L’’arte degli abissi’ di Damien Hirst a Punta della Dogana e Palazzo Grassi

Venezia. Punta della Dogana. Damien Hirst, “Treasures from the wreck of the unbelievable”. Uno degli ambienti che ospitano le collezioni di opere ‘minute’ (cortesia dell’autore)

Poter avere contemporaneamente a disposizione a Venezia due spazi espositivi quali Punta della Dogana e Palazzo Grassi non è un’occasione che capiti spesso ad un artista. “The treasures of the wreck of the unbelievable” è una mostra che gioca sul limite tra verosimile e inverosimile, a partire dalla storia proposta al visitatore secondo cui le opere esposte provenirebbero dal relitto di una nave affondata nel II secolo.

Venezia. Punta della Dogana. Damien Hirst “Treasures from the wreck of the unbelievable” (cortesia dell’autore)

L’abile storytelling proposto dall’artista illustra con immagini luminose le impegnative (quanto fittizie) operazioni messe in atto per il recupero dei reperti dalla profondità degli abissi marini, rendendo la finzione a tal punto credibile che quasi dispiace dovervi rinunciare. Essendo, nel racconto, le opere rimaste a contatto per secoli con gli agenti delle profondità marine, le sculture in marmo e bronzo appaiono cosparse di incrostazioni prodotte da ossidazioni, coralli, muffe, spugne, conchiglie, riprodotte artificialmente dall’artista e dai suoi collaboratori nel corso di un lavoro durato un decennio. Una (finta) collezione di arte antica ci viene così restituita invasa (e inseparabile) dalla Natura che se ne è riappropriata nel corso dei secoli con intricate e coloratissime textures 3D biomimetiche.

A ulteriore sostegno di questo gioco, l’’unbelievable storytelling’ di Hirst propone anche la riproduzione di una serie di reperti, esposti a fianco degli originali incrostati, a riconferma, come già nell’antichità, del valore della copia rispetto all’originale.

L’operazione ha in realtà molto a che fare con il museo e la museografia. Per dare corpo alla storia del ritrovamento, l’artista inglese ha prodotto – oltre a sculture di grandi e piccole dimensioni – una moltitudine di altri artefatti (dalle armi antiche, alle monete, dai monili, ai gioielli), proponendoli in forma di collezione e affrontando problematiche espositive non inferiori a quella di un museo archeologico, con problemi di allestimento di oggetti le cui dimensioni variano dal centimetro fino ai 15 m di altezza.

L’uso della luce non sempre riesce a tradurre con coerenza questo significato di ambiguità tra originale e copia, antico e contemporaneo, permanente e temporaneo. I sistemi di illuminazione dei due centri espositivi, infatti, pur concepiti in maniera differente, sono entrambi adeguati alla flessibilità richiesta dalle esposizioni temporanee, ma le spazialità dei saloni neoclassici di Palazzo Grassi e quella seicentesca dei magazzini della Dogana fanno reagire gli oggetti esposti e la luce in modi completamente diversi, tanto che la lettura delle opere e in definitiva lo stesso storytelling risultano differenti, fino a mutarne la percezione della natura fantastica.

Negli spazi a doppia altezza della Dogana la luce naturale e quella artificiale hanno una forte componente zenitale, mentre nelle sale dell’ammezzato la luce naturale – entrando dalle grandi lunette finestrate – viene riflessa dal pavimento in gomma lucida creando situazioni di controluce. La luminanza delle pareti in mattoni a vista, colpite in modo radente da una sorgente lineare continua e l’abbagliamento del pavimento, dominano a volte sulla componente di luce diretta sulle opere, rendendo il contesto eccessivamente “realistico” in relazione all’intento narrativo della mostra.

A Palazzo Grassi il sistema illuminotecnico delle travi sospese è utilizzato per la luce d’ambiente, mentre la luce sulle opere è risolta da alcuni mini-proiettori con sagomatore orientati sulle teche. Dal punto di vista del rapporto tra luce e racconto le sale interne sono le più riuscite. Nelle sale verso il canale, le grandi finestre sono lasciate senza la protezione delle tende, così che il sole, entrandovi direttamente, disegna tagli di luce sul pavimento, con un certo effetto metafisico.

Venezia, Palazzo Grassi. Damien Hirst “Treasures from the wreck of the unbelievable” (cortesia dell’autore)
Venezia, Palazzo Grassi. Damien Hirst “Treasures from the wreck of the unbelievable” (cortesia dell’autore)

In un caso addirittura, volutamente, colpisce in modo diretto un’opera (un teschio di unicorno in cristallo di rocca e agata bianca traslucida) proiettandone sul pavimento l’ombra trasparente. Si tratta, in tutta evidenza, di soluzioni che sovvertono ogni regola museografica legata alla conservazione e alla fruizione oggettiva delle opere.

Queste ‘regole’ invece vengono meticolosamente applicate (sia a Palazzo Grassi che a Punta della Dogana) nelle sale che ospitano le collezioni di opere minute quali ori, pietre preziose, armi: qui le contropareti scure e le eleganti e aeree teche in cristallo, dotate di ripiani con sistemi LED incassati, imitano alla perfezione le più sofisticate soluzioni museali contemporanee. Versione aggiornata delle sue famose teche con pillole e compresse disposte in ossessive file ordinate, queste finte collezioni di oggetti antichi di Hirst, esposte con rigore scientifico, trasformano in opera d’arte l’atto espositivo museale con i suoi strumenti e i suoi riti. Gli attoniti visitatori sostano di fronte ai minuti reperti perfettamente illuminati, inconsapevoli di essere anch’essi parte, come spettatori, di una incredibile macchina narrativa.

(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)

 

DAMIEN HIRST – “TREASURES FROM THE WRECK OF THE UNBELIEVABLE”

Venezia

Sedi della mostra: Punta della Dogana e Palazzo Grassi

Fino al 3 dicembre 2017

La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 19 (chiusa il martedì)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here