E’ la “Smart lighting” fondamentale per un concept contemporaneo di “Smart office”?

 

Alexander Bellman

Mentre navigo sul web cercando spunti originali per l’articolo che segue, mi imbatto in un interessante ricerca sullo “smart working”.

Nello specifico, l’autore tratta di uno studio fatto dal Politecnico di Milano al riguardo di quali sono le sei leve progettuali fondamentali per la realizzazione di uno spazio lavorativo che possa realmente essere definito “smart office”.

Sempre nella loro definizione anglofona, i comandamenti secondo l’autore sono 6: flexibility, multifunctionality, technology, acoustic intelligence, building automation, wellness service.

Mi chiedo subito, ma il lighting design come è stato considerato? L’acustica ha un comandamento tutto per se, e noi dove siamo? Proseguo nella lettura e scopro che l’illuminazione fa parte della “building automation”; l’unica caratteristica richiesta alla luce è quella di potersi regolare automaticamente insieme alla temperatura, in funzione delle condizioni ambientali sia esterne che interne. Una digressione: nel 1997, fresco di università, ebbi la fortuna di vincere un concorso privato insieme a Niccolò Aste e Riccardo Finzi, per la ristrutturazione e l’Interior Design degli uffici della Virgin Music Italy.

Al tempo si trattava per noi di un progetto importantissimo, il nostro primo incarico ufficiale, 1000 m2 in pieno centro a Milano per la nuova sede di una importante casa discografica. Consci dell’importanza del tema, coinvolgemmo uno dei pochi studi che allora poteva realmente essere definito uno studio di Lighting Design: Pietro Palladino e Cinzia Ferrara ci aprirono le porte su un mondo che non conoscevamo, ed indubbiamente cambiarono il nostro percorso lavorativo futuro. Ad esempio, inserimmo apparecchi fluorescenti a luce indiretta nelle zone di lavoro, collegati ad un sensore che automaticamente ne regolava l’intensità in base alla lettura dell’illuminazione ambientale. Pur essendo all’avanguardia nelle scelte tecniche, avevamo già realizzato così uno smart office? Almeno per quello che riguarda la luce?

La collaborazione tra architetto e lighting designer fu comunque ottima in quel caso ed i nostri clienti “illuminati”, ma, senza ombra di dubbio, i fattori da tener presenti oggi sono più numerosi e l’approccio è differente. Innanzitutto il progetto di lighting fa parte di un unico sistema complesso in continua variazione, dove interagiscono in stretta correlazione tre sottosistemi principali: lo spazio fisico (l’architettura), quello virtuale (la rete) e le singole persone, attraverso i loro sensi, come fruitori del tutto. Orientare la progettazione della luce alla percezione e fare scelte di tipo qualitativo e non quantitativo è un comandamento per noi da sempre, ma la trasformazione degli spazi di lavoro in luoghi variabili e multifunzionali prevede di applicare principi di flessibilità avanzati.

Diventa fondamentale cercare di capire ed interpretare come siano mutati i comportamenti e le aspettative dei singoli individui e le modalità di interazione con gli altri singoli individui. Faccio alcuni esempi: la visione dei volti durante una riunione classica o durante una videoconferenza, il portatile oppure il blocco di appunti sulla scrivania, il controllo degli abbagliamenti diretti ed indiretti sulla base della corretta scelta di posizionamento e dell’ottica, la maggiore importanza delle superfici verticali in tema di contrasto luminoso rispetto alle orizzontali, gli spazi comuni e contemporaneamente anche privati, le reti WI-FI e la portabilità degli strumenti di lavoro che insieme all’accessibilità dei dati rendono di fatto qualsiasi luogo multifunzionale…

Insomma, perché un “ufficio” sia “smart”, deve essere “smart” anche il progettista che deve essere capace di interpretare e prevedere la mutazione, ragionando in termini di predisposizione, interazione e sviluppo. Sembra banale, ma è nel campo dell’illuminazione che si presentano le maggiori difficoltà: ci si scontra con situazioni impiantistiche rigide o budget prestabiliti, intervenendo spesso in situazioni “core and shell” dove di fatto l’esistente è una maglia regolare di apparecchi 60×60 a controsoffitto e con distribuzione luminosa uniforme, e non è facile far capire ai propri interlocutori l’importanza del cambiamento.

Dal 1997 ad oggi di uffici ne abbiamo fatti molti, sempre sperimentando ed innovando, passando da commesse pubbliche a spazi iper privati. Nonostante ciò, sulla base della mia esperienza sento di poter affermare che forse i 6 principi proposti all’inizio per definire lo “smart office” dovrebbero oggi con sicurezza essere implementati da diverse nuove voci.

Alexander Bellman – Gruppo C14 Interior Retail Exhibition Lighting

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