Piuarch

Disegnare la luce

Piuarch. Gino Garbellini, Francesco Fresa e Monica Tricario (cortesia foto: Paolo Bernardi)
Piuarch. Gino Garbellini, Francesco Fresa e Monica Tricario (cortesia foto: Paolo Bernardi)

Nella bellissima cornice del quartiere milanese di Brera, in una splendida mattina di sole, un inatteso cortile interno  e gli architetti di Piuarch: 4 professionisti, 4 amici, che decidono di fare architettura in un modo diverso: cortesia e accoglienza come sintesi di stile

Lo studio di architettura e progettazione urbana Piuarch è nato a Milano nel 1996, attorno ai quattro architetti Francesco Fresa, German Fuenmayor, Gino Garbellini e Monica Tricario. Gli architetti associati Cristina Castelli, Luca Lazzerotti, Andres Mahdjoubian, Mauro Mandelli, Gianni Mollo e Miguel Pallares  hanno successivamente affiancato il loro contributo a quello dei soci fondatori.

Lo Studio ha realizzato un vasto numero di progetti, fra i quali quelli per il Dolce & Gabbana Headquarters, a Milano – (2000 – 2002), e (2005-2006), per la Ginza Tower di Tokyo (2009) o per le Quattro Corti, a San Pietroburgo (fra il 2006 e il 2010).

Modernità e contesto

Cosa vi ha spinto a fondare uno studio insieme?

Il mondo dell’architettura è sempre più spesso un mondo di identità fortemente individualiste, in cui si cerca di affermare uno stile personale. Anche nei celebri grandi studi la “firma” è sempre individuale.

Dal 1996 anno di fondazione, molti  collaboratori si sono aggiunti, dai 6 associati del 98 ai circa 30 collaboratori di oggi.

Come si riesce ad elaborare un progetto unitario? Come si può collaborare valorizzando le diversità?

Gino Garbellini: “ Ci conosciamo da tanti anni! Abbiamo lavorato insieme in altri studi con grandi nomi, e la scelta è stata proprio quella di uscire dagli schemi e provare a fare qualcosa di diverso, e poi il sistema della firma ci sembra un po’ fuori tempo….”

Monica Tricario: “Per tutti noi l’importante è il nostro lavoro, non la riconoscibilità della nostra faccia. E’ vero, può rappresentare un limite di mercato l’essere meno riconoscibile, ma abbiamo fatto una scelta. Non vogliamo essere noi i protagonisti, la nostra architettura è protagonista”.

Francesco Fresa: “….Nonostante accada praticamente ogni giorno di avere punti di vista differenti sul progetto, c’è una condivisione di linguaggio ormai consolidata, dopo 15 anni è normale un feeling mentale. Praticamente abbiamo lo stesso approccio ma spinte culturali diverse, in modo che ognuno possa dare il suo contributo, che è quello che volevamo quando ci siamo messi insieme, ed è forse questo l’elemento che rende riconoscibili i nostri progetti, che siamo diversi l’uno dall’altro…”

Gino Garbellini: “ E poi….questo discorso della riproposizione ossessiva di se stessi può diventare anche una prigione, una volta che vuoi fare una cosa diversa non te la fanno fare perché il mercato non vuole una buona architettura ma una firma famosa…”.

Germán Fuenmayor: “…Ed è questo il motivo per il quale ci troviamo poi di fronte ad una architettura decontestualizzata, in qualsiasi posto intervieni devi riproporre lo stesso schema, anche se non c’entra niente! E’ il contrario di quello che cerchiamo di fare come studio”.

Le quattro Corti a S.Pietroburgo, il complesso residenziale di Segrate, il polo congressuale di Riva del Garda, e ancora edifici per uffici, musei per non parlare della decennale collaborazione con Dolce & Gabbana: in ognuno dei vostri progetti vince l’integrazione con il paesaggio e la cultura del contesto, l’uso di materiali naturali possibilmente della zona….

Monica Tricario: “…Capire il luogo in cui stai andando a realizzare un edificio è fondamentale. Occorre capire il contesto, i materiali storici che sono stati usati per edificare, l’arte…. sono tutti elementi importanti per la progettazione perché contribuiscono a creare le suggestioni e a comprendere i limiti… Assumi un nuovo vocabolario e lo riporti nel tuo pensiero del progetto”.

Segrate - Milano, uno degli edifici del Complesso Village (cortesia foto: Andrea Martiradonna)
Segrate – Milano, uno degli edifici del Complesso Village (cortesia foto: Andrea Martiradonna)

Vi è mai capitato che un vostro progetto non sia stato accolto nonostante questo impegno?

Monica Tricario: “Onestamente no, in genere viene capito…”.

Gino Garbellini: “In realtà c’è un caso in cui forse non siamo stati capiti… un progetto davvero difficile è stato per un quartiere residenziale alle porte di Milano, ma il problema non era la gente, ma le amministrazioni. Il quartiere era un quartiere piuttosto difficile e noi progettavamo case popolari.

Il nostro progetto sembrava troppo “bello” rispetto ai vari stereotipi politici e si temeva venisse danneggiato o depredato dalle famiglie che l’avrebbero occupato… invece è ancora in perfette condizioni, a dimostrazione che la bellezza è un linguaggio universalmente compreso al di là dell’estrazione sociale o culturale…”.

Francesco Fresa: “Ricordo un intervento che ho sentito in una conferenza sull’architettura spagnola, in cui si diceva che una buona architettura appare come se fosse sempre stata lì, come se non fosse un oggetto nuovo ma da sempre esistito, pur senza rinunciare alla modernità. Lo studio sul contesto ha un po’ questo significato… Per esempio l’intervento a Riva del Garda ha una relazione precisa con il paesaggio, è moderno ma allo stesso tempo in perfetta sintonia con il luogo…”.

Rigore e ostentazione: Il lavoro per Dolce&Gabbana

Milano, la sede D&G di Via Broggi (cortesia foto: Andrea Martiradonna)
Milano, la sede D&G di Via Broggi (cortesia foto: Andrea Martiradonna)

Come si integra la collaborazione con Dolce&Gabbana nell’attività progettuale dello studio? Ci sono delle diversità nel lavorare per una casa di moda rispetto al “tradizionale” progetto d’architettura? Lo stile dello studio ha subito contaminazioni di stile?

Germán Fuenmayor: “Il rapporto con Dolce & Gabbana è interessante perché da subito c’è stata una intesa particolare, nonostante in apparenza si usino linguaggi molto diversi: minimalismo e ostentazione, moda e architettura, dettaglio e contesto…

La combinazione e il confronto continuo producono un ottimo risultato, perché entrambi abbiamo una passione per la modernità, e quando si parla di moda non si può prescindere dalla contemporaneità…”.

Luce e colore

Lo studio della luce naturale riveste una grande importanza nella vostra architettura? Come si integra nel progetto? Ci sono figure specialistiche dedicate?

Gino Garbellini: “Non vorrei fare della retorica, ma a noi piace molto lavorare con i materiali, e la luce è il materiale per eccellenza, fa parte della progettazione dello spazio, sia la luce naturale che la luce artificiale… ci piace disegnarla come effetto sui materiali e come oggetto…”

Francesco Fresa: “In particolare ci interessa la luce naturale, perché da una parte è l’elemento che ispira, dall’altra è un veicolo di relazione tra interno ed esterno, crea una sorta di energia… questo modo di intendere la luce, insieme all’attenzione per  il contesto di cui parlavamo prima sono gli elementi fondamentali della nostra architettura.

La luce è l’elemento di questa relazione che genera l’architettura, le nostre facciate per esempio sono sempre basate questa relazione, in questo scambio viene filtrata e portata all’interno… Noi non abbiamo una tecnica della luce (per la tecnica ci sono delle persone che ci supportano), è per noi un elemento di suggestione, di ispirazione…”.

Milano, Porta Nuova. L’edificio per uffici (cortesia foto: Andrea Martiradonna)
Milano, Porta Nuova. L’edificio per uffici (cortesia foto: Andrea Martiradonna)

E la luce artificiale? Naturalmente non può essere trattata nello stesso modo, sono l’una conseguente dell’altra o ne vengono accentuate le differenze?

Germán Fuenmayor: “Da questo punto di vista l’edificio di via Broggi è molto significativo: di giorno è specchiante e riflette la luce, invece la notte permette di vedere all’interno…. Anche la facciata del Metropol con le sue lame metalliche ritorte… Di giorno accompagnano lo sguardo con riflessi mutevoli, di notte svelano quello che c’è all’interno… è sempre una sinergia tra dentro e fuori, si lavora sulla permeabilità dell’architettura… Come due abiti portati dalla stessa persona”.

Francesco Fresa: “La luce artificiale è integrata e nascosta all’interno dell’edificio, noi disegniamo il sistema luce/edificio: per il come e il quanto abbiamo consulenti che ci aiutano. L’apparecchio è comunque un oggetto architettonico, o scompare o è un oggetto caratterizzante…”

Anche l’uso del colore riveste una grande importanza, sia semantica che d’effetto. Lo studio del colore si affianca a quello della luce?

Francesco Fresa: “Le nostre città sono molto tristi, il colore è un modo ironico per alleggerire il grigiore della città… è un elemento dell’architettura, come la luce… a S. Pietroburgo il colore è un elemento dominante delle 4 corti, come nel resto della città.

San Pietroburgo, Business Centre “Quattro Corti”. La Corte Blu (cortesia foto: Andrea Martiradonna)
San Pietroburgo, Business Centre “Quattro Corti”. La Corte Blu (cortesia foto: Andrea Martiradonna)

Il colore è una forma ironica e disegnata per mettere in risalto la luce… Stiamo facendo un edificio a Milano (Porta Nuova) in cui avremo grandi archi colorati per rendere leggero e divertente l’edificio… l’architettura moderna è troppo drammatica, rigorosa…”

Piuarch e l’internazionalità

Come convivono italianità e internazionalità nel vostro modo di progettare?

Monica Tricario: “Italianità e internazionalità sono aspetti entrambi presenti e ugualmente importanti del nostro lavoro. L’italianità, soprattutto all’estero paga ancora molto… per quanto ci riguarda il valore dell’italianità risiede nell’aspetto ancora artigianale di molte realtà, e nella cura dei dettagli che è solo delle nostre aziende… l’internazionalità invece è d’obbligo, ci piace confrontarci in modo positivo e costruttivo con altre realtà…”

Francesco Fresa: “Siamo una realtà trasversale, da noi lavorano molti stranieri… L’italianità è un bell’abito che commercialmente ci presenta bene, però in fondo la nostra architettura ha riferimenti e ispirazioni molto varie, e ci piace sentirci più europei…”.

Piuarch fa il punto

E’ da poco uscito un libro edito da Skira che raccoglie il vostro lavoro dalla fondazione dello studio. Nonostante non siano passati molti anni è un libro ricchissimo di successi. Come ci si sente a fare il punto del vostro lavoro quando si è così giovani e contemporaneamente così affermati? Quali sono i progetti e i desideri per il futuro?

Francesco Fresa: “E’ una sorpresa anche per noi quanto il libro abbia raccontato il nostro lavoro… con un bel riscontro anche tra le persone più vicine… è una sorpresa scoprire di aver fatto così tante cose, e chiedersi se davvero siamo così consolidati…”.

Monica Tricario: “E’ stato un grossissimo lavoro, ma è più un punto di partenza che un punto d’arrivo. L’abbiamo fatto ma andiamo avanti, come se fosse un progetto anch’esso… è forse come un curriculum attraverso il quale ci presentiamo e promuoviamo… In questi 15 anni abbiamo sempre lavorato tanto e ci siamo dedicati poco alla promozione, il libro è stata un occasione per raccontare quello che siamo…”.

Oggi abbiamo un’idea più chiara di cosa significa parlare di architettura moderna. Ogni epoca si è definita moderna rispetto alla precedente, come ogni stile cerca la rottura con il precedente per affermarsi come rivoluzionario. Cos’è oggi l’architettura moderna? Un’architettura discreta, integrata con il paesaggio e rispettosa del contesto, un’architettura ironica, che sappia coinvolgere chi la occupa, una architettura viva, luminosa e colorata, ma più di tutto un’architettura che sappia sorprendere…

(Maria Genoni)