Una storia urbana fra casa e lavoro

Eli (Isabella Aragonese) nella banchina metro

“Sole Cuore Amore”. “Stai diventando grande, stai diventando una donna.” – “Se diventare una donna significa fare la vita che fai tu è meglio morire.” (dialogo fra Eli e sua figlia) C’è cuore, c’è amore, ma non c’è sole in questo film di Daniele Vicari, il regista erede della tradizione del cinema d’impegno sociale, quello alla Elio Petri o alla Francesco Rosi, per intenderci.

In realtà l’unico sole, in questa vita buia, è l’anima di Eli, interpretata da Isabella Ragonese, un personaggio pieno di carica emotiva malgrado la dura condizione sociale in cui vive. Il suo cappotto rosso è il suo sangue, caldo, vivo. Spirito fisico che la fa salire e scendere da autobus e metropolitane per compiere l’infinito viaggio quotidiano fra casa e lavoro. Sette giorni su sette è costretta a fare la barista in un bar di quella periferia-città che il tempo ha trasformato in un ibrido fra Roma, la civitas, il centro, e quell’agglomerato urbano di palazzi e cemento, sede innaturale di un mondo sub-urbano che ormai è sparito. Due ore di viaggio per andare e due ore per tornare, combatte per uno stipendio, per una vita che non è vita. Eppure Eli riesce a sdrammatizzare, a sorridere, ad essere solare, a dare lei aiuto e conforto alla sua amica ballerina Vale, che ancora non ha definito se stessa, fra il lavoro notturno nelle discoteche e le incerte compagnie (e l’incerta sessualità). Le esistenze raccontate sono quelle di due donne e il film ha una sua ingenua naturalezza che lo rende duro, vero. Guardandolo si capisce che, produttivamente, non deve essere stato un film ‘facile’.

Eli al bar
L’amica Vale (Eva Grieco)

La storia, l’atmosfera luminosa e il colore del film

“Daniele (Vicari, NdR) rimase colpito da un fatto di cronaca. Dopo aver realizzato ‘Diaz’, aveva la necessità di fare un piccolo film. Scritto in un mese da Daniele stesso, Procacci (il produttore del film, NdR) l’ha voluto subito realizzare: una cosa anomala, soprattutto per una persona come Daniele che lavora molto sulla sceneggiatura, passando attraverso varie stesure e lavorando sempre con altri sceneggiatori. Le scelte cromatiche sono state il primo incipit: il colore doveva essere l’asse portante e doveva essere condiviso da tutti i reparti che in un film concorrono alla costruzione visiva dell’immagine. Scenografia, costumi e fotografia in un lavoro di gruppo per costruire insieme l’aspetto visivo del film”.

Un sodalizio che ormai dura da quasi vent’anni, la coppia Vicari-Gossi viene (e va) dal documentario. Gherardo Gossi inizia la sua carriera con la fotografia della parte ‘torinese’ del docu-film ‘La cosa’ di Nanni Moretti, per poi esordire nel 1991 nel cinema di finzione. Molta cinematografia che caratterizza il lavoro del direttore della fotografia è contraddistinta da storie-film che sono una moderna declinazione del cinéma veritè.

Lo stile di un film lo dà la storia. Questo film è stato il primo film in Digital Cinema per Daniele: l’immagine ‘liquida’ del digitale non era proprio adatta al tipo di racconto che volevamo esprimere. Ho cercato delle suggestioni nella fotografie di Saul Leiter e di Todd Hido, due fotografi americani. Serviva corpo, sostanza, il racconto doveva essere condotto da un’immagine forte: materica, per così dire, influenzata anche dagli agenti naturali come l’umidità, l’aria fredda della mattina, influenzata dagli eventi che accadono attorno alla protagonista per amplificare l’interpretazione cromatica e figurativa e renderla molto forte”.

La scelta del bar caratterizza molto il look del film. L’ampia vetrata sulla strada ha un rapporto diretto con il mondo esterno, come le location delle discoteche hanno determinato e influenzato la luce per il personaggio interpretato da Eva Grieco. “La ricerca di spazi più ampi per raccontare il personaggio di Vale e i suoi spettacoli sono stati condotti sempre attraverso un grosso lavoro sul colore, come le scene dei suoi balletti, le sue coreografie. Una differenza cromatica che abbiamo costruito per contrasto con il personaggio interpretato da Isabella: Eli non è inglobata nel colore ma è il mondo in cui vive: un’alternanza emotiva che ha seguito il criterio stabilito”.

Lo stile naturalistico ci arriva in tutta la sua essenza sorretto come è dalla luce iper-reale che crea questa illusione di essere ‘lì adesso’ nelle scene sull’autobus, nella metropolitana insieme alla protagonista, come se le immagini fossero rubate.

“La camera principale è una ‘Red Epic Dragon’, scelta per le sue intense caratteristiche cromatiche e per la sua compattezza. Il percorso dell’autobus doveva raccontare un lungo viaggio che inizia di notte per arrivare a Roma la mattina presto: è stato fatto un grosso lavoro di scouting sul percorso, in modo da lasciarci alle spalle l’extra-urbano e arrivare a scoprire le luci della città pian piano. Per le scene in metropolitana, invece, abbiamo scelto le ‘Canon 5D’, vuoi per il loro minimo ingombro e per il sensore che permetteva una profondità di campo cinematografica, lavorando su una distanza di messa a fuoco molto corta”.

Un film come questo poteva essere girato in 16 mm. Il cinema digitale, però, ha aiutato tantissimo questo lavoro.. “Le nuove tecnologie consentono la registrazione del reale in maniera quasi perfetta, ma non dobbiamo ridurci a riprodurre la realtà per quello che è. Il nostro lavoro deve essere quello di fotografare la realtà in funzione della storia che stiamo raccontando: il che significa spengere, accendere, gestire la luce, facendo sempre scelte funzionali rispetto al film in realizzazione”.

Che lavoro hai fatto per finalizzare l’immagine?

‘L’appuntamento con la color correction è solo la fine di un percorso. Un percorso impostato con il DIT Manuel Mastrostefano in fase di ripresa, mentre in sala ho lavorato con Nazzareno Neri, colorist della Laser Film. Abbiamo fatto un gran lavoro sulla grana per costruire l’immagine materica, forte, satura, piena che marca un po’ tutto il film. E in tal senso sia la scelta degli obiettivi da una parte, sia la scelta delle Canon dall’altra, con tutte le loro imperfezioni e limiti, in post ci hanno dimostrato la congruità con l’immagine che cercavamo.’

Zeiss Standard Primes – 16, 24, 32, 50 e 85mm

La scelta degli Zeiss T 2.1 non fa altro che confermarci la suggestione che abbiamo avuto nel guardare il film. Obiettivi dalla pasta morbida e con dominanti cromatiche che ben si coniugano con l’aggressiva immagine digitale che, spesso, purtroppo, toglie alla realtà quel senso di fantastico che questa assume solo quando è riprodotta. Ci rimane addosso l’odore della banchina della metropolitana mentre Eli, di spalle, si incammina verso l’ultimo viaggio. Verso l’ultimo battito del suo cuore, del suo sole, del suo amore.

(Alessandro Bernabucci, Education manager Shot Academy – Formazione Professionale per il Cinema, Roma, con la collaborazione di Stefano Di Leo, Trainer Shot Academy)

SOLE CUORE AMORE

La locandina

di Daniele Vicari

Direttore della Fotografia: Gherardo Gossi

TECHNICAL SPECIFICATIONS

Camera: Red Epic Dragon; Canon 5D

Lenti: Zeiss T 2.1

Aspect ratio: 1,85 : 1

 

SHOT Academy è un centro di formazione professionale dedicato alla ripresa cinematografica e al mestiere del direttore della fotografia, in grado di offrire ai propri corsisti la possibilità di lavorare con gli stessi mezzi tecnici utilizzati dalle produzioni cinematografiche italiane e internazionali.

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