Luce e Musei: un progetto di qualità è un valore aggiunto per tutti

 

Massimo Iarussi, lighting designer – Studio Massimo Iarussi, Firenze

L’ambito museale è forse quello dove appare più evidente la specificità del progetto della luce. Gli aspetti tecnico-funzionali si combinano qui a valutazioni percettive, emozionali, a considerazioni storiche, architettoniche e, non ultime, conservative. Tutto questo rende evidente quanto la progettazione della luce sia una attività professionale autonoma, cruciale all’interno del gruppo di progettazione.

Dunque, lo stato di salute del progetto della luce in ambito museale può essere considerato emblematico in relazione al tema generale della qualità dell’illuminazione. E infatti, la qualità media dei progetti di illuminazione in ambito museale non è migliore né peggiore di quella di qualsiasi altro settore: ad alcuni esempi eccellenti, si affianca una moltitudine di progetti molte volte più che dignitosi, ma spesso di qualità mediocre.

La notizia buona tuttavia è che l’attenzione al tema sta progressivamente crescendo, sia pure ad un ritmo assai lento. Sempre più i professionisti coinvolti nella progettazione degli allestimenti museali ricorrono al supporto di specialisti competenti. Anche nelle gare pubbliche per la progettazione di allestimenti museali viene sempre più frequentemente richiesta la presenza nel gruppo di progettazione di uno specialista della luce e spesso i bandi riservano un peso rilevante alla valutazione delle soluzioni illuminotecniche. Tutto questo certamente non è (ancora) la regola, ma rappresenta un segnale incoraggiante, che testimonia una tendenza in atto.

Troppi fattori rendono tuttavia questo orientamento ancora incompleto nei suoi esiti, con il rischio di vanificarne la portata. Si sconta in questo settore, forse più che in altri, l’assenza del pieno riconoscimento della figura professionale del progettista della luce.

Nei bandi di gara, la figura del professionista dedicato non è delineata in modo univoco e la sua presenza viene regolamentata e valutata di volta in volta in modo diverso. Talvolta sono ammessi consulenti privi di una chiara qualificazione, e questo lascia spazio a figure ibride, spesso legate a strutture commerciali o di produzione.

All’estremo opposto, nel tentativo di garantire formalmente l’indipendenza professionale, i bandi in qualche caso richiedono per tutti i professionisti l’iscrizione ad uno degli albi professionali di categoria (ingegneri, architetti o periti) tagliando fuori tutti i giovani professionisti, spesso molto competenti, che non hanno i requisiti per iscriversi a quegli albi ma hanno frequentato master o corsi specifici di alta formazione.

Per uscirne, non si può far altro che continuare a mirare al pieno riconoscimento delle competenze del progettista della luce. Questo deve avvenire sul piano culturale, prima ancora che su quello formale. Mi piace pensare che i segnali positivi in atto siano, almeno in parte, il frutto dello sforzo che tanti professionisti hanno dedicato a questo obiettivo negli ultimi anni.

Occorre proseguire su questa strada, coinvolgendo e sensibilizzando i professionisti delle discipline collaterali, i responsabili delle istituzioni museali e anche il grande pubblico, fino a che il mestiere di lighting designer non appaia a tutti come un mestiere “normale”, e perciò stesso indispensabile.

arch. Massimo Iarussi

 

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