Trasfigurazioni urbane. Dalle luminarie al videomapping

Luminarie a Uggiano, nel Salento (courtesy photo: Dario Scodeller)

Fa un certo effetto vedere ancor oggi, in molte regioni e isole del Mediterraneo, il rituale rinnovarsi estivo delle feste di luce, con i centri urbani addobbati con le luminarie. Com’è noto, le luminarie richiedono – oltre a passione e perizia tecnica – una certa capacità di interpretazione scenografica: anche nelle versioni più semplici le spalliere, punteggiate di lampadine multicolori, sono posizionate in sequenza lungo le vie a costruire prospettive luminose.

Per questa loro capacità di trascrizione notturna dell’immagine della città, le luminarie possono essere considerate uno dei primi dispositivi di virtualizzazione dello spazio: la loro capacità di trasfigurazione è in sintonia con il significato rituale e simbolico delle feste religiose a cui sono generalmente associate.

Luminarie: Sacra rappresentazione e spettacolo

Per comprenderne l’arte secolare, rinnovata negli anni ’30 del Novecento con l’elettrificazione del meridione italiano, le luminarie vanno studiate spente. Oggigiorno anche gli artisti delle mirabolanti luminarie salentine hanno riconvertito alla tecnologia LED i loro apparati, ma ne esistono ancora versioni “arcaiche”, ad incandescenza, il cui esame si rivela un interessante saggio di archeologia illuminotecnica: fissate alle spalliere, teorie di lampadine a bulbo chiaro o a bulbo colorato rosso o giallo, seguono il disegno delle sagome di supporto (cerchi, volute, petali, ricci, onde) dipinte nella medesima tonalità delle sorgenti luminose: il bulbo trasparente chiama l’argento.

Dettaglio della struttura di una luminaria a Gozo, sull’isola di Malta (courtesy photo: Dario Scodeller)

Alcune di queste lampadine sono sospese sui propri cavi d’alimentazione irrigiditi, nell’ultimo tratto, da un cilindro. Poiché il collo delle lampadine a bulbo colorato è parzialmente trasparente, un baffo di luce sale verso l’alto ad illuminare il tubicino in tinta. Al calare della sera, quando le facciate degli edifici vengono assorbite dal buio, la città si trasfigura in un’immagine fantasmagorica, fatta di grappoli di luce colorata, in cui sacra rappresentazione, spettacolo e sentimento della festa si sposano.

Videomapping. I luoghi urbani e l’immaginario collettivo

Una versione odierna, laica e tecnologica, di questi apparati di trasfigurazione dello spazio urbano è rappresentata dal videomapping. Si tratta di una tecnologia video oramai variamente utilizzata negli spettacoli urbani, che utilizza paesaggi, edifici, oggetti, come supporto per la proiezione di immagini. Il supporto viene mappato digitalmente e fatto interagire con la proiezione tramite un software, in modo tale da realizzare un suggestivo rapporto tra la realtà fisica e quella virtuale delle immagini.

Videomapping sul Pianello del Palazzo Pubblico (agosto 2015) a cura dei Corsi di Laurea in Design della Repubblica di San Marino (foto: Giuseppe Di Geronimo)
(foto: Giuseppe Di Geronimo)

Sul piano progettuale si tratta di un campo di sperimentazione ancora molto aperto, che richiede – oltre a competenze di computergrafica – una conoscenza del significato architettonico e spaziale dell’opera su cui si interviene.

Un edificio, infatti, soprattutto se di valore storico artistico, non può mai essere considerato un semplice schermo di proiezione. I luoghi urbani, anche quelli a cui siamo distrattamente abituati, sono dotati di un forte potere di identificazione dell’immaginario collettivo.

Ne erano consapevoli i protagonisti di quell’Avanguardia che, negli anni ’60 del Novecento, utilizzavano lo spazio urbano di piccoli centri di provincia italiani come supporto per l’allestimento dei propri interventi artistici performativi, molti dei quali – come ha brillantemente ricostruito la storica dell’arte Alessandra Acocella ( “Avanguardia diffusa. Luoghi di sperimentazione artistica in Italia. 1967-1970”) – interferivano con il comune sentimento che la popolazione nutriva nei confronti dei luoghi, resi loro estranei dalle nuove significazioni proposte dagli artisti.

Allo stesso modo delle luminarie, anche il videomapping gioca sul valore simbolico della rappresentazione sulla scena urbana, in cui spazio, luce e significato culturale si fondono: anche oggi che la cultura visiva è radicalmente cambiata, modificare, seppure temporaneamente, l’immagine della città attraverso operazioni di proiezione cinetica presenta il duplice rischio di una ‘semplificazione grafica’ fine a sé stessa o dell’interferenza con il rapporto simbolico che i cittadini hanno con un determinato edificio o contesto.

Chi scrive queste note avendo seguito da vicino, nel 2014-15, alcuni di questi progetti elaborati nei Corsi di Design di San Marino (sotto la guida di docenti come Raffaele Cafarelli, Riccardo Varini, Michele Zannoni e Angela Gennaretti) e realizzati sul Palazzo Civico, resta convinto della necessità di considerare la natura profondamente mediatica della luce.

In particolar modo nel lavoro con gli studenti, l’aspetto più interessante di questa ricerca consiste nella possibilità di sperimentazione, sul piano progettuale, della relazione tra gli aspetti tecnologici e quelli semiotici dei linguaggi visivi.

(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here