Il progetto nei musei

Dal punto di vista della luce

Firenze, Museo dell’Opera del Duomo. La Sala delle Cantorie (foto Mario Ciampi)

L’approccio professionale e le scelte metodologiche nel quadro del “modus operandi” di un lighting designer specializzato nel campo dell’illuminazione museale.

La progettazione della luce è un’attività complessa che implica conoscenze specifiche: sui processi visivi e percettivi, sulla fotometria e colorimetria, sulle tecnologie ottiche, elettriche e elettroniche che governano l’emissione e il controllo della luce artificiale.

Nella illuminazione di musei e di opere d’arte, a queste competenze vanno affiancate la sensibilità, la comprensione e il rispetto degli oggetti da illuminare.

La manualistica del settore fornisce regole di “buona pratica dell’arte”, la cui osservanza consente di garantire una visione confortevole e di evitare gli errori più comuni. Analogamente, l’osservanza delle prescrizioni in materia di conservazione, evita il rischio che la luce possa degradare gli oggetti in esposizione.

Queste indicazioni sono certamente fondamentali, ma non possono esaurire, da sole, tutti gli aspetti di un progetto della luce: ne costituiscono un prerequisito fondamentale, una condizione necessaria ma non sufficiente, per la realizzazione di una buona illuminazione. Al di fuori di queste, tuttavia, non è possibile, né sarebbe corretto, fornire indicazioni generalmente valide su come un museo debba essere illuminato. Quello che possiamo fare, è solo fornire alcuni di esempi sui criteri che più di frequente adottiamo nei nostri progetti, con l’avvertenza che si tratta appunto di esempi, non di regole universali.

Firenze, Museo dell’Opera del Duomo. La sala dedicata alla “Maddalena Penitente” di Donatello (courtesy: Erco) (foto courtesy: Dirk Vogel)

Il buon progetto come risultato unitario di un approccio interdisciplinare

Come in tutte le attività progettuali, non esiste un modo univoco per risolvere un problema, né esiste un approccio progettuale “neutro”. Il progettista della luce, assieme alle altre figure coinvolte nel processo di progettazione, si assume la responsabilità di consegnare al pubblico il proprio punto di vista e la propria interpretazione e di far sì che questo garantisca il massimo godimento delle opere, senza travisarne il significato.

Quella del progettista della luce è una figura che – per sua natura – è destinata
a far parte di un gruppo di lavoro interdisciplinare, qualunque sia il suo settore di intervento, e nella progettazione di musei ed esposizioni di beni artistici questa interdisciplinarietà diventa ineludibile.

Il progettista della luce deve interagire con gli architetti, i curatori, i conservatori e i gestori del museo, i progettisti dell’allestimento e quelli dell’impianto elettrico. Egli deve fornire il suo contributo alla realizzazione di un’opera che, alla fine del processo di progettazione, deve risultare unitaria.

Ogni museo ha la sua propria “anima”, e la luce deve farne parte. L’architettura nella quale il museo è ospitato, la sua impostazione museologica, l’allestimento museografico e, con esso, il progetto della luce, sono tutti aspetti che concorrono a definire quella “narrazione”, attraverso la quale il visitatore entra in contatto con le collezioni esposte, trasformando la visita in una esperienza unica.

Alcuni parametri teorici e criteri operativi

Volterra, Museo Diocesano di Arte sacra (cortesia foto: Mario Ciampi)

Il progetto di illuminazione dovrebbe svolgersi su più registri: l’opera, il rapporto dell’opera con le opere adiacenti, la relazione con l’architettura.

Tali registri dovrebbero mantenersi separati, dialogando senza entrare in conflitto. Ad esempio, uno degli artifici che spesso adottiamo per differenziare l’illuminazione espositiva da quella architettonica è quello di giocare sulle tonalità di colore, utilizzando differenze cromatiche, sottili ma percepibili, per i due tipi di illuminazione. In tal modo, i due livelli non si sovrappongono e restano ben riconoscibili.

La luce dovrebbe essere percepita in modo non invasivo, che non offenda mai il visitatore; dovrebbe piuttosto catturare il visitatore e guidarlo nel percorso, contribuendo al racconto della visita. La luce dovrebbe essere virtualmente invisibile e dovrebbe essere percepita come qualcosa di connaturato allo spazio e all’oggetto della esposizione.

Dovrebbe cioè rendere visibili oggetti, spazi, volumi e superfici, senza essere percepita direttamente. Tutto dovrebbe essere improntato a sobrietà, evitando la tentazione del protagonismo: l’utilizzo di illuminamenti moderati per la luce d’ambiente permette di enfatizzare ciò che si intende mettere in risalto senza essere costretti a ricorrere ad una luce chiassosa.

Livorno, Museo della Città. Bottini dell’Olio e Luogo Pio (cortesia foto: Mario Ciampi)

Gli apparecchi e le ottiche

Anche l’aspetto estetico degli apparecchi di illuminazione gioca una parte importante. Solitamente, sono da preferire apparecchi dalla forma sobria, che non si impongano per la loro presenza. Fin dove possibile, cerchiamo di individuare collocazioni nascoste alla vista, ponendo anche particolare attenzione nell’evitare che la presenza degli apparecchi venga “denunciata” da effetti di luce non controllati sulle superfici in prossimità dell’apparecchio.
La luce deve essere pilotata, guidata con precisione verso gli oggetti desiderati.

Poniamo quindi una grande attenzione alla scelta delle ottiche degli apparecchi, privilegiando ottiche di precisione, dal fascio luminoso molto controllato, capaci di ‘pennellare’ gli oggetti che di volta in volta vogliamo mettere in risalto, senza ‘inquinare’ quelli adiacenti.

Aosta, Museo Archeologico regionale della Valle d’Aosta. Stratificazione di mura romane e medievali negli ipogei della Caserma Challant, sede del museo

Progettare rapporti corretti fra le luminanze

Firenze, Galleria degli Uffizi. La Tribuna del Buontalenti

La luce deve adeguarsi alle esigenze espositive e accompagnarne le variazioni. La scelta dei rapporti fra le luminanze è di fondamentale importanza, a qualsiasi scala: a livello del singolo oggetto, fra oggetto e sfondo, fra oggetti contigui in una stessa sala, fra superfici di uno stesso ambiente, fra ambienti contigui.

Questa scelta deve essere effettuata coerentemente con l’impostazione generale del progetto di illuminazione: anche la più ovvia delle considerazioni, secondo la quale la luminanza dell’opera deve essere superiore a quella dello sfondo, risponde ad una precisa scelta progettuale che – per quanto sia certamente la più frequente – non può tuttavia essere assunta come universalmente valida.

In particolari condizioni, potrebbe essere altrettanto valida una impostazione opposta, che preveda un livello di luminanza pressoché uniforme per tutte le superfici visibili: potrebbe essere questa ad esempio una impostazione adeguata per una esposizione di arte contemporanea, nella quale si vogliano enfatizzare gli aspetti legati alla diffusione di massa delle opere d’arte.

Firenze, Museo del Bargello. Mostra “Desiderio da Settignano: la scoperta della grazia nella scultura del Rinascimento” (cortesia foto: Mario Ciampi)

Dunque, il gioco dei contrasti va calibrato in funzione dell’impostazione progettuale, delle tipologie degli oggetti, della loro epoca.

Generalmente, tonalità di colore più calde e contrasti più marcati aiutano a caratterizzare gli oggetti più antichi, mentre tonalità più fredde ed emissioni diffuse si sposano più frequentemente con opere moderne e contemporanee.

Un ruolo fondamentale, infine, può essere svolto dai più aggiornati sistemi di controllo, che consentono di attribuire all’impianto una estrema flessibilità.

Sarà così possibile regolare con precisione l’intensità luminosa di ciascun apparecchio, e impostare scenari luminosi dinamici, variabili al modificarsi delle condizioni al contorno: presenza di visitatori, quantità di luce naturale, variazione dell’ora e della stagione, condizioni di utilizzo, eventi o situazioni particolari e così via.

a cura di arch. Massimo Iarussi

Studio Massimo Iarussi progettazione della luce – Firenze

 

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