Niccolò Adolini e Daniel Simonini

Il Design richiede metodo

I designer Daniel Simonini e Niccolò Adolini nel loro studio

Il design visto dai giovani designer, l’approccio, le idee, i prodotti e alla fine di tutto quello che forse si dovrebbe fare per lanciare una rinnovata stagione per la creatività a Milano

Abbiamo incontrato due fra i giovani designer più interessanti nel panorama delle nuove leve in Italia; il loro lavoro – pur su percorsi differenti – li ha condotti a far convergere alla fine le loro attività nel percorso comune e insieme nella responsabilità condivisa di uno studio.

Niccolò Adolini (Roma, 1987) e Daniel Simonini (San Paulo 1986) si conoscono a Milano presso lo studio Dordoni, dove entrambi lavorano tra il 2011 ed il 2012.

Adolini, dopo una formazione presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio ed il Diploma in Disegno Industriale  allo IED di Roma, fa apprendistato presso lo studio del padre Romano Adolini, mentre Simonini, dopo il diploma master in Disegno Industriale presso la scuola Politecnica di Design, collabora con diversi studi professionali come designer, tra i quali quello di Ferruccio Laviani (2006-2008), Piero Lissoni (2009) e con lo studio Palomba Serafini Associati (2010). Nel 2012 i due designer fondano a Milano lo studio Adolini+Simonini Associati.

Le diverse esperienze condotte nell’ambito dell’Interior e del furniture design mi sembra abbiano contribuito a maturare nel vostro lavoro una capacità di attenzione verso la funzione pratica degli oggetti, dove l’elemento ludico e il gioco nel loro utilizzo emerge sempre in primo piano…

Daniel Simonini: “Io credo che si tratti di un bilanciamento sempre necessario: il prodotto deve essere interessante visivamente, però deve esserci una funzione pratica evidente; anche nell’Interior Design, quando parliamo di stand, questa è una cosa importantissima…

Quando sono entrato nello Studio Ferruccio Laviani, con il quale ho collaborato fra il 2006 e il 2008, non avevo mai lavorato per l’architettura e per me era un mondo nuovo, dove si doveva passare da una scala piccola ad una scala grande, ma qui ho imparato che in realtà alla fine la scala non esiste: se tu guardi un bicchiere o un orologio lo puoi immaginare gigante, pensare ad esempio all’orologio che hai al polso nella grande scala come se fosse un stadio…”.

Niccolo Adolini: “…Io ho invece lavorato con mio padre, che ha uno studio di architettura a Roma, e si è sempre occupato di product design, oltre che di Exhibit design con la progettazione di stand: la bellezza di questo tipo di progettazione – a differenza di una casa, che prima di vederla costruita ci vogliono anni – è nel fatto che nella progettazione degli stand riesci a vedere subito quello che hai progettato,  e sei quindi in grado immediatamente di capire se e dove hai fatto degli errori, quali sono le cose buone e le cose che non vanno, e tutto questo ti è utile nel progetto successivo…”.

Per una funzione sociale della luce

Nell’installazione urbana interattiva “The Light Orchestra”, realizzata nel 2009 a Milano alle Colonne di San Lorenzo per la prima edizione del LED Light Festival organizzato dal Comune, con l’idea del mobile d’arredo che si traduce in macchina urbana per produrre una relazione diretta fra suono, luce e colore, quale obiettivo pratico ti eri posto dal punto di vista della luce?

The Light Orchestra

Daniel Simonini: “Questo progetto è cresciuto in modo naturale, perché l’idea era nata dapprima attorno ai Giardini di Porta Venezia dove dovevamo fare un’installazione di illuminotecnica presso un gazebo, cosa che ci aveva portato a pensare di fare un collegamento fra luce e suono.

L’oggetto aveva la forma che dicevi tu, simile a quella di un mobile d’arredo, ma c’erano elementi di trasparenza e una struttura legata al suono già presente nell’oggetto stesso. Volevamo oggettivare la forma dei suoni registrati nella città e volevamo che dietro l’oggetto fosse sempre presente la questione del suono.

La tipologia di luce prodotta è legata alle note musicali e al loro colore: abbiamo fatto una grossa ricerca su che cosa ogni nota musicale emette come colore e abbiamo disegnato anche i suoni…

Si trattava di un’installazione per i cittadini milanesi senza nessun intento commerciale, e io volevo che rimanesse un’opera pura, perché credo che tutti gli oggetti che vengono installati in uno spazio pubblico riflettono poi la gente che li usa, e quindi ogni persona che ipotizza la possibilità di fare qualcosa in un luogo pubblico deve pensarci cinquanta volte prima di farlo..”.

Ricerca dei materiali e luce nomade

E’ di quest’anno la vostra partecipazione come studio associato  alla bella mostra sul design brasiliano (Brazil S/A) presso il Palazzo Affari ai Giureconsulti, nell’ambito degli eventi FuoriSalone dell’ultima edizione di Euroluce. Eravate presenti con una interessante “task light”, caratterizzata fra l’altro da una forte attenzione ai materiali…

Daniel Simonini: “Sì, stai parlando della “Hoop lamp”. Volevamo fare un prodotto piccolo, sempre con un forte valore visivo e questa lampada è anche un tributo ad Angelo Mangiarotti, in quanto  uno dei suoi tavoli fatto in marmo presenta un dettaglio similare che volevamo riprendere in modo pulito. Gli elementi compongono la lampada in questa forma molto semplice, caratterizzata da una base pesante e dalla valorizzazione dell’emissione luminosa..”

La lampada Hoop Lamp (2013)

Niccolò Adolini: “Abbiamo scelto dimensioni così ridotte perché secondo noi questo è un prodotto “take-away”, rivolto ai giovani, nomade, pensato per persone che si spostano, quindi deve essere trasportabile.

Presenta così una luce diffusa grazie ai LED posizionati sulle pareti esterne del cappello e la diffusione avviene attraverso uno schermo opalino color latte. Inizialmente era stata pensata con una sorta di tappo che presentava un colore leggermente diverso e serviva da dimmer dei LED stessi. Volevamo riprendere il segno dei mangianastri di una volta, che presentavano quell’incavo che serviva ad alzare e ad abbassare il volume”.

Una lacuna da colmare

Design & Milano: per dare più forza e futuro al design dei giovani servono continuità e nuovi supporti.

Daniel Simonini: “Noi ad esempio abbiamo suggerito alla Design Library –  già  luogo di riferimento interessante perché punto di incontro di progettisti – di creare una struttura di questo tipo, una sorta di factory per produrre, una piccola officina permanente che ci permetta di pensare ad una sorte di continuità della community operativa nei FuoriSalone, sfruttando anche ad esempio gli spazi di Via Tortona in modo stabile.

Un altro modo potrebbe essere quella di istituire dei concorsi dove le aziende si fanno sponsor a supporto di una serie di progetti e a fronte della fornitura di determinati materiali, per andare a realizzare una mostra alla Design Library che diventerebbe così punto di riferimento costante per tutti i progettisti.

Una cosa che manca qui a Milano è proprio questa: quando sono arrivato ho visto che tutto convergeva e converge solo sul Salone del Mobile, ma durante il resto dell’anno è necessario incentivare i giovani, per fare sì che chi ha studiato per fare questo mestiere non sia poi spinto a cambiare attività”.

Dal nostro punto di vista non possiamo che condividere completamente il merito e le ragioni di questa domanda aperta, e auspichiamo che dal punto di vista degli enti locali, delle scuole e delle strutture deputate alla formazione, nonché dei privati che operano in questo settore si trovino le volontà ed i mezzi per attuare questa proposta.

(Massimo Maria Villa)

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