TOTAL WHITE. David Chipperfield. Lo showroom Driade – ItalianCreationGroup a Milano

 

Milano. Lo showroom Driade, nel progetto di Interior Design realizzato dall’arch. David Chipperfield (courtesy photo: Driade)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parola guida: TOTAL WHITE

Nel 1963 Michelangelo Antonioni sta girando nella pineta di Ravenna il film ‘Deserto Rosso’. È il suo primo film a colori, ma chiede ai tecnici di dipingere una parte del bosco. Vuole girare una scena col bosco bianco. Il lavoro massacrante degli operai con le autopompe e i nebulizzatori di calce si protrae fino alle prime ore del mattino. Antonioni è attanagliato dalle preoccupazioni. “Prima preoccupazione: se cade la brina la tintura se ne va. Seconda preoccupazione: se domani il sole (…) spunta, tutta questa fatica sarà stata inutile.” In controluce gli alberi risulteranno scuri…

Quando nel 1995 fu aperto a New York, sulla Madison, il negozio di Calvin Klein progettato da John Pawson, con i monumentali volumi a doppia altezza, il ‘total white’ delle pareti semplicemente dipinte di bianco, più simile a una galleria d’arte contemporanea, nel rapporto virtuoso tra prodotto spazio e luce, sembrò una provocazione nei confronti della concezione comune degli spazi del lusso.

New York, Calvin Klein flagship store (Interior Design, progetto – arch. John Pawson) (1995)

“Piovendo” da una considerevole altezza, la luce conferiva allo spazio un carattere vagamente mistico, motivo per cui la denominazione “tempio della moda” non appariva del tutto fuori luogo. La passione del signor Klein per il bianco totale, simboleggiata dall’onnipresente fiore di Calle necessitava, in realtà, di una complicata opera di manutenzione, con squadre d’imbianchini impegnate tutte le notti nel ritocco delle pareti: un lavoro ossessivo e fragile, come per il bosco bianco di Antonioni.

Tra i più sensibili interpreti del concetto di bianco totale va ricordato Carlo Scarpa con la sua gipsoteca canoviana a Possagno del 1957. Il piccolo museo produce ancor oggi sul visitatore la straordinaria, piacevole stranezza di veder reagire tra loro diverse materie bianche (l’encausto delle pareti, il marmo del pavimento, il gesso delle sculture) sotto l’effetto della luce naturale che proviene da tagli delle alte (e angolari) aperture sulle pareti

Una nuova reazione fra bianco, spazio e luce

Nel campo della moda, nel decennio 1995-2005, il total white ha connotato l’estetica degli spazi per il consumo, esaurendo, gradatamente, la sua portata innovativa: per tale motivo quando, due anni fa, l’arch. David Chipperfield ha riproposto uno spazio commerciale completamente bianco, la cosa ha destato una certa meraviglia. Si tratta del progetto per lo showroom Driade (ICG) a Milano, anch’esso basato sulla semplice reazione fra bianco, spazio e luce. Disposto su tre livelli: una navata d’ingresso, parallela alle vetrine, comunica visivamente con un seminterrato e un mezzanino sovrapposti. Il contributo della luce naturale, importante, ma non notevole, è dato dalle fonti delle cinque vetrine su via Borgogna (che, rivolte a nord, funzionano quasi da shed) e dalla luce che proviene dalle quattro finestre del mezzanino.

Milano. Lo showroom Driade, nel progetto di Interior Design realizzato dall’arch. David Chipperfield (courtesy photo: Driade)

La scelta del bianco totale risulta così un intelligente stratagemma illuminotecnico che – nell’idea originaria dello spazio – permette a questi due tipi di luce, provenienti da direzioni opposte, di reagire e amplificare il loro effetto.

Ai suoi esordi professionali Chipperfield è stato un validissimo progettista di spazi e formule commerciali. Oggi, che molta di quell’esperienza nata dallo studio del rapporto tra ambiente-luce e oggetto, è stata tradotta anche nel progetto di significativi spazi museali, non ha abbandonato il mondo variegato e sempre stimolante del retail design.

In questo showroom milanese entrambe le esperienze espositive, quella del retail e quella dell’exhibition si sono integrate. L’approccio non di tipo ottico, ma materico, permette alla luce di reagire con il bianco dell’ossido di magnesio del pavimento, con il bianco semilucido delle pareti, con il bianco opaco dei soffitti, con quello lucido dei telai delle balaustre della scala e del ballatoio facendo risaltare gli oggetti colorati.

C’è qualcosa di diverso dal minimalismo anni ’90 in questo approccio e, se il paragone non rischiasse di apparire eccessivo, si potrebbe definire, con riferimento al celebre ‘Quadrato bianco su fondo bianco’ di Kazimir Malevicˇ del 1918, suprematista. “Tutto quello che posso, che devo dire con la morte nel cuore al mio direttore di produzione, – concludeva Michelangelo Antonioni – ora che è mattina ed è spuntato un bel sole ed è impossibile girare, è che rinuncio alla scena. Niente bosco bianco nel film. Ed è questa la ragione per cui ne scrivo.”

Dagli inizi di quest’anno ItalianCreationGroup che, oltre a Driade (2012), ha acquisito altri marchi storici del design come Fontana Arte e Valcucine, ha deciso di fare diventare lo spazio uno showroom multibrand di gruppo: una scelta corretta sul piano del marketing, ma l’immacolato candore del ‘total white’ originario ha perso un poco la sua originaria ragione progettuale come “macchina di luce”. Ed è per ricordarlo che ne scriviamo.

(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

 

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