Luc Lafortune

Colore, eleganza ed effetto

 

Las Vegas, The Bellagio – “O”, un quadro di ‘Russian Swing’. L’immagine “..mostra come è possibile lavorare anche con l’assenza di luce, e che l’utilizzo di ombre e sagome può essere altrettanto potente quanto l’illuminazione completa” (courtesy photo: Luc Lafortune)

Luc Lafortune, il cui lavoro ha sicuramente lasciato il segno nel panorama internazionale del lighting design per l’entertaiment, ci racconta il significato del suo approccio al progetto della luce: il suo mondo fantastico e le chiavi per una professione difficile e meravigliosa al tempo stesso.

Luc Lafortune

L’esperienza e la carriera professionale di Luc Lafortune coincidono con la grande fama e carica innovativa che il Cirque du Soleil ha messo in campo nella sua grande avventura sulle scene mondiali, a partire dall’ormai lontano 1984.

In un mixing fra approccio emotivo e accuratezza progettuale spinta fino al più piccolo dettaglio, il lighting designer canadese ha stabilito livelli di eccellenza indiscussi nel suo ambito operativo e aperto la via ad un modus operandi sicuramente interessante per le nuove generazioni di lighting designer.

Nella nostra intervista alcuni momenti di un itinerario articolato e complesso, e diversi suggerimenti utili per chi oggi vuole affrontare le responsabilità di questa professione.

L’invenzione scenica per il Cirque du Soleil

Nella tua attività storica con il Cirque du Soleil quali dei tuoi spettacoli consideri ancora oggi un punto di riferimento per il tuo lavoro attuale, in termini di invenzione e dal punto di vista delle soluzioni tecniche adottate?

“Avendo lavorato per la maggior parte del mio tempo con il Cirque du Soleil e determinato il successo e la longevità di molti dei miei spettacoli in questo ambito, mi sono trovato sicuramente in una circostanza unica e privilegiata. Ciò che voglio dire è che ho all’attivo spettacoli che oggi hanno 25 anni e sono ancora in scena, come ad esempio ‘Mystère’, ma anche spettacoli che non hanno più di 15 anni, come ‘Kà’”.

“Quello che è interessante è l’ampiezza nel quale il mio stile si è evoluto: ogni spettacolo sembra diverso dal precedente. Eppure, proprio qui risiede la continuità: in tal senso ogni spettacolo diventa una sorta di riferimento, una testimonianza. ‘Mystère’ è estremamente colorato. ‘Kà’ non lo è, e ‘Mystère’ è uno spettacolo relativamente ‘modesto’ se paragonato a ‘Kà’. Quando dico ‘modesto’ mi riferisco al campo applicativo, alla dimensione del teatro, alla quantità di attrezzature richieste e così via. Eppure dal punto di vista del lighting design, ‘Kà’ è stato molto più facile da realizzare per me. Va da sé che è spesso una questione di esperienza. Quando ho progettato ‘Mystère’, ero ancora piuttosto giovane, mentre quando ho progettato ‘Kà’, avevo sviluppato un metodo e, più precisamente, avevo imparato a fidarmi del mio istinto”.

Las Vegas, MGM Grand Hotel and Casino – “Kà”. Lo scatto propone un quadro d’insieme della scena dello spettacolo. Al centro dell’immagine, un potente proiettore Mole-Richardson utilizzato sulla scena “… come un faro seguipersona, a simulare la luce che si sarebbe utilizzata in un carcere” (courtesy photo: Luc Lafortune)
Las Vegas, MGM Grand Hotel and Casino – “Kà”.”…. il potente proiettore Mole-Richardson utilizzato sulla scena “ (courtesy photo: Luc Lafortune)

Se vuoi vedere la pianta luci di “Kà”, guarda qui

“E poi c’è ‘O’, il fiore all’occhiello. Penso che ‘O’ sarà sempre una sorta di riferimento, dovuto principalmente alla sua unicità. Quando abbiamo creato ‘O’ uno spettacolo come quello non era mai stato fatto. Abbiamo dovuto imparare tutto quello che c’era da sapere sul come fare questo genere di show. Certo, questo significava che c’era molto lavoro da fare e pochi riferimenti a cui guardare, e proprio per questo potevamo dare libero sfogo alla nostra immaginazione, non ci trovavamo cioè ‘imbrigliati’ o frenati da regole preconcette. ‘O’, secondo me, è un capolavoro, e gran parte di questo risultato lo dobbiamo al regista Franco Dragone”.

Las Vegas, The Bellagio – “O”, un quadro di ‘The Funeral Procession’. L’immagine esalta l’uso intensivo del fumo in contrasto con il fondale nero per dare l’idea dell’infinito” (courtesy photo: Luc Lafortune)

Colori saturi & storytelling: una esperienza a Macao

La professionalità del lighting designer si gioca anche e soprattutto sulla sua capacità di saper costruire all’interno di un linguaggio di immagini la luce come se fosse una vera e propria espressione verbale, ed è attorno a questi aspetti che si è ad esempio strutturato l’approccio seguito per una grande produzione a Macao, tuttora in scena.

Riferendoci ad un tuo spettacolo nato alcuni anni fa, “The House of Dancing Water”, per la regia di Franco Dragone a Macao, hai realizzato in quell’occasione un ottimo lavoro di caratterizzazione cromatica e una altrettanto rigorosa personalizzazione attraverso il colore degli elementi scenici . Vuoi parlarci del lighting concept di questo spettacolo?

‘The House of Dancing Water’ è stata per me un’esperienza unica in quanto è stata questa la prima volta che ho progettato uno spettacolo specificamente pensato per il mercato cinese”.

“A differenza di molti dei miei precedenti lavori, e nonostante molti di loro siano stati diretti da Franco Dragone, ‘The House of Dancing Waters’ è uno spettacolo ‘guidato’ dal racconto. La sfida progettuale qui è stata su come poteva essere possibile raccontare una storia, senza parole espresse o un narratore. E appare evidente che quando non puoi contare sulle parole, devi individuare altri mezzi per raccontare e questo spiega perché le immagini fossero così vivide, audaci e forti. Così pure lo spettacolo lo è stato, grande e vivido, anche in relazione ai miei standard, e non restava molto spazio per sfumature delicate. Di conseguenza anche i colori sono vividi e audaci: le immagini sono nel loro insieme descrittive e gli effetti visivi hanno un enorme impatto”.

“In realtà, quando abbiamo iniziato a lavorare sullo spettacolo, la nostra direzione era quella di voler essere un po’ più delicati, in questo senso forse con un approccio più teatrale. Tuttavia, divenne subito evidente che in una sede di quella particolare dimensione, le sottigliezze visive venivano rapidamente perse e sfuggivano alla percezione dello spettatore e non potevano avere alcun impatto. Abbiamo quindi deciso che ogni gesto rappresentato doveva essere decisivo in termini di impatto e con uno scopo preciso, eliminando ogni sottigliezza visiva”.

Macao, Cotai Theater – City of Dreams – “The House of Dancing Water”. In questo quadro dello spettacolo è possibile vedere la forza creata dal contrasto a colori “..dove un singolo albero rosso è in contrasto diretto con una tavolozza colore bianco & nero” (courtesy photo: Luc Lafortune)
Macao, Cotai Theater – City of Dreams – “The House of Dancing Water” (courtesy photo: Luc Lafortune)

La luce per gli eventi e i rapporti con l’immagine video

Luc Lafortune ha da sempre avuto fra i suoi punti di forza la capacità di muovere con la luce sulla scena la singola individualità insieme al movimento corale dei gruppi, in relazioni formali e luminose dinamiche e in qualche caso giocate sui contrasti. Anche lo studio dell’equilibrio nei rapporti fra i contributi luminosi e le videoproiezioni e la luce costruita sulle immagini è un altro interessante capitolo del suo approccio al lighting design.

Un’altra produzione complessa è stata quella per l’evento multimediale del ventesimo anniversario dell’indipendenza del Turkmenistan. Come hai organizzato in questo caso il tuo lavoro?

“Anche il Turkmenistan si è rivelato per me come un evento unico. Non avevo mai lavorato prima su una scala del genere. Per fortuna ho avuto il piacere di collaborare con un valido gruppo di persone, fra cui Marco Balich, produttore dell’evento, così come con la Projections Designer Patrice Bouqueniaux e con Agorà che ci ha fornito l’attrezzatura necessaria. Data la portata del progetto così come per i tempi insolitamente brevi consentiti nella sua messa a punto, sarebbero stati essenziali una buona collaborazione e una comunicazione fra noi ispirata da criteri rigorosi e, fortunatamente, abbiamo potuto contare su entrambi”.

“Per quanto riguarda il mio lavoro, ho seguito lo stesso approccio già utilizzato quando realizzai ‘Kà’ per il Cirque du Soleil. Ho suddiviso cioè gli elementi del concept in componenti più piccoli e meglio gestibili che sono ricaduti in una delle due categorie  illuminazione versus estetica. In realtà, l’estetica è stata la parte più facile da risolvere perché sapevo esattamente cosa stavo cercando, ovvero colore, eleganza ed effetto. La sfida più grande ha riguardato invece la nozione di illuminazione così come il tema della visibilità: l’area sulla quale intervenire era molto grande e, in diversi casi, c’erano molte persone sul palco”.

“Anche le proiezioni erano una presenza costante, sia che si trattasse del grande LEDscreen che attraversava l’intera larghezza del palcoscenico, o di quelle attraverso il pavimento. All’inizio del progetto, è stata presa la decisione di dare priorità alle proiezioni, in quanto loro avrebbero raccontato la storia. Di conseguenza, come lighting designer, dovevo essere costantemente consapevole della loro presenza, e per tutto il tempo fornire abbastanza luce in modo che tutti i partecipanti in scena potessero essere visti, senza contare che stavamo anche registrando l’intera sequenza. Quindi, il mio lavoro di lighting design per questo particolare evento è stato un po’ come un atto di equilibrio e alla fine, tutto si è rivelato perfetto”.

Nelle scelte per il lighting concept per “The Sessions”, un musical dedicato ai Beatles, hai maturato a mio avviso un netto balzo in avanti e un confronto senza precedenti e assolutamente contemporaneo con la luce come immagine video. Parlaci di questa esperienza.

“Come in Turkmenistan, le proiezioni qui sono state definite a priori e identificate come una componente chiave per la narrazione di “The Sessions”. Il produttore Stig Edgren aveva una visione chiara di ciò che voleva e, cosa altrettanto importante, di quanto non voleva. Stig non voleva che questo fosse solo un concerto, con la presenza di imitatori e costumi. Voleva invece ricreare non solo l’ambiente fisico reale in cui è stata registrata tanta musica mitica dei Beatles, ma anche l’atmosfera e l’ingenuità di questi quattro musicisti favolosi”.

“Stig voleva che il pubblico si sentisse come quello che guarda attraverso finestre immaginarie e osserva quanto succede nello studio di Abbey Road, intercettando così le sessioni di registrazione originali del gruppo. Con questo obiettivo, il muro di fondo dello studio è stato ricreato, fin nei minimi dettagli, mentre tutte le altre pareti diventavano immaginarie, muri virtuali che potevano essere attraversati dallo sguardo e soprattutto sui quali potevano essere effettuate le proiezioni”.

“La stessa cosa accadeva anche al pavimento del set scenico, e anche questo diventava una superficie importante per le proiezioni e un elemento essenziale per quanto riguardava il mood e la narrazione. In questo contesto, come lighting designer, ho dovuto mostrare discrezione e attenzione in coerenza allo spazio: il pavimento era di colore chiaro e, come tale, una luce accesa su di esso si sarebbe riflessa su tutto il palco con la possibilità di entrare in conflitto con le proiezioni. Per tutto il tempo, il mio compito è stato comunque quello di illuminare i musicisti in scena: dopotutto si trattava di uno spettacolo dal vivo, con una grande musicalità”.

“The Sessions” at the Royal Albert Hall (courtesy photo: Luc Lafortune)
Per lo show “The Sessions” si è scelto di fare “…un ampio uso di videoproiezioni, evidenziando i musicisti all’interno delle quattro pareti dell’Abbey Road Studio, attraverso la trasparenza” (courtesy photo: Luc Lafortune)

Il lighting design come firma d’autore

Ritornando ancora a parlare di un progetto realizzato per il Cirque, l’occasione sembra quella giusta per parlare di un altro tema importante nel lavoro del progettista, che è quella della originalità del disegno luci e della sua continuità nel tempo.

‘Zumanity’ è uno degli spettacoli del Cirque ancora in programmazione con la tua firma per le luci e con un grande successo di pubblico. Sei intervenuto  per cambiare il progetto di illuminazione originale nel tempo e, in caso affermativo, come hai proceduto?

“Sì, sono intervenuto in numerose occasioni, ma non tanto per cambiare il progetto originale di illuminazione, quanto piuttosto per le modifiche alla messa in scena. Gli spettacoli a Las Vegas sono dipendenti dal ripetersi ciclico dei viaggi per affari e gli spettacoli che le persone vedono solo una volta non durano, in definitiva, che solo pochi anni, e spesso in realtà chiudono”.

“‘Zumanity’ è invece in corso da 15 anni, un fatto che per la maggior parte degli standard è un tempo piuttosto lungo. Nel corso degli anni, un certo numero di rappresentazioni sono arrivate e passate e, naturalmente, ogni volta che c’è una nuova rappresentazione, questa deve essere illuminata. A volte anche la musica cambia, quindi anche questo deve essere preso in considerazione. Anche i costumi cambiano. L’unica costante reale è davvero il set. In retrospettiva, direi che dovevo restare fedele complessivamente all’80% dello show. Detto questo, l’essenza del design è rimasta sempre la stessa, il che è fondamentale”.

“In realtà quello che distingue ‘Zumanity’ dalla maggior parte degli altri spettacoli non è nella rappresentazione ma è l’atmosfera, la sensualità, la sensazione della quale noi, come pubblico, siamo spettatori, e questo è esattamente ciò che ha motivato il lighting design iniziale nel 2003″.

“La sfida, naturalmente, è per come uno riaccende gli elementi più importanti, ovvero le rappresentazioni, i costumi, la musica e così via, e rimane a un tempo fedele al concept originale. Un fattore decisivo, naturalmente, è che la scena sia rimasta immutata. Quindi, ogni volta che c’è bisogno di riaccendere una nuova rappresentazione, cerco di prendere in prestito il più possibile dal disegno originale e di riaccendere lo scenario e l’ambiente così come è stato illuminato nelle precedenti rappresentazioni, quindi eseguo con attenzione le modifiche necessarie per illuminare la nuova rappresentazione  Alla fine, le modifiche sono minime e l’essenza del design originale viene mantenuta”.

New York, New York Hotel and Casino – “Zumanity”. La parete in plexiglass come fondale “…ha proprietà sia riflettenti come di trasparenza – a seconda di come viene illuminata – un po’ come se fosse uno specchio affumicato” (courtesy photo: Luc Lafortune)
New York, New York Hotel and Casino – “Zumanity”. “Questa  fotografia mostra un interessante uso della luce, delle proiezioni e performance dal vivo fuse in una sola immagine”. (courtesy photo: Luc Lafortune)

Sulla formazione dei giovani e sul ‘coraggio’ del lighting designer

Una attività alla quale si sta dedicando da qualche tempo Luc Lafortune con molta attenzione  e con un pensiero rivolto all’atteggiamento etico del progettista è quella della formazione. Sono stati diversi in tal senso i talk e le attività seminariali tecniche condotte fino ad ora dal lighting designer un po’ in tutto il mondo, e la sua preoccupazione prioritaria sembra essere sempre stata ispirata da due aspetti fondamentali, che Lafortune sembra sempre voler indicare ai giovani, ovvero quello della coerenza alla ‘libertà’ creativa espressa nel lighting concept unita al coraggio consapevole del proprio ruolo giocato nella filiera.

Puoi dirci su quale progetto stai lavorando ora e cosa hai in vista nel tuo orizzonte?

“Ultimamente ho tenuto molti seminari, alcuni sponsorizzati e organizzati dal mio amico Francesco Romagnoli di Claypaky. Trovo estremamente gratificante questo tipo di attività, perché amo insegnare, condividere e trasmettere conoscenza. Io racconto agli studenti il tipo di cose che vorrei che qualcuno mi avesse detto 35, 30, o anche 25 anni fa, come la capacità di stare calmo e accettare gli errori, di saper vedere l’opportunità all’interno dei propri passi falsi, di come saper godere ogni momento del proprio lavoro e non prendere le cose troppo sul serio”.

“Nei miei interventi mi riferisco all’importanza dell’ascolto e della buona comunicazione, soprattutto quando arriva il momento di spiegare al regista o al produttore quali sono le tue intenzioni e qual è la tua visione, e quale potrebbe essere il tuo lighting concept”.

“Ricordo ai giovani il fatto che i registi non sono particolarmente interessati al tipo di apparecchi di illuminazione che hanno deciso di utilizzare – se mai, tutto questo potrebbe in effetti spaventare coloro che non hanno familiarità con la tecnologia di oggi – e come sono invece più interessati a come tutto si presenterà quando lo show finalmente si aprirà. Purtroppo, l’illuminazione ha la spiacevole caratteristica che è intangibile o astratta; di conseguenza, a volte, è difficile da descrivere. Tuttavia, il lavoro dei Lighting Designer è proprio quello di trovare un modo per esprimere o dimostrare ciò che lui o lei hanno in mente: a volte può essere estremamente difficile, e qualche volta anche capace di mettere in imbarazzo l’interlocutore. Ma anche questo fa parte del processo”.

“La creazione artistica può essere cioè provocatoria sia che si tratti di pittura o di lighting design e a volte devi imparare a non attribuire troppa importanza a quanto gli altri potrebbero pensare. Mi riferisco anche al fatto di non esercitare troppa pressione su se stessi: alla fine, è solo un lavoro, ma è un ottimo lavoro e un’opportunità unica per fare ciò che amiamo di più. Quindi, perché non goderselo! Dico loro di fidarsi di loro stessi sapendo che nel tempo impareranno tutto ciò che devono sapere per fare un ottimo lavoro, anche se lungo il cammino inciamperanno più volte…”.

Il Lighting Designer non ha ancora un riconoscimento istituzionale, a differenza dell’architetto o dell’ingegnere. Per questo motivo, si è pensato di creare un albo anche per il lighting designer. Cosa ne pensi?

“Forse uno dei motivi per cui i Lighting Designer non hanno ancora un riconoscimento istituzionale è che molti di loro sono autodidatti e mancano di preparazione formale. Troppo spesso, e troppo a lungo, il progetto di lighting è stato soltanto ‘qualcosa’ pensato in un secondo tempo.  Tuttavia, i recenti cambiamenti nel settore e l’avvento di nuove e più avanzate tecnologie, in gran parte incentrate sulla necessità di conformarsi a requisiti di consumo energetico più rigorosi e a pratiche più rispettose dell’ambiente, hanno ridisegnato il modo in cui pensiamo all’illuminazione e oggi vediamo una maggiore richiesta di professionisti esperti”.

“Le tecnologie più avanzate offrono una vasta gamma di strumenti che hanno aperto un intero nuovo mondo di possibilità. E il progetto di luce si è spostato oltre la nozione di illuminazione. Penso che ci sia una maggiore consapevolezza degli effetti dell’illuminazione e come il progetto di luce possa aiutare a definire non solo ciò che vediamo ma anche come percepiamo il mondo che ci circonda, che si tratti di una commedia teatrale o di un edificio”.

“Recentemente, la città in cui vivo ha deciso di “aggiornare” tutta l’illuminazione stradale alla tecnologia LED. La principale preoccupazione, naturalmente, erano i costi di consumo di energia, e giustamente. Tuttavia, sembra che i progettisti abbiano considerato come qualcosa di banale la temperatura colore e il modo in cui essa può influenzare non solo come percepiamo quanto ci circonda ma anche i nostri bioritmi e come interagiamo con il nostro ambiente. L’apparecchio inizialmente scelto emetteva una luce la cui temperatura colore imitava la luce del giorno, tuttavia, alla fine, gli urbanisti sono ritornati sui loro passi e hanno optato per un apparecchio leggermente più costoso, ancora LED ma con un emissione di luce più delicata”.

“L’illuminazione aiuta a definire il carattere del mondo che ci circonda, rimodellandolo e dandogli personalità: tutto questo riguarda anche la composizione, i ritmi, la percezione materica e i contrasti e, come tale, richiede un certo livello di competenza e abilità artistica.”.

“Quindi per rispondere alla domanda sì, forse un albo sarebbe una buona idea. Forse allora ci sarebbe un riconoscimento dell’importanza del progetto di luce e dei suoi effetti non solo su come percepiamo il mondo intorno a noi ma anche su come l’illuminazione di qualità può migliorare la nostra vita. Penso tuttavia che la domanda più importante che dobbiamo farci sarà come possiamo, come settore, definire i requisiti per l’ammissibilità e per garantire uno standard di qualità”.

(Massimo Maria Villa)

(Commento alle immagini a cura di Luc Lafortune)

 

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