Milano - Palazzo Kiton

Luce per l’arte sartoriale

Lo showroom Kiton. Il grande ambiente della sala principale: a soffitto, i nuovi apparecchi a luce LED installati (sistemi spot a binario Opton, potenze 28 e 38 W, rispettivamente per 2430 e 3240 lm, tc 3000 K, con ottiche Narrow Spot). Nelle sale laterali sono utilizzati i sistemi spot a binario Optec, 24 W, con tc 2280 lm, tc 3000 K, sempre con CRI > 90 (courtesy photo: Dirk Vogel)
Lo showroom Kiton. Il grande ambiente della sala principale: a soffitto, i nuovi apparecchi a luce LED installati (sistemi spot a binario Opton, potenze 28 e 38 W, rispettivamente per 2430 e 3240 lm, tc 3000 K, con ottiche Narrow Spot). Nelle sale laterali sono utilizzati i sistemi spot a binario Optec, 24 W, con tc 2280 lm, tc 3000 K, sempre con CRI > 90 (courtesy photo: Dirk Vogel)

A proposito della nuova sede di Kiton, aperta a Milano in via Pontaccio nello storico edificio costruito negli anni 1908 – 10 dagli architetti Luigi e Cesare Mazzocchi per ospitare i depositi della società di trasporti Gondrand 

Da Ferrè a Kiton

arch. Franco Raggi

La storia del palazzo Gondrand di via Pontaccio a Milano è emblematica. Tempio e “borsa” dei trasporti fino agli anni ‘80, dopo una prima ristrutturazione che fu a quel tempo a cura dell’architetto Marco Zanuso, diviene nel 1997 la sede della Maison Ferrè.

Il sogno di Gianfranco Ferrè era quello di rappresentare nello spazio austero del palazzo tardo-liberty l’efficienza , l’eleganza e la bellezza di una macchina per lavorare. In questa “casa” Gianfranco Ferrè investì, risorse, immaginazione, energie tecniche ed umane per un progetto dedicato, da gran lombardo qual’era, alla religione del lavoro.

Chi scrive queste note fu personalmente coinvolto in questa sfida e lavorammo e discutemmo molto sul senso di questo simbolo che doveva raccontare lui stesso , un modo di lavorare, un gusto, un’estetica e una visione laica della magnificenza e del lusso. La nuova proprietà Kiton e il suo presidente Ciro Paone – che questo palazzo ha fermamente voluto come nuova sede milanese della società napoletana – hanno voluto mantenere questo spirito e il carattere di questa architettura. Per questo preferisco definire il mio lavoro in questa prima fase, come un restauro “non conservativo”.

I puntamenti effettati con angoli di emissione delle ottiche molto strette e la temperatura colore di 3000 K propone all’interno scenari con accenti e contrasti misurati e precisi, senza eccessi nei valori di illuminamento (courtesy photo: Dirk Vogel)
I puntamenti effettati con angoli di emissione delle ottiche molto strette e la temperatura colore di 3000 K propone all’interno scenari con accenti e contrasti misurati e precisi, senza eccessi nei valori di illuminamento (courtesy photo: Dirk Vogel)

L’aggiornamento tecnologico degli ultimi 15 anni ha reso necessaria la sostituzione, integrazione e potenziamento dell’intera macchina illuminotecnica. In questa prima fase ci siamo occupati principalmente del cosiddetto Piano nobile, che ospita il grande salone a doppio volume di 700 metri quadri e gli importanti spazi accessori sulle vie Pontaccio e Fiori Chiari.

Il progetto illuminotecnico dello studio C14 ha tenuto conto di alcuni indirizzi ai quali tenevo molto: in particolare il salvare la volumetria  e la proporzione raffinata del salone alto 9 m, evitando di sospendere a mezza altezza una struttura a rete di binari per i nuovi apparecchi a luce LED.

A volte l’efficienza luminosa deve cedere alla esigenza architettonica. Meglio cioè un po’ meno di luce in che uno spazio non più leggibile nella sua  grandiosa qualità. Il secondo carattere conservato nel salone è quello della varietà di sistemi di illuminazione. Alla luce naturale dal lucernario si affiancano tre sistemi diversi tecnici e decorativi. Le maschere  stilizzate sulle lesene, perché una lampada può essere una faccia ( a volte).

L’anello di  40 punti abbaglianti  che circondano il lucernario con le Nobi (FontanaArte),  la rete di luci fluorescenti che accentuano, nascoste, la geometria in ferro e vetro del lucernario. Questa diversità permetteva e permette ancora di modulare diversi scenari di luce a seconda delle esigenze d’uso del Salone. La sfida accettata da ERCO è stata quella di raggiungere la necessaria efficienza per i nuovi apparecchi a luce  LED posizionati a 9 m di altezza, una prestazione inizialmente giudicata non realizzabile.  Mi sembra che funzioni.

(courtesy photo: Dirk Vogel)
(courtesy photo: Dirk Vogel)

In un edificio che è parte della storia di Milano…

arch. Alexander M. Bellman

Per l’autore di questa nota, che nonostante il nome straniero ha radici e tradizioni profondamente milanesi, il nuovo showroom di Kiton apre nell’edificio più evocativo di tutta la Milano capitale della moda degli anni ‘90.

Ogni centimetro di muro ti parla di storie recenti, ti racconta di Gianfranco Ferrè, del progetto di Franco Raggi ( che con grande intuito e coerenza è stato di incaricato dalla maison napoletana di questo secondo intervento di ristrutturazione e rivitalizzazione ) e – a livello personale – anche delle serate passate nei locali di Brera e C.so Garibaldi, senza neanche immaginare, ogni qualvolta  mi soffermavo a guardare le gloriose vetrate della facciata, che in futuro avrei avuto l’onore e l’onere di lavorare proprio per questa architettura, facendo una delle cose che più mi piace, progettare la luce.

L’incarico che abbiamo ricevuto per questo intervento è molto specifico e molto tecnico: riguarda la grandiosa sala principale, le sale ad essa adiacenti e le facciate esterne su  via Fiori Chiari e via Pontaccio.

Per il resto si è scelto di riutilizzare l’impianto esistente riconfigurando, ripristinando e coinvolgendo i progettisti originali. Mi sono quindi occupato delle zone più tecniche e delicate, dove a mio parere un intervento di illuminazione richiede competenza specifica nel lighting delle opere d’arte (ce ne sono già alcune e ce ne saranno molte altre) e del retail di lusso. Una cosa che va doverosamente precisata – e non penso di dire un’eresia – è quella che dal punto di vista della luce l’approccio progettuale in questo caso non è molto dissimile da quello che avremmo utilizzato per una galleria d’arte o per un museo, con una fortissima attenzione alla resa cromatica dei  raffinatissimi tessuti e la possibilità di una grande flessibilità di configurazioni e puntamenti.

A ciò si aggiungono le tematiche tipiche degli showroom di moda, per esempio  la possibilità dell’illuminazione dei tavoli dedicati alla vendita durante i periodi di campagna e il controllo accurato dell’illuminazione di ambiente e di atmosfera. In un primo momento l’approccio è stato particolarmente difficile perché a prima vista tutto non sembrava contaminabile con altro rispetto a quello che già c’era: l’immenso lucernario, i fluorescenti dietro i vetri, le lampade per fonti alogene “Nobi” di Fontana Arte (design: Metis Lighting) a soffitto…. L’architettura interna è dominante, le maschere di Franco Raggi disposte sulle colonne lungo il perimetro della sala ti osservano e ti giudicano di continuo.

L’unica strada percorribile – e questo è il punto fondamentale – era quella di fare in modo che il nuovo sistema di illuminazione non avesse la pretesa di far parte del disegno progettuale originale. Certo,  proiettori e binari seguono le linee architettoniche, sono  ordinati, precisi e assolutamente rispettosi nella loro posizione adiacente al soffitto ed al lucernario a 8 m d’altezza, ma in un certo senso la loro presenza e tecnica è e deve essere autoreferenziale.

E’ stata scelta ERCO come partner, per la grande configurabilità ed intercambiabilità delle lenti, l’elevato rendimento luminoso ( e quindi risparmio energetico ), la precisione assoluta nei fasci e nelle ombre, il design essenziale, molto poco invasivo e assolutamente sobrio: dovrà essere la sartorialità di Kiton ad essere la sola protagonista in questo fantastico palcoscenico. Tra l’altro dal punto di vista tecnico, vista la distanza praticamente proibitiva per un apparecchio a LED da interni e la necessità evidente di angoli strettissimi ( narrow spot da 6°), è stata richiesta alla società tedesca di mettere in campo tutte le sue risorse in termini di engineering progettuale e, in anteprima mondiale, abbiamo usato qui un prodotto speciale custom 2014, con tempi di produzione ridotti all’osso.

In generale tutto il progetto è il risultato di una sintesi di interventi specialistici e di eccellenze, coniugando la creatività dei designer milanesi con l’elevata competenza tecnica dei progettisti tedeschi, al servizio della casa di moda che ha fatto la storia del taylor made nel mondo.

(Franco Raggi, Alexander M. Bellman)

 

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