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“Dogman”, la luce livida della dimensione umana

 

“Dogman” (2018) di Matteo Garrone

“Dogman” la luce livida della dimensione umana. Con questo film Matteo Garrone torna alle origini. ‘Dogman’ condivide infatti con ‘L’imbalsamatore’  non solo le location, ma l’antropomorfismo dei personaggi e della loro ferocia. E soprattutto la luce che ci spinge ad associare i due film. Abbiamo incontrato Francesco Scazzosi, DIT Digital Imaging Techniciandel film, che aveva già lavorato con Garrone per ‘Il racconto dei racconti’ e che qui ha collaborato strettamente con Nicolaj Brüel, il direttore della fotografia danese chiamato da Garrone per illuminare ‘Dogman’.

L’ultimo film di Matteo Garrone non è necessariamente un film realistico – è tratto da un fatto di cronaca, il cosiddetto delitto del “canaro della Magliana”, un omicidio avvenuto a Roma nel 1988 – ma un film verosimile. ‘Dogman’ parla di sopravvivenza. I connotati opportunistici della sopravvivenza sono un sentimento inalienabile della natura umana che, se spinti all’estremo, all’estremo arrivano. Ma come si fa a restare umani dopo aver commesso un omicidio?

Pensiamo al film e chiudiamo gli occhi. Vediamo il blu: un blu acido, con sfumature tendenti al verde. Riusciamo a cogliere il freddo di un colore come il blu, ma, nello stesso tempo, ci avviciniamo alle sensazioni che possiamo avere guardando il mare. Quel mare amorevolmente blu che accoglie Marcello – il bravo Marcello Fonte nel ruolo del protagonista, vincitore del premio come miglior attore a Cannes 2018 – e la figlia Alida. L’acqua del mare riceve il loro amore, come la pioggia suburbana accoglie la violenza dei personaggi che si muovono in dimensioni a dir poco primitive, rispetto al loro essere e avere e rispetto al loro habitat.

‘Dogman’ (2018) di Matteo Garrone. Il protagonista Marcello Fonte

“Ho avuto la fortuna di seguire Matteo Garrone come DIT già nel suo film precedente. I suoi film sono sempre estremamente stimolanti. Secondo me, è uno degli autori italiani più interessanti, per la sua capacità di pensare a progetti potenti dal punto di vista narrativo ed incredibilmente unici dal punto di vista visivo”.

Come hai conosciuto Nicolaj Brüel, il cinematographer danese?

“Con il DoP Brüel ci siamo conosciuti durante la realizzazione di alcuni commercial, come quello realizzato per D&G, girato a Napoli e diretto proprio da Matteo Garrone. Sono rimasto colpito dal suo spiccato senso estetico e dalla sua abilità a prendere in fretta decisioni estremamente efficaci e funzionali. Poi, senza tanti programmi le cose sono venute da sé e abbiamo cominciato a collaborare per Dogman”.

Che ruolo hai svolto sul set?

“Il DIT è una figura professionale principalmente al “servizio” del Cinematographer (e chiaramente del film). Il ruolo principale del DIT, come per ogni professionista del nostro settore, è quello di facilitare il processo creativo e permettere che gli intenti narrativi possano essere tradotti in immagine il più direttamente possibile. Questo richiede una costante attenzione, e una scrupolosa preparazione. In primis ho dovuto qui soddisfare le esigenze di un direttore della fotografia internazionale, proveniente dal mondo della pubblicità e abituato a standard qualitativi molto alti, cercando di adeguare il suo modo di lavorare agli standard produttivi di questo specifico progetto”.

‘Dogman’ è una coproduzione italo-francese costata intorno ai 4 milioni di Euro, cifra molto inferiore rispetto ai canoni medi di una produzione internazionale. Il camera equipment (e, di conseguenza, il lighting equipment) rappresenta qui una robusta voce del budget: uno standard medio oscilla fra i 400.000,00 / 500.000,00 euro per un film con 4 settimane di riprese, quando un commercial, anche per solo tre giorni di shooting, può costare un milione di euro”.

‘Dogman’ (2018). Una scena del film

“Certi risultati fotografici si ottengono inevitabilmente anche attraverso i mezzi. Qui è stato fondamentale organizzare le poche risorse a disposizione definendo un ordine di priorità. Le priorità di Nicolaj sono l’efficienza, la velocità e la precisione sul set. E’ stato quindi fondamentale pensare ad un sistema solido, e al contempo snello e veloce: un piccolo carrello che potesse stare il più possibile vicino alle camere, silenzioso, alimentabile a batteria e soprattutto rapidissimo da spostare.

“Il monitor da 24 pollici – grado 1 – (precisamente il TVLogic XWM 245 W-N, ndr) è stato lo strumento di lavoro principale per comporre l’inquadratura, illuminare, esporre e prendere alcune delle decisioni artistiche e creative che riguardano la messa in quadro del profilmico e la resa colorimetrica della scena. Ovviamente il tutto doveva fornire estrema libertà a Matteo Garrone, che è anche l’operatore di macchina dei suoi film e ama girare a 360°”.

“Una cosa estremamente fondamentale per Nicolaj è stata la preparazione del look del film. La necessità era quella di poter fare dei test direttamente sulle location principali, con gli attori, i costumi, il make-up e ovviamente una base di pre-light in avanzata fase di allestimento. Abbiamo fatto una serie di test su diverse LUT (Look Up Table, metadata che vanno a sovrapporsi al segnale nativo per rendere il file compatibile con il risultato fotografico ricercato, ndr), poi durante le giornate che precedevano le riprese sono state costruite LUT per esterni e per interni in varie versioni. Nicolaj si è divertito a ri-mappare il mondo cromatico, allontanandosi da una interpretazione standard e lavorando sul contrasto, sulla saturazione in generale e sulla saturazione dei singoli canali (i canali RGB della sintesi additiva, ndr).”

“Dogman è un film ricco di elementi scenografici, cromatici, fotografici, visivi e la visione di Nicolaj doveva essere trasmessa fin da subito a Matteo per creare la base di ogni confronto creativo, a partire da una realtà già interpretata, codificata da una color palette definita. Una volta stabilita una direzione, Nicolaj ha lavorato egregiamente intorno alla sue scelte, impostando cromaticamente sia le sorgenti di luce diegetiche (NdR: che includono cioè tutte le sorgenti luminose che fanno parte della scena, naturali e artificiali) sia extra-diegetiche (sorgenti artificiali) e lavorando con tutti gli strumenti a disposizione di un direttore della fotografia, come temperatura colore, ISO (i valori di sensibilità del sensore della digital camera), esposizione”.

Sono stati usati obiettivi particolari, vero?

“Gli obiettivi sono i Cooke Anamorphic SF (Special Flare), molto rari da trovare a noleggio. Sono stati fatti venire dalla Svezia. La particolarità di queste lenti è quella di essere disegnate e realizzate con un coating (il trattamento antiriflesso) con opzioni creative più ampie, che hanno portato il flare (effetti di bagliore) e il bokeh (termine di origine giapponese per indicare la sfocatura di un’immagine, NdR) in un territorio nuovo e più ricco. In questa anamorfosi narrativa dove non si hanno possibilità di scampo, l’obiettivo spinge l’occhio dello spettatore ad una grande profondità: la scena finale del film ricorda l’arena dei duelli dei cowboy dove, tra polvere e saloon, si sfidano il buono e il cattivo della storia ed è una location in assenza di colore dove non splende mai il sole, mai anche quando il sole c’è”.

(a cura di Alessandro Bernabucci)

‘DOGMAN’ (2018)

di Matteo Garrone

Cinematography: Nicolaj Brüel

Technical specifications Camera: Arri Alexa Mini (ARRIRAW)

Lenti: Cooke Anamorphic/i Prime Lenses

Negative format: CFast/SxS ARRIRAW (3.4K) (source format)

Digital Intermediate: 2K master format

Printed format: DCP

SHOT ACADEMY

Shot Academy è un centro di formazione professionale dedicato alla ripresa cinematografica e al mestiere del direttore della fotografia, in grado di offrire ai propri corsisti la possibilità di lavorare con gli stessi mezzi tecnici utilizzati dalle produzioni cinematografiche italiane e internazionali.

 

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