Nemo e le lampade di Le Corbusier

 

Marsiglia, Unité d’Habitation. Lo scatto fotografico presenta gli arredi originari con la lampada disegnata da Le Corbusier

La relazione tra ricerca storica e design andrebbe maggiormente sostenuta e promossa da parte di aziende e istituzioni perché l’Europa (e l’Italia in particolare) possiede i giacimenti culturali più significativi riguardanti gli archivi delle imprese e degli studi di architetti e designer che hanno operato nel corso del Novecento.

Va dato merito ad alcuni imprenditori del design italiano l’aver saputo, molti anni or sono, intercettare la potenzialità della storia nel generare idee di prodotto, attraverso operazioni raffinate di studio e riproposizione.

Primo fra tutti Dino Gavina, che volò negli USA per incontrare Marcel Breuer il quale, cedendogli i diritti per la riedizione delle sue sedie, dichiarò tuttavia di non possedere alcun disegno originale degli oggetti: toccò allora ad un giovanissimo Tobia Scarpa, nei primi anni Sessanta, ridisegnare per Gavina, sulla base di modelli, le sedie ‘Cesca’ e ‘Wassily’. Memorabile, a partire dal 1965, il lavoro condotto da Filippo Allison per Cassina con l’operazione “I Maestri”, in cui vennero riproposti i capolavori di Le Corbusier, Rietveld, Mackintosh, Wright.

Recentemente, per il cinquantenario della morte di Le Corbusier (2015), Cassina ha sviluppato alcune versioni colorate dei “classici”, giustificando la versione ‘picta’ con il ritrovamento di disegni d’archivio che testimoniavano questa primitiva intenzione dell’architetto.

Su questo filone di ricerca Nemo, azienda italiana del campo dell’illuminazione guidata da Federico Palazzari, ha sviluppato – in collaborazione con la Fondation Le Corbusier e i Charlotte Perriand Archives – un progetto complessivo di riedizione di apparecchi d’illuminazione progettati tra gli anni ’30 e gli anni ’60 e presentati lo scorso ottobre in una mostra alla Biennale Interieur a Kortrijk in Belgio.

Si tratta di un tipo particolare di re-design, che consiste nel risvegliare un potenziale progettuale che potremmo definire “dormiente” attraverso lo studio di materiali d’archivio eseguito con una certa competenza filologica. L’obiettivo è quello di riproporre con cognizione di causa gli oggetti senza tradire le intenzioni originali degli autori, e puntando, allo stesso tempo, come afferma Valentina Folli (designer e art director di Nemo, che ha tenuto le relazioni con gli archivi e curato il ridisegno dei prodotti), a renderli “scevri da melanconia”, per evitare ogni effetto retrò.

Il rapporto di Le Corbusier con la luce artificiale

Mentre è noto il rapporto di Le Corbusier con la luce naturale (“l’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”), meno conosciuto risultava il suo lavoro sulla luce artificiale, realizzato a partire dagli anni ’20 disegnando apparecchi utili a rispondere, caso per caso, a precise funzioni d’illuminazione negli interni e negli esterni delle sue architetture, un’attività spesso coadiuvata, nella messa a punto dei progetti, da Charlotte Perriand, collaboratrice nello studio in rue de Sèvres fin dal 1927 (e poi instancabile e versatile progettista), considerata co-autrice di molte delle idee di design di Le Corbusier.

Gli oggetti della coppia Le Corbusier-Perriand che Nemo, attraverso un paziente lavoro di relazione con i due archivi, ha messo a punto progettualmente e ri-ingegnerizzato, spaziano dalla “Potence pivotante” del 1938, ad una serie di oggetti disegnati negli anni ’50 come l’ “Escargot”, le “Borne Béton”, “le Projecteur”, quest’ultimo nato nel 1954 per l’illuminazione dei palazzi di Chandigarh.

Tra tutte affascina, per la riuscita integrazione tra disegno e funzione illuminotecnica, la cosiddetta “Lampe de Marseille”, ideata per illuminare gli appartamenti delle celebri Unitées d’habitation realizzate a Marsiglia tra il 1947 e 1955.

Uno sketch di studio di Le Corbusier per la “Lampe de Marseille” (courtesy: Fondation Le Corbusier)

Si tratta di un apparecchio a luce diretta e indiretta, che una serie di materiali d’archivio (disegni e foto) permettono di datare al 1949, ma di cui esistono diverse varianti realizzate, all’epoca, dalla ditta Ouvrard – Villars & Guilux, costruttori di apparecchi d’illuminazione per la marina e le ferrovie francesi.

La lampada trova la sua giustificazione in un problema illuminotecnico posto dalla conformazione dei moduli abitativi delle Unitées: nella tipologia di alloggio che presenta il soggiorno a doppia altezza infatti, la parte più interna in cui sono collocate cucina e zona pranzo si trova sotto al mezzanino dove, a causa dell’altezza ridotta, risulta impossibile collocare efficacemente lampade a soffitto.

La lampada congegnata da Le Corbusier, e riproposta da Nemo, utilizza una doppia parabola tronco-conica fissata a parete tramite un’asta tubolare ad L che – grazie agli snodi – permette un’ottima orientabilità nello spazio.

La “Lampe de Marseille”, progettata dall’architetto nel 1949-52, qui nella riedizione a cura di Nemo. La lampada ha due snodi sul braccio e un attacco a parete che ne permette la rotazione. E’ realizzata in alluminio con diffusore tornito in lastra. Con emissione luminosa diretta e indiretta, dispone di una doppia accensione (courtesy photo: Nemo)
(courtesy photo: Nemo)

Le due parabole, una a fascio stretto e l’altra a fascio ampio,consentono di avere sul tavolo da pranzo una luce ideale, che mescola la componente diretta a quella morbida di una di luce riflessa dal basso solaio del mezzanino. Una “machine à lumière pivotante”, dunque, ancor oggi di grande praticità.

(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here