Le lampade e l’Interior

Milano - Giardini della Triennale, Fuorisalone 2013 – Installazione Unopiù in Wonderland (cortesia: Studio Laviani)
Milano – Giardini della Triennale, Fuorisalone 2013 – Installazione Unopiù in Wonderland (cortesia: Studio Laviani)

Abbiamo incontrato uno dei nomi più significativi del design italiano, un progettista che ha saputo coniugare al meglio l’Industrial design con l’Interior, passando attraverso tutte le declinazioni creative possibili dell’attività di un designer

L’architetto e designer Ferruccio Laviani

Architetto e designer, Ferruccio Laviani inizia la sua collaborazione con lo studio De Lucchi, del quale diventa partner. La sua attività professionale lo vede collaborare dalla seconda metà degli anni ’80 e negli anni ’90 con molti grandi brand come Mandarina Duck, Olivetti, Swatch, Artemide.

Nel 1990 progetta con Michele De Lucchi e la direzione ed il coordinamento operativo di Alessandro Mendini, l’Interior Design per la ristrutturazione dell’ala storica del Groninger Museum di Groningen.

Apre il suo studio a Milano nel 1991, ed è partire da quello stesso anno consulente e Art Director per Kartell, allargando in quegli anni la sua attività in differenti ambiti creativi, dalla comunicazione industriale alla corporate identity, con un approccio molto trasversale ed eclettico, muovendosi  fra i mondi della grafica pubblicitaria, dell’adversiting, del packaging, del product design e dell’exhibit design.

Laviani disegna  per prestigiosi marchi italiani ed internazionali come Foscarini, Emmemobili, T70, Halifax, Kartell, Mixel, FontanaArte, De Padova, Molteni&C, Moroso, Swarowski, studiando per molti di loro il concept dei flagship store. E’ stato Art Director di Flos dal 1997 al 2007. Si è occupato di Interior Design per fashion brand come Dolce & Gabbana, per cui ha ideato l’Interior ed il furniture design per gli showroom, gli uffici, gli spazi di vendita e di rappresentanza.

L’esperienza con Kartell

Nella tua cultura è centrale l’esperienza di collaborazione ed il percorso creativo come direttore artistico di Kartell. Come è avvenuto questo incontro e quali possibilità operative di ricerca ha aperto nella tua attività di designer?

“L’incontro è avvenuto abbastanza per caso in quanto nel 1991 lavoravo con De Lucchi e mi occupavo della progettazione degli allestimenti espositivi; in quella fase il designer Rudi Von Wedel che coordinava il lavoro di progettazione in Kartell aveva richiesto all’azienda qualcuno per poter sviluppare queste attività e così ho incontrato l’AD e Presidente Kartell Claudio Luti che mi fece una serie di proposte in tal senso.

Il mio rapporto con Kartell a partire da quel momento si è sviluppato su differenti ambiti, e all’inizio non esisteva nemmeno l’idea di inserire una figura come la mia all’interno dell’azienda; tutto è avvenuto per necessità, in quanto l’azienda in quella fase aveva un catalogo limitato e proveniva da una fase controversa all’interno della quale si rifletteva la crisi che si era profilata a partire dalla metà degli anni ‘70.

Il prodotto in plastica non era così ben visto e devo dire che la genialità di Claudio Luti – che provenendo dal mondo del fashion aveva una sensibilità molto differente – ha portato all’interno dell’azienda un mondo diverso…”.

Scenotecnica per l’Interior

Accanto alla tua attività come industrial designer, si è sviluppato in parallelo un altro tuo filone di ricerca: come scenotecnico degli spazi architettonici hai superato in diversi casi i confini canonici dell’Interior Design. Puoi raccontarci qualcosa in tal senso, ad esempio della tua collaborazione con D&G?

“Penso che luce e scenografia siano due parti della stessa cosa, e ancora una volta il mio legame ed insieme il debito di formazione con Achille è in tal senso coerente in quanto le lampade che abbiamo progettato fanno parte di quella necessità di creare una presenza spaziale che è anche scena. La centralità della luce è stata sempre me un valore portante e – come avviene in un qualunque interno domestico in Francia – l’insieme delle differenti luci in punti diversi della casa restituisce una lettura dell’atmosfera. Sono convinto quindi che l’utilizzo di diverse fonti luminose serva a creare i diversi scenari che alla fine ci restituiscono la scena.

Un’immagine del flagship store D&G a Milano (cortesia: Studio Laviani)
Un’immagine del flagship store D&G a Milano (cortesia: Studio Laviani)

L’ambiente uno lo deve vestire: Dolce & Gabbana mi hanno detto cosa pensavano dovesse esserci e poi – a parte le esigenze poste dai prodotti –  ho avuto direi carta bianca muovendomi sui temi della regolazione, in collaborazione con lo studio Isometrix di Arnold Chan a Londra, studio di lighting design che per primo venne interpellato per fare il progetto..”.

Chan vide il mio concept di illuminazione per il negozio e da quella collaborazione sono nate le famose gole luminose negli store che facevano contorno ai lampadari di Barovier, e un’ampia serie di elementi funzionali del progetto che via via si sono aggiunti ai contenuti tecnici.

Da una parte c’era il lavoro per l’Interior sul volume dello spazio con un intervento sull’immagine barocca, e dall’altra l’avere una ampia serie di sorgenti luminose. Così, partendo dal negozio uomo di Corso Venezia a Milano, ho spostato il concept dello spazio dal barocco verso una dimensione contemporanea, attenta anche a valori culturali regionali, con un’illuminazione anche più drammaturgica, fatta di contrasti, necessari all’espressione dello spazio”.

Ancora a proposito di lampade. Le tue riflessioni sull’oggetto lampada e sulle sue valenze in termini di qualità luminose e percettive si amplificano molto anche in altri prodotti che hai realizzato per Kartell…

La lampada Bourgie, (2004) per Kartell (cortesia: Studio Laviani)
La lampada Bourgie, (2004) per Kartell (cortesia: Studio Laviani)

“Il grande successo per Kartell è stata la lampada Bourgie, un prodotto che ha aperto la strada al successo dei prodotti di illuminazione, della quale appena iniziatala produzione se ne facevano 70.000 pezzi all’anno, e ancora oggi forse ha una produzione intorno ai 40.000 pezzi.

Su di un altro piano, la lampada Tati si contrappone con forme molto pulite, paralumi molto borghesi, e una lettura molto interessante sviluppata attraverso i suoi contenuti formali.

La lampada Tati ha però una complessità in termini di stampo ed è difficile per il pubblico comprenderla; quella che ha avuto più successo è quella con il paralume di seta, ma il pubblico non riesce a coglierne il bilancio tra la percezione dell’investimento ed i suoi costi reali.

Alla fine la lampada Tati viene proposta con una serie di cappelli diversi ed è nata l’idea di proporla di volta in volta personalizzata; all’ultimo Salone abbiamo presentato una versione con il paralume in pizzo. Si tratta di una lampada che si presta molto ad evolversi”.

Luce come installazione

Il Design per il LED Al Salone del Mobile del 2011 è la volta di un’altra tua profonda riflessione, con l’installazione (Standard) 3 Pianoforte, realizzata per Panasonic. Qui la lettura dei passaggi che conducono alla scansione elettronica del controllo digitale e della luce LED e OLED sembrano compiersi nel registro estetico dell’installazione artistica. Quale esperienza critica volevi stimolare nell’osservatore? 

“La prima cosa che volevo fare con il progetto di questo allestimento era quella di eliminare la possibilità di pensare che la gente venisse lì a vedere una mostra di componenti elettronici; l’idea qui era quella di vivere una tecnologia innovativa in modo diverso.

La sala dei grandi mandala era stata pensata per suggerire una lettura trascendentale di ciò che nella vita normale si traduce spesso in un’esperienza banalizzata; l’altra cosa era quella di realizzare una sorta di interazione multimediale negli spazi del mezzanino e l’ultimo obiettivo quello di mostrare come l’OLED fosse trasparente, per dare un’idea di come l’esperienza del gioco può capitare a chi utilizza la tecnologia.

Certamente lavorare per fare percepire ad un fruitore un modo abbastanza inusuale con il quale è possibile rapportarsi con questa tecnologia penso che sia una cosa molto più interessante che non farlo attraverso una presentazione tecnica”.

Alla nuova dimensione anche domestica della luce elettronica LED sembrano guardare altre due tue lampade, Taj per Kartell e Tuareg per Foscarini. Vuoi parlarne un po’?

“Parlando di LED, sempre di più ci troviamo di fronte ad una scelta abbastanza obbligata.

La prima esperienza è stata quella su Taj e devo dire che si è trattato di una cosa abbastanza complessa: da quando esiste la lampadina abbiamo sempre connotato le teste delle lampade con questa geometria, e oggi con il LED cambia proprio questo.

Ci siamo posti il nuovo problema di che tipo emissione luminosa allora volessimo da questa lampada, e in più c’era il problema dell’engineering: le problematiche del LED – oltre alla gestione della luce – riguardano anche un problema di filiera, in quanto devi avere una coerenza fra i fornitori ed il risultato tecnico che vuoi ottenere. Taj doveva essere una lampada da ufficio, ma poi abbiamo pensato all’idea di una lampada fissa, con l’opzione di due altezze.

La lampada Tuareg, per Foscarini (2013)

Per il progetto di Tuareg con Foscarini volevo invece una lampada che fosse soprattutto una presenza, una scultura alla quale ho cercato di aggiungere delle funzionalità, come il fatto di poter girare questa serie di bracci dimmerabili fra loro: qui ho la possibilità di personalizzare la luce, in una lampada che propone una ricerca illuminotecnica e funzionalità operative molto elevate”.

Con l’installazione del Fuorisalone di quest’anno nel giardino della Triennale, Unopiu’ in Wonderland, vediamo come l’Immaginazione si riprenda il Potere, obbligando la realtà dell’osservatore all’esperienza di un sogno cromatico denso di nuovi incontri e forme di arredo dello spazio. Come deve essere uno sguardo innovativo sul mondo del design oggi e quali possibilità concrete di espressione vedi per il giovane design italiano?

“Nei negozi come negli allestimenti cerco sempre di fare compiere alla gente un’esperienza e per me questo è sempre molto importante, e credo che oggi questa sia un po’ la mia cifra stilistica. In questo caso l’obiettivo era quello di prendere un’azienda con un’immagine di prodotto molto borghese e fare capire che quel prodotto in realtà diventa borghese solo se tu lo vesti in un certo modo, e come invece tutto diventa diverso con la luce colorata, con pellicole che trasformano la luce naturale e permettono di fare una nuova esperienza degli oggetti.

triennale-2Mi piaceva l’idea di queste immagini molto retrò, in quanto amo molto il mondo dei comics, e qui nel giardino della Triennale la suggestione della presenza della scultura di De Chirico e l’idea stessa di questi standserre come lanterne magiche contribuivano ad accentuare questo tipo di approccio.

Per rispondere alla domanda, secondo me si è persa l’idea di cosa sia questo lavoro. Un designer oggi ha l’obbligo di capire se vuole lavorare con l’industria o se vuole fare l’edizione limitata. Se tu lavori con un’azienda devi pensare che devi operare con concretezza. Secondo me ci vuole una presa di coscienza, e non c’entra tanto il giovane o il vecchio design, in quanto penso che conti molto la concretezza e l’idea in sintonia con il tempo, con la massima attenzione ai costi.

E questo tipo di approccio vedo che spesso e volentieri lascia un po’ a desiderare, e c’è veramente uno scollamento fra quella che è la parte propedeutica ed il lavoro concreto da proporre. Ci portiamo ancora un po’ troppo sulle spalle un vecchio retaggio anni ’80 – ’90 di un’immagine del Design come un esercizio fine a sè stesso, stereotipo che ci ha creato e genera ancora oggi problemi in questa direzione”.

 

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