In “Un Posto al Sole” la nostra vita in luce

 

Posillipo. Villa Volpicelli (Palazzo Palladini)

“Un Posto al Sole”, sicuramente negli anni il più efficace e contemporaneo ‘real drama’ per il piccolo schermo interamente realizzato in Italia e prodotto da RAI Fiction, FreemantleMedia Italia e dal Centro di Produzione RAI di Napoli, ha compiuto quest’anno i 22 anni in un racconto ininterrotto che da un lontano lunedì 21 ottobre 1996 ha quasi raggiunto le 5000 puntate. La fiction è seguita nel mondo da circa 15 – 20 milioni di persone

La forza profonda di “Un Posto al Sole” sta nella trasposizione contemporanea di un percorso di visione che il telespettatore ha compiuto e ripetuto in questi anni, trovando sempre il suo punto ideale di incontro nella qualità di un prodotto televisivo, fatto di importanti competenze e singolarità professionali in un fantastico lavoro di squadra, e attraversato sempre e completamente dallo ‘sguardo di realtà’ della luce.

Emozionare lo spettatore vuol dire raccontare con le immagini il mito della realtà che è poi la migliore essenza dei valori di ogni nostra personale esperienza: questo riesce a fare un buon prodotto televisivo in tutte le sue componenti e la luce in questo gioca un ruolo centrale. “Un Posto al Sole” è diventato un concept a se stante e ha raccontato la storia del Paese in coerenza con l’idea via via introdotta dagli autori di far coincidere i tempi della vita reale con quelli della fiction, perché mai come ora questa simultaneità è necessaria.

Vincenzo Calò, Direttore della Fotografia

Vincenzo Calò, Direttore della Fotografia, sul set (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)

Dal sistema di ripresa tradizionale a tre camere al sistema cinematografico

Come è cambiata negli ultimi anni la tua tecnica di ripresa di “Un Posto al Sole”? C’è stato un aumento importante della presenza di soggettive e primi piani e di sessioni in esterna, con l’utilizzo di un set luci allargato rispetto al passato. Vuoi parlarcene?

Prima di tutto una premessa: “Un Posto al Sole” nasce nel 1996 come primo esperimento di soap opera in Italia per la Rai, adottando un format australiano ed un sistema di ripresa da studio configurato su tre telecamere collegate ad una regia e ad un mixer video, realizzando contestualmente una registrazione ed un premontato di ogni singola scena.

In quella fase è possibile immaginare la difficoltà di illuminare un set la cui illuminazione era determinata prevalentemente dall’alto e in modo pressoché piatto, in quanto le telecamere erano in quella fase posizionate in modo da occupare quasi tutto lo spazio scenografico realizzando inquadrature da tre angoli di ripresa diversi. Siamo arrivati gradualmente al sistema di ripresa “cinematografico” e questo mi ha permesso nel corso degli anni di poter arrivare attrezzato con un parco luci allargato e tecnologicamente attuale, equipaggiato di apparecchi di illuminazione a luce LED come soft bank (tipo Kino Flo e Velvet LED panel).

Una fase delle riprese: il set qui è quello della ‘Terrazza’. Sul set a sinistra, gli attori Claudia Ruffo (Angela Poggi), Peppe Zarbo (Franco Boschi) e Marina Tagliaferri (Giulia Poggi) (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)
Un momento delle riprese sul set ‘Caffè Vulcano’, con gli attori Alessio Chiodini (Sandro Ferri), di spalle, con Gabriele Anagni (Claudio Parenti) (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)

Un altro motivo di continua evoluzione del lavoro tecnico sviluppato negli ultimi anni è anche sicuramente la definizione di una sintassi dell’immagine molto più dinamica, per tradurre un racconto con numerosi controcampi e più transizioni fra interni e esterni. Che conseguenze hanno avuto queste scelte sull’adozione di nuove tecnologie dedicate per la ripresa?

L’altro importante passo in avanti è stata la scelta di acquistare cineprese digitali con sensori super 35mm con 14 stop di gamma dinamica, corredati di ottiche fotografiche, e con una configurazione di gestione wireless per consentirci di effettuare riprese sia a spalla che con l’utilizzo di sistemi di ripresa mobili come lo Steadycam o la Free Fly.

A mio parere l’evoluzione tecnologica ha supportato sia la tecnica che il linguaggio di ripresa, ha permesso di lavorare di più sulla scelta di campi e controcampi o piani sequenza; in definitiva proprio grazie a questa evoluzione, sia la regia che la scrittura hanno trovato più soluzioni narrative e di messa in scena.

La forza della continuità e della durata nel tempo di questa produzione televisiva è senz’altro merito della qualità nella caratterizzazione dei personaggi, da sempre fortemente supportata dalle scelte del DoP, ad esempio attraverso un’azione attenta sui livelli di contrasto dell’immagine sui primi e primissimi piani, anche con un lavoro di color correction…

La forza e il successo di “Un Posto al Sole” ha numerose motivazioni e di certo una di queste è la capacità di caratterizzazione degli attori, ma non soltanto. Attualmente la qualità del prodotto è sensibilmente migliorata per tanti motivi: il formato di registrazione è cambiato da XDCAM a Apple Prores e il sistema di registrazione attuale sfrutta una curva logaritmica che ci permette di restituire su ogni scena un alto contrasto dinamico ed uno spazio colore maggiore.

Poi un’altra fase di lavorazione dove il rinnovamento è diventato imprescindibile lavorando con le cineprese digitali è proprio la Color Correction, con un ottimo lavoro svolto dal Colorist Fabio Bovenzi con il quale lavoriamo in piena sintonia sia io che il mio collega Alberto Di Vaio. Il materiale in s-log viene lavorato su console (DaVinci Resolve) applicando una prima LUT (look-up-table) e facendo successivamente operazioni di grading per restituire all’ immagine la giusta scelta artistica.

Un altro elemento di interesse è emerso ultimamente nell’uso della camera a mano, qui ho visto anche alcuni effetti slow motion a tema che si legano spesso a soggettive molto strette. Che tipo di dotazione luci utilizzi per realizzare questo tipo di riprese?

Gli effetti visivi vengono realizzati tutti in fase di montaggio e per questi non uso dotazioni luci specifiche. Sul piano della luce, il vantaggio ulteriore dato dalla sensibilità dei sensori (2000 ISO) mi offre la possibilità di lavorare con luce diegetica, ovvero utilizzando appunto tutte le fonti di luce che sono concretamente presenti sulla scena. Per esempio, il set ospedale (che è un ambiente ricreato interamente in studio) è illuminato con plafoniere a luce LED (Beghelli), ed è stato da me progettato proprio per avere maggiore libertà nei movimenti della M.d.p e dare un tono fotografico quanto più vicino alla realtà.

Un momento delle riprese nel contesto del ‘set ospedale’ interamente realizzato in studio e progettato dal DoP Vincenzo Calò. In scena gli attori Giorgia Gianetiempo (Rossella Graziani) e Francesco Vitiello (Diego Giordano) (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)

Qual è il tuo punto di vista sulle tecnologie LED e sul loro utilizzo nei set di ripresa televisivi?

La tecnologia a LED è stata sicuramente una innovazione tecnica di grande valore che ha permesso di realizzare sistemi di illuminazione a basso consumo energetico e ad impatto ambientale zero. Nei set di ripresa televisivi e cinematografici sono ormai largamente utilizzati, in quanto la loro resa qualitativa in termini di CRI (coefficiente resa cromatica) è davvero elevata, per cui si sono rivelati nel tempo sempre più affidabili.

Bruno De Paola, regista

Il regista Bruno De Paola (courtesy photo: Giuseppe D’Anna

Il ritmo della visione riflette l’accelerazione della Realtà e le nuove sintesi nella comunicazione

Il ritmo visivo che hai costruito ultimamente con la regia di un “Un Posto al Sole” si propone allo spettatore come risultato riuscito fra riprese di gruppo in interni e dialoghi in soggettiva costruiti sui primi piani. Nelle soggettive ad esempio si legge il tempo che passa, in un’idea forse evidenziata dagli autori per sottolineare il carattere dei personaggi..

La costante evoluzione del linguaggio televisivo impone a chiunque comunichi attraverso questo mezzo di essere sempre al passo con i tempi. Oggi sembra che i ritmi della nostra vita siano sempre più serrati e la stessa cosa accade anche al nostro modo di comunicare.

La vecchia e gradevole telefonata all’amico è stata sostituita dall’invio di una faccina colorata che, per chi non ha una vista di 10/10, risulta anche di difficile interpretazione. Per noi che raccontiamo storie attraverso il meraviglioso mondo dell’immagine televisiva, cambiare linguaggio non è facile ma è fortemente stimolante. In questo ultimo anno abbiamo cercato di rendere “Un Posto al Sole” sempre più ‘real drama’, e sinceramente credo che il risultato ottenuto sia stato significativo.

La vecchia e gradevole telefonata all’amico è stata sostituita dall’invio di una faccina colorata che, per chi non ha una vista di 10/10, risulta anche di difficile interpretazione. Per noi che raccontiamo storie attraverso il meraviglioso mondo dell’immagine televisiva, cambiare linguaggio non è facile ma è fortemente stimolante. In questo ultimo anno abbiamo cercato di rendere “Un Posto al Sole” sempre più ‘real drama’, e sinceramente credo che il risultato ottenuto sia stato significativo.

Tutto è nato dalla volontà del produttore Fabio Sabbioni e dal direttore della fotografia Vincenzo Calò che hanno sostenuto ed ottenuto questo cambio di rotta. Trattandosi di un grande lavoro di squadra, il cambio di stile ha coinvolto tutti: registi, attori, sceneggiatori, scenografi, momtatori, ecc…

Un altro aspetto che le scelte della regia mettono bene a fuoco è quello della differenziazione dei contesti di ripresa, anche se ricostruiti in studio. I diversi ambienti hanno cioè caratterizzazioni specifiche in termini di luce, risoluzione dell’immagine, livello di contrasto, ecc e la stessa cosa avviene anche per le esterne. Qual è stato il tuo approccio in questa direzione?

Uno degli elementi più caratterizzanti e di primo impatto visivo in una produzione come questa è sicuramente la fotografia che, in particolare in quest’ultima stagione, ci ha proiettato in dimensioni d’immagine molto vicine al cinema. La luce è un elemento chiave per il racconto che riesce a cambiare il senso di una scena, più di una battuta o di un movimento di macchina. Ancora oggi spesso mi capita di essere piacevolmente sorpreso nel vedere un set prima e dopo l’intervento della fotografia: una magia alla quale ancora oggi, dopo quasi vent’anni, non riesco ad abituarmi.

Tiziana Fiorillo, scenografo

Tiziana Fiorillo è la responsabile scenografa di “Un Posto al Sole

Il Design della ‘casapalcoscenico’ non può fare a meno della luce

In “Un Posto al Sole” è sempre stato curato il dettaglio nell’allestimento dei set di ripresa e fra questi elementi di dettaglio, distintivi e riconoscibili, sono testimonianza visiva costante la collezione di oggetti lampada di Design. Da dove sono nate le scelte effettuate e con quali obiettivi?

“Un Posto al Sole” è un prodotto nato a Napoli e in quanto tale è riflesso dei colori e delle luci della città. Con questa consapevolezza affronto quotidianamente le mie scelte artistiche con un approccio innovativo perché in linea con i tempi e la moda senza tralasciare contemporaneamente l’esigenza di progettare ambienti che riflettano personalità, status e gusti del personaggio per il quale allestiamo il set, il nostro fruitore, che è anche in certa misura il nostro telespettatore. Insomma, come nella filiera del progetto l’architetto si rapporta con il committente privato, allo stesso modo fa lo scenografo.

Sento la mia responsabilità quindi come un fattore rilevante, perché il prodotto finito (il girato) arriva direttamente al pubblico e ha quindi la capacità di fare tendenza. La logica con la quale scelgo gli apparecchi di illuminazione è sempre funzionale all’esigenza di scena e alle riprese.In alcuni casi la luce è di supporto e deve delineare le forme architettoniche date all’ambiente, altre volte la scelta viene suggerita dal Design degli apparecchi, quindi la luce diviene l’oggetto in quanto tale, in evidenza: le lampade di Design presenti negli allestimenti dei set rappresentano uno status ben preciso.

Ad esempio, nell’ambiente ‘Salone Ferri’ (personaggio ricco e potente) è stata scelta una lampada della Kartell (‘Bourgie’) del designer Ferruccio Laviani: in casi come questi per valorizzare e sottolineare questa scelta si è soliti mettere l’elemento luminoso “sotto macchina” (nel gergo cinematografico, a favore dell’ inquadratura della telecamera).

Un’altra necessità fondamentale – e in questo mi viene a supporto la mia formazione di architetto – risiede nell’esigenza di dover ricreare un mondo reale in ambienti ricostruiti, collocando quindi gli apparecchi e le sorgenti luminose in modo credibile per ottenere le suggestioni che aiutano l’attore a muoversi in maniera naturale nell’ambiente.

È fondamentale mantenersi sempre aggiornati e considerare l’evoluzione comune del nostro livello di attenzione rispetto alle sorgenti di luce: se in passato davamo priorità alla loro funzione tecnica e pratica, oggi ha acquisito molta importanza la forma e il Design di oggetti che non solo arredano ma dettano lo stile di un ambiente. La scena diventa il teatro della vita privata, una scena dove ogni ambiente rende sempre ‘vera’ la dinamica degli atteggiamenti e delle situazioni dettate dalla sceneggiatura. È questo il concetto di “Casa – Palcoscenico” dove la finzione diventa realtà.

Per gli Esterni la logica è un po’ diversa , e si cerca là dove possibile di coadiuvare comunque la luce naturale. Ci rechiamo di solito a girare in location che abbiano già caratteristiche estetiche di notevole rilevanza, spesso si tratta di luoghi aperti con largo respiro sui panorami di Napoli che danno l’opportunità al telespettatore, attraverso un immagine precisa catturata dalla telecamera, di godere della luce avvolgente di cui questa città è dotata grazie al clima e alla sua posizione geografica.

Gli attori

Fin dai suoi esordi, il cast degli attori che si è succeduto in “Un Posto al Sole” è sempre stato costruito su eccellenze professionali di assoluto valore, sia nella scelta per i personaggi ‘storici’ di primo piano, come anche per i più giovani e per quanti rivestivano ruoli di transizione. Abbiamo scelto due attori presenti da molto tempo sul set per conoscere il loro punto di vista.

Nina Soldano (Marina Giordano)

L’attrice Nina Soldano, che interpreta il personaggio di Marina Giordano (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)

Un set sempre aggiornato per un ruolo in costante evoluzione

Con la tua presenza dal 2003 in “Un Posto al Sole”, per la quale hai ottenuto diversi riconoscimenti, hai messo a fuoco un personaggio forte, molto contemporaneo, di grande carisma e suggestione. Anche la luce ha avuto un ruolo sul set per costruire queste caratteristiche?

La televisione mi ha dato quanto io ho dato per la televisione. La mia passione per questo mestiere all’apparenza molto leggero – pieno di lustrini e piume colorate – ma che di fatto leggero non è, chiamato “spettacolo”, è sempre stata dentro di me fin dalla mia tenera età. Da piccola è nata come un gioco, diventando nella mia adolescenza un passatempo e nella maturità un mestiere vero e proprio.

È da 15 anni che interpreto Marina Giordano in “Un Posto al Sole” ma il mio personaggio è sempre in continua evoluzione: Marina Giordano è un personaggio che come attrice adoro in tutte le sue sfumature e che negli anni mi ha dato molto e ha dato molto ai fan, ha fatto arrabbiare ed innamorare, è un personaggio che fa discutere e divide il pubblico di “Un Posto al Sole”.

Questo aspetto mi fa molto piacere perché significa che con il mio lavoro riesco ad entrare negli animi delle persone, mettendoli anche in discussione.. e dal mio punto di vista di attrice – sapendo quanto devo lavorare per rendere Marina il più reale possibile – sono molto gratificata. Il personaggio di “Marina Giordano” nonostante le sue luci e ombre, sono riuscita a farlo entrare nel cuore anche dei bambini e questo mi riempie di gioia.

L’aderenza alla realtà in un “Un Posto al Sole” si è via via amplificata nel tempo, coinvolgendo tutti gli aspetti del vostro lavoro sul set e ponendoci di fronte ad una nuova immagine televisiva…

Tutto questo è il risultato sicuramente di un grande lavoro di squadra: i nuovi sistemi di ripresa, le nuove telecamere, l’allestimento di set più ricchi e realistici con nuove scenografie e sistemi di illuminazione, soluzioni adottate da noi e negli ultimi anni dalla televisione in generale, rappresentano un momento significativo dell’innovazione costante che sostanzia la longevità di un “daily drama” tanto amato dal pubblico. Sono convinta che “Un Posto al Sole”, al di là della sua immagine più contemporanea, saprà nel tempo mantenere le caratteristiche di serie aperta ad un pubblico stratificato e partecipe.

Peppe Zarbo (Franco Boschi)

L’attore Peppe Zarbo è Franco Boschi (courtesy photo: Giuseppe D’Anna)

La luce è il quid dell’immagine (come l’improvvisazione nella musica jazz)

La tua esperienza come attore si è sempre mossa fra cinema, teatro e televisione. In quali aspetti i personaggi da te interpretati in altri lavori – al teatro e al cinema – trovano tratti comuni nel personaggio di Franco Boschi?

Interpreto il personaggio di Franco Boschi da tanti anni e ciò che resta del mio passato come attore di teatro, cinema e televisione è lontano. Va detto che il personaggio di Franco è sicuramente nuovo e diverso da tutti gli altri. In “Un Posto al Sole” accade infatti una cosa insolita e molto particolare: si tratta di un’esperienza unica per un attore perché qui il personaggio si modella intorno ai miei cambiamenti fisici…

Mentre quando fai un film il quadro temporale del tuo ruolo è già costruito e progettato dall’inizio alla fine, così come accade anche in certe serie TV americane con episodi chiusi, in una serie come ‘Un Posto al Sole’ si interpreta un personaggio in un progetto che dura da ventidue anni e non c’è un arco definito sul quale lavorare: ogni giorno la storia cambia, cambia il suo status, ci sono cambiamenti umorali potenti che cambiano esattamente come ogni giorno si cambia nella vita reale. Questo fatto è sicuramente un ‘unicum’ e se ne sono scritte anche tesi di laurea.

Il modo in cui puoi vivere tutto questo dal punto di vista dell’attore dipende poi anche soggettivamente dal grado di separazione che esiste fra la propria vita vera e la vita che si interpreta come attore: io personalmente ‘stacco’ sempre completamente dalla realtà del personaggio che interpreto, e credo comunque che questo completo distacco mi aiuti a fare il mio lavoro al meglio delle mie possibilità.

Hai partecipato e condiviso o mai proposto al regista e/o al direttore della fotografia una tua soluzione interpretativa all’interno delle scelte prese in merito alle soluzioni di illuminazione per i set di ripresa?

Sulla luce credo ci sia veramente tanto da dire e se “ Un Posto al Sole” continua ad essere quel prodotto d’elite della televisione italiana con un ritmo di 256 episodi all’anno ciò accade anche perché siamo gli sperimentatori di tecnologie e innovazioni molto importanti. Da qualche mese abbiamo iniziato le attività di ripresa con le nuove camere ‘Digital Cinema’ che danno alle inquadrature una profondità di campo maggiore.

L’innovazione ha cambiato l’immagine percepita dal telespettatore, lasciando alle spalle l’immagine di prima, che era più vicina alla logica del fotoromanzo. Sicuramente si sono fatti anche maggiori investimenti e c’è una rinnovata voglia di credere in questo progetto. Dal mio punto di vista, quando ci sono scene particolari sia in esterni che in interni, la prima cosa alla quale penso è la luce e cerco sempre un dialogo con il direttore della fotografia, chiedendogli il tipo di luce di taglio che vorrei per quella scena.

Credo che la luce dia alla scena quel qualcosa che lo spettatore non riesce a definire ma che se viene a mancare azzera l’anima del personaggio e il suo contenuto, insieme all’idea che vuoi trasmettere. La luce per me è un po’ come la musica jazz che nasce come improvvisazione e sa produrre quella notazione che fa diventare la scena presente, più intensa e/o drammatica.

Oggi con gli smartphone tutti fanno foto e senza saperlo cercano di trovare nelle foto che fanno proprio la ‘luce giusta’, e quando la trovano questa coincide con quello che noi chiamiamo ‘punto macchina’: è sempre la luce insomma a far parlare l’immagine; pensa, ad esempio, ad un film come ‘Apocalypse Now’…

Credo che ci siano due tipi di luce in “Un Posto al Sole”, una reale sui personaggi della realtà e una ‘teatrale’ su personaggi come quello di Ferri, ad esempio, completamente raccontati dagli autori in quanto personaggi nei quali è difficile imbattersi nel reale: anche qui la luce fa il suo lavoro.

A tutti i livelli il gioco di squadra è fondamentale ed è chiaro che per un autore vedere un personaggio che hai scritto e immaginato ‘vestito’ bene con l’approccio giusto e la luce giusta che lo racconta è sempre l’obiettivo primario del nostro lavoro. Uno dei nostri responsabili fra gli autori è appassionato di fumetti e quando immagina i personaggi li vede disegnati con la luce.

Napoli è una città dove il mare riflette la luce del cielo e la luce qui ha un peso fondamentale. Quando io entro sul set con il direttore della fotografia mi accorgo immediatamente della qualità della luce e così una delle poche cose che mi porto dietro nella mia vita reale dal mio lavoro di attore è proprio questa: se per strada mi accorgo che ti faccio ombra mi sposto e ti lascio la tua luce.

In divenire (…..)

C’è un’epica nel quotidiano di ognuno di noi che se sei un vero narratore e la sai raccontare sei in grado di risvegliare le coscienze più dormienti. Questo è quello che fa “Un Posto al Sole” e la sua durata nel Tempo è prova della bontà essenziale di questo valore: noi siamo le nostre vite.

(Massimo Maria Villa)

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