Reenacting. Josef Hoffmann. 1937, Boudoir alle Stanze del vetro a Venezia

Josef Hoffmann, “Boudoir d'une grande vedette”, 1937 – Reenacting, 2016 (courtesy photo: Enrico Fiorese; courtesy: Le Stanze del Vetro)
Josef Hoffmann, “Boudoir d’une grande vedette”, 1937 – Reenacting, 2016 (courtesy photo: Enrico Fiorese; courtesy: Le Stanze del Vetro)

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola guida.

Parola guida: REENACTING

Mentre un’architettura si può studiare visitandola e un oggetto può essere verificato in un museo, quale sia stato il reale impatto spaziale di un allestimento, effimero per natura, si può desumere solo indirettamente, dai documenti di progetto e dalle fotografie, le quali sono spesso ingannevoli, perché i fotografi falsavano la luce reale con luci di posa.

Uno dei modi che i curatori hanno a disposizione per comprendere e far comprendere uno spazio espositivo del passato è il reenacting, ovvero la sua riproposizione e ricostruzione sulla base di documenti d’archivio: famoso quello del padiglione di Barcellona di Mies Van der Rohe del 1929, di cui visitiamo oggi una replica realizzata nel 1986.

Appare interessante, perciò, la ricostruzione fatta all’interno della mostra “Il Vetro degli Architetti. Vienna 1900-1937”, presso l’Isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia, del “Boudoir d’une grand vedette” progettato da Josef Hoffmann nel 1937.

Con la fondazione, nel 1903, della Wiener Werkstätte, il laboratorio viennese di progetto, produzione e commercializzazione di oggetti, accessori e moda, Josef Hoffman  realizzò (insieme a Koloman Moser e ad altri collaboratori) una rivoluzione da cui prenderà l’avvio, ben prima del Bauhaus, una nuova concezione del design.

Molta della sua influenza, però, egli la esercitò attraverso gli allestimenti, realizzati nei più vari contesti espositivi internazionali.

Nel 1937, all’ “Exposition internationale des arts et des techniques appliqués à la vie moderne” di Parigi, Oswald Haerdtl, che era stato suo allievo, collaboratore e poi socio di studio fin dalla metà degli anni Venti, progettò il padiglione austriaco elaborando alcuni schizzi preparatori del maestro. Immerso nel verde dei giardini del Trocadéro, il padiglione era caratterizzato da un grande fronte vetrato da cui si intravedeva una gigantografia con immagini fotografiche dell’Austria. L’uso del vetro su ampia scala era già stato sperimentato dai due soci fin dal padiglione austriaco alla precedente Exposition internationale di Parigi del 1925.

All’interno del padiglione austriaco del 1937 Hoffmann realizza una stanza di piccole dimensioni, battezzata “Boudoir d’une grand vedette”, in cui sono evidenti i riferimenti al cinema hollywoodiano e all’International Style.

Realizzato tecnicamente da Max Weltz, storico collaboratore di Hoffmann, lo spazio rettangolare era illuminato da finestra che guardava il giardino e da un’unica lampada a soffitto. La luce, moltiplicata dal pavimento di specchi, si riverberava sul rivestimento in boiserie fresata e argentata delle pareti e del soffitto. Sulla specchiera del pavimento, come sospese nel vuoto, erano collocate una poltrona e una dormeuse appoggiate su pelli di capra d’angora. A specchio erano anche il piano del tavolino ovale di fronte alla poltrona e una nicchia con una toeletta incassata (figura 1).

FiJosef Hoffmann, “Boudoir d’une grand vedette” (1937). Un’immagine dell’allestimento originarigura 1.
Figura 1 – Josef Hoffmann, “Boudoir d’une grand vedette” (1937). Un’immagine dell’allestimento originario.

Quello della scatola di specchi è un tema progettuale che Hoffmann aveva già praticato nel 1925, all’interno del citato padiglione parigino e aveva ripreso nel 1936, nel progetto per la Haus der Mode, che il boudoir porta all’estremo con il pavimento riflettente.

Nella sua riproposizione all’interno della mostra veneziana (vedi immagine in apertura), che è nata da una collaborazione tra il MAK di Vienna e Le stanze del vetro di Fondazione Cini (ed è stata curata da Rainald Franz, direttore del MAK Glass and Ceramics Collection), a parte le poltrone, che sono andate perdute, l’unico elemento che non si è potuto ricostruire è la finestra che guardava il giardino. Al suo posto c’è un foro con un pannello bianco, che rende ancor più contemporanea questa installazione.

Lungo il percorso della mostra sono esposti i bellissimi oggetti in vetro progettati da Hoffmann e dai suoi contemporanei e realizzati dalle aziende austriache protagoniste della rivoluzione del gusto nei primi decenni del Novecento: tra queste la J&I Lobmeyer, per la quale Adolf Loos progettò il raffinato servizio in vetro stampato.

Per il boudoir, che conclude il percorso della mostra veneziana, la J&I Lobmeyer fornì il lampadario disegnato da Haerldt e Hoffmann e tutti i pannelli in specchio.

Con un evidente effetto di diffrazione generato dal diffusore in vetro stampato, che funziona come una lente di Fresnel, il lampadario ci dimostra come sarebbe ancor oggi possibile illuminare uno spazio tramite un unico punto luce: a patto che si consideri l’intero ambiente, con le sue pareti, il soffitto e persino il pavimento, come un apparecchio d’illuminazione che restituisce e riverbera la luce.

(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

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