una “forma”: e i risultati daranno – con il profilo psicologico dello “spettatore tipo” – le indicazioni necessarie per sviluppare un’illuminazione architettonica che soddisfi il più possibile i risultati delle nostre ricerche .”

Dunque illuminare non è decorare, occorre analizzare l’oggetto, capirne le forme essenziali, capire come vengono percepite, e non tutte le persone percepiscono nello stesso modo, e c’è anche una dimensione culturale di cui necessariamente bisogna tener conto.

“L’esempio più pratico è l’illuminazione di un ristorante. Se siamo in Italia generalmente andare al ristorante è sentito come una festa, un’occasione gioiosa e conviviale, devo vedere bene le persone, leggere chiaramente  il menù, apprezzare quello che sto mangiando anche con gli occhi… il cibo per noi è un rito sociale. Diversamente negli Stati Uniti a prevalere è il romanticismo, quindi il ristorante vuole una luce soffusa e tutto quel che segue… L’analisi architettonica del tavolo da pranzo è la medesima, ma cambia il contesto…”.

“Il progetto parte sempre da un’analisi del contesto e del soggetto, entrambi indispensabili, le apparecchiature vengono dopo…”.

Bank – John Street, New York, N.Y., USA (cortesia: Maurizio Rossi Lighting Design)

Luce nazionale e luce internazionale

Approfittiamo della duplice esperienza professionale di Rossi per capire se ci sono differenze tra il Lighting Design “nazionale” e quello “internazionale”, e se ci sono differenze da dove hanno origine. Scopriamo che le differenze sono molte, probabilmente derivanti dal diverso approccio alla progettazione, uno più razionale e l’altro più creativo. Naturalmente l’approccio razionale o sistematico è dall’altra parte dell’oceano! Là, dove il mercato individua un’esigenza, si risponde con una organizzazione che parte dalla formazione: il sapere viene cioè organizzato e proposto sotto forma di corsi universitari specifici ed organizzati, corsi teorici e pratici.

In Italia invece siamo maestri nell’arte di arrangiarci, “…siamo partiti da designer che hanno progettato magnifici oggetti esposti oggi al MOMA, e poi ci siamo accorti che forse questi oggetti luminosi potevano avere anche altri significati… Nella nostra stupenda creatività tutti facciamo illuminazione!”.

In Italia sostanzialmente la cultura della luce ha radici aziendali. Si è partiti da un prodotto, si è dato poi al prodotto un contenuto, sempre più specifico e sempre più tecnico, fino a sentire il bisogno di organizzare la tecnologia: non a caso i primi corsi tecnici sono stati organizzati e sostenuti dalle grandi aziende.

“…E’ relativamente recente l’introduzione di corsi universitari ” Master”, che sono spesso fine a se stessi, nel senso che non sono posti a conclusione di un regolare corso accademico di lighting design, sviluppato in un certo numero di anni: voglio dire che trovo svuotati di significato corsi di questo tipo, senza l’esistenza a monte di propedeutici corsi regolari e riconosciuti di studi. Inoltre, questi corsi si avvalgono di un sostanzioso esborso finanziario per chi li segue…in più nel nostro Paese, se voglio accedere ad un concorso pubblico devo essere sponsorizzato da un architetto, la mia professionalità non è riconosciuta, tanto meno i miei titoli di studio… e questa è una situazione tipicamente e unicamente italiana..”.

Si tratta purtroppo di una situazione oggettiva, di cui abbiamo parlato molte volte, sulla nostra rivista, la nostra non è una professione “legalizzata”, siamo partiti con passi incerti e tortuosi, ma tutto sommato con un lento procedere… Ci sentiamo ottimisti, prima o poi si farà della luce un mestiere, prima o poi avremo nei comuni tecnici competenti che giudicano il nostro lavoro, prima o poi ci saranno per il nostro mestiere regole che dovremo tutti seguire!

Roma, Marriott Grand Hotel Flora (cortesia: Maurizio Rossi Lighting Design

Ci chiediamo allora: e se domani volessimo diventare Lighting Designer?

“La professione c’è, ci sono anche seri professionisti, non è assolutamente detto che per imparare un mestiere bisogna andare a scuola! Si può essere bravissimi perché abbiamo studiato per conto nostro, o perché abbiamo accumulato anni di esperienza, occorre però avere già in tasca un titolo…”

In attesa di un corso “legale” sappiamo che abbiamo altre strade, ad esempio quella di fare esperienza, un po’ alla volta, presso gli studi professionali o le aziende e poi rafforzare l’esperienza con corsi tecnici specifici; ci sono i corsi di specializzazione dentro i corsi di laurea, ci sono anche i master… Un po’ alla volta affineremo le conoscenze in una specifica direzione, perché al Lighting Designer sono richieste una infinità di competenze… “La luce coinvolge tutto, dove si ferma il Lighting Design? Ci serve l’architettura, ci serve la psicologia, il teatro, ci serve la scenografia, l’arte, la tecnica… meno male che ci sono gli specialisti!”

Sulle associazioni di categoria

Maurizio Rossi è l’unico designer in Italia a far parte dal 1975 dello IALD (International Association of Lighting Designers), chiediamo quali sono le ragioni di una scelta che pare oggettivamente inconsueta. “Iald, l’organizzazione nata a New York intorno al 1968, è quella che meglio mi rappresenta professionalmente. Questa associazione mosse i primi passi presso lo studio di Howard Brandston dove io allora lavoravo, ed è garanzia per me e per i miei clienti di qualità professionale; tuttavia qualunque associazione che intraprenda il percorso per la formazione di un vero corso accademico con riconoscimento legale sarebbe la benvenuta”.

Un progetto non è mai finito…

Volevamo intravvedere la persona dietro al professionista, e anche questa volta è emerso un vissuto fatto di contrasti ma anche di scelte coraggiose, sulle quali scopriamo anche qualcosa in più, quando chiediamo a Rossi delle soddisfazioni e delle insoddisfazioni di questo mestiere… “Io non sono contento di nessun lavoro mai! Un progetto non è mai finito, ci sono sempre degli spazi di miglioramento, idee che arrivano ‘dopo’… Il lavoro che mi ha dato più soddisfazione è una villa a Stresa, che ho progettato qualche anno fa. Sono riuscito a fare il progetto senza andarci fisicamente, ma semplicemente attraverso la realtà virtuale e i molteplici mezzi di comunicazione che abbiamo.

Il Lighting Designer per ragioni di parcelle riesce, generalmente, ad entrare solo in lavori molto grandi o molto ricchi… Se si riuscisse a contenere in qualche modo le spese questa sarebbe una professione molto più diffusa e molto più facile, e ne avrebbero vantaggio anche i nostri clienti.

E’ stato un progetto piacevolissimo per il risultato, ma soprattutto da un punto di vista concettuale…. Le insoddisfazioni non so… questo è un lavoro divertente! La cosa più dura forse è il momento in cui le idee non vengono… le idee, almeno a me, non vengono mai subito, dunque il lavoro più difficile è da sempre quello che sto facendo nel momento in cui me lo chiedono!

Fra le cose che mi piacerebbe fare c’è l’illuminazione di un bel sito archeologico: mi piacerebbe far percepire il nostro passato facendolo risaltare leggermente con luci ed ombre per provocare il risveglio dell’immaginazione e della curiosità del visitatore. Personalmente non credo che l’illuminazione della nostra storia debba ridursi ad un rutilante spettacolo televisivo.”

(a cura di Maria Genoni, progettista – Milano)

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