Strumenti di luce digitali e Smart per i monumenti

 

Filippo Cannata, lighting designer

L’illuminazione dei monumenti oggi è un dato di fatto. Sia che i risultati siano soddisfacenti, sia che essi appaiono decisamente negativi – nella quasi totalità dei casi raggiunti senza il contributo ed il consiglio degli esponenti del mondo della cultura e dell’arte – le pubbliche amministrazioni e le società per il turismo fanno a gara nel voler adottare e sperimentare quei mezzi tecnici che con continuità si superano e si rinnovano.

Il problema qui non va semplicisticamente osservato solo da un punto di vista turistico e documentato da confortanti diagrammi di frequenze, né si può invocare a giustificazione del proprio operato la rispondenza ad un vago “sentimento comune” o al “compiacimento della cittadinanza”, come si affrettano a plaudire i giornali all’indomani delle singole inaugurazioni.

Occorre analizzare l’argomento e cercare di rendersi conto dapprima se queste illuminazioni siano accettabili da un punto di vista etico ed estetico e – nel caso – in quale forma e misura. In realtà gli edifici del passato furono creati dai loro antichi costruttori per vivere sotto i raggi del sole e al chiarore lunare e solo in funzione di queste sorgenti di luce naturali gli architetti di un tempo studiarono cornici e chiaroscuri e seppero infondere nelle loro opere quella ricchezza di valori e vibrazioni che sono indice di una egualmente intensa vita interiore. Ogni sera al tramonto l’architettura ritornava nel quadro delle cose silenti della natura, ogni giorno e ancora oggi con il sole veniva richiamata alla vita con i suoi giochi di ombre e di luci, testimonianze più degne del tempo trascorso.

Oggi il monumento è “immerso” nelle nostre città, carico anche di quei valori del tempo passato che hanno ancora un significato per noi, ma è legittimamente inserito in una vita diversa. L’adesione ad una vita più moderna non esclude, tuttavia, ma anzi richiede il rispetto dei valori del tempo trascorso.

Se la condizione di vita odierna rende per noi indispensabile illuminare le strade ed alterare necessariamente la primitiva visione dei monumenti, il tema infatti non risiede nell’ utilizzare le moderne sorgenti di luce a LED quanto piuttosto – anche quando non riteniamo opportuno illuminare singolarmente un edificio – nel ‘controllare’ con attenzione le possibilità tecniche di cui oggi disponiamo in abbondanza.

Negli effetti di luce nella scena urbana, mi riferisco a quelli negativi in particolare, personalmente ritengo che nei limiti di una schematizzazione non sia assurdo distinguere una componente “reale” ed una “fantastica” della luce: la prima, quale elemento di organizzazione dello spazio e denominatore comune della visione di molti, la seconda, quale componente soggettiva variabile e certamente la parte più produttiva delle esperienze altrui nella catena di un economia generale.

In questo modo si delinea il giusto approccio con il quale può essere affrontato il problema: illuminare un monumento significa anche e soprattutto giudicarlo. L’illuminazione di un’opera di architettura ne costituisce una interpretazione, quasi una “variazione sul tema”. È necessario che sappia sostituirsi come nuova, e non si tratta di un problema tecnico, ma è la manifestazione della personalità e della sensibilità di un individuo.

Si tratta di un problema di tipo artistico per il quale non possono esistere regole precise o schemi preordinati: molto spesso infatti l’illuminazione determina una vera e propria sovrapposizione, che in qualche caso felice costituisce una splendida integrazione del monumento. Tutto questo definisce il substrato dell’opera di un nuovo artista che dialoga con l’autore preesistente.

E in questo si inserisce l’opera del lighting designer: non con il mero utilizzo della tecnologia LED fine a se stessa ma attraverso l’integrazione di più tecnologie digitali e Smart in grado di realizzare un progetto dinamico nel quale il fruitore si senta parte integrante ed interattiva.

È questo, ad esempio, il caso dell’Obelisco egizio di Benevento, primo esempio al mondo di un’illuminazione “digitale” ed “educativa” attraverso la quale il visitatore scopre il monumento. Ancora, l’illuminazione deve legarsi al genius loci del luogo, entrando in punta di piedi all’interno di un contesto urbano, già di per sè palinsesto complesso: è questo il caso del monumento a San Gennaro nel centro antico di Napoli.

Filippo Cannata (Cannata & Partners Lighting Design Communication)

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