Luc Lafortune. Immagini di luce

Luc Lafortune durante la conferenza a Parigi (2013)

Lafortune racconta come Brahms non pensasse quando scriveva la sua musica ma semplicemente la ricordava: così anche una parola può contenere tutta la luce che ci serve

Luc Lafortune inizia a collaborare con il Cirque du Soleil nel 1984 ed il suo primo lavoro con il Cirque come lighting designer è del 1986, diventandone subito l’anima inconfondibile, attraverso un utilizzo estremamente creativo degli strumenti. Lafortune  ha lavorato anche con molti musicisti della scena rock pop mondiale, come gli Eagles o Peter Gabriel e continua oggi la sua collaborazione con registi quali Franco Dragone, Robert Lepage e Mark Fisher.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Lafortune a Bergamo, in occasione della data italiana di un  tour europeo di conferenze (“Arte e poesia nell’illuminazione scenografica”) – gli altri due incontri si sono svolti a Madrid e a Parigi – organizzati da Clay Paky, società con la quale il lighting designer ha avuto spesso modo di collaborare.

Lafortune è un personaggio completamente fuori dagli schemi e opera nel settore del lighting design con lo stesso approccio di un pittore nei confronti della sua tela e nell’evento di Bergamo ha raccontato al numeroso e attento pubblico presente – fatto di studenti, lighting designer, tecnici luci, direttori della fotografia negli ambiti del teatro e della televisione e operatori del settore dell’entertainment – il suo metodo di lavoro ed il backstage tecnico relativamente a due spettacoli realizzati per il Cirque, “Ka” e “O”.

Parole e immagini

Per lo spettacolo “Ka” la scenografia progettata da Marc Fisher è stata ispirata dai templi asiatici e secondo Lafortune la sua struttura “…ha aiutato notevolmente anche l’illuminazione”,  anche se le idee per il lighting design non hanno preso origine direttamente da quella architettura.

Il lighting designer ha infatti raccontato di aver costruito il suo lavoro a partire da alcune parole-concetto, stimolo alla successiva ricerca di una serie di immagini sulle quali ha poi definito con un vero e proprio script le forme del racconto per le sue soluzioni di illuminazione.

Luc, in che modo il tuo progetto di lighting design ha seguito la scenografia dello show?

Nella fase iniziale del processo di progettazione, non ho tenuto in considerazione la mobilità del set e dei suoi numerosi componenti. Il racconto era più importante di qualsiasi altra considerazione di natura materiale o tecnica, nel senso che non volevo limitare il mio lavoro e le idee a causa di considerazioni tecniche.

Invece, ho guardato alle possibilità che poteva offrire una scenografia in movimento come quella di Ka. Ad esempio, ho installato e integrato gli apparecchi di illuminazione nei diversi elementi mobili della scenografia, in modo da ottenere la massima flessibilità..”.

La grande difficoltà e insieme opportunità di lavorare su uno spazio scenico di imponenti dimensioni sia in altezza che in profondità, con la presenza di sei sollevatori mobili e una grande flessibilità nei movimenti di scena, ha poi permesso a Luc di concentrare il disegno luci sugli elementi narrativi e sui gruppi in movimento.

Durante la conferenza di Bergamo, Lafortune ha presentato anche la tecnologia utilizzata per “Ka”: qui uno dei grandi sollevatori mobili

“…Ho avuto comunque il vantaggio che non vi era alcun pavimento sul palco, ma al contrario una vasta apertura dalla quale io potevo inviare una grande quantità di luce senza che questo potesse essere notato dal punto di vista del pubblico. Tutto questo ha contribuito ad illuminare questi grandi elementi scenici senza dover inondare il palco con la luce. Quindi in questo modo la luce si muove con gli elementi scenici mobili, e in qualche caso, questi elementi scenici si muovono nella luce. E così, sorprendentemente, non ci sono molti proiettori testa-mobile in questo spettacolo…”.

Le emozioni come essenza dell’esperienza umana

Per lo spettacolo “O” realizzato a Las Vegas con la regia di Franco Dragone, Lafortune si è trovato ancora una volta alle prese con uno spazio molto grande e con un palco caratterizzato dalla dimensione dell’altezza e dalla presenza di una grande vasca colma di acqua, dalla quale e nella quale entravano, uscivano e si muovevano nuotatori, attori e acrobati.

In questo lavoro acquisisce molta importanza la percezione del pubblico: l’acqua è un personaggio vero e proprio dello show attraverso il quale passano tutti, mentre la luce è come un filtro che pone in evidenza le cose, suggerendo ad ogni spettatore percezioni diverse della realtà.

Un’immagine dallo spettacolo “O”

Per Luc infatti “…ogni immagine crea sentimenti completamente diversi da persona a persona; bisogna evitare di essere troppo specifici nel cercare di fare imitazioni della realtà”.

“O” è stato uno spettacolo difficile da realizzare. Che emozioni ti ha dato lavorare per questo show?

Per me, all’atto di progettare la luce, le emozioni sono tutto. Senza emozioni, non può esserci lighting design: può esserci solo illuminazione, indipendentemente dal fatto che questo spettacolo sia stato difficile o meno da realizzare.

Le emozioni sono l’ispirazione,  la sicurezza che stai procedendo nel modo giusto; tutte le emozioni, la gioia, l’ansia, il dubbio, e così via. Le emozioni sono l’essenza dell’esperienza umana...”.

Il colore come fattore intuitivo

Abbiamo parlato con Luc Lafortune anche del significato e dell’uso del colore nel suo lavoro.

Che rapporti hai con l’utilizzo del colore nella luce?

“Non ho nessun rapporto particolare con il colore nella mia luce. Non penso in termini cromatici. Alcuni lighting designer sembrano essere ossessionati dal colore, per me non è così. Io non penso alle scene di uno show in termini di colore, ossia ‘questa scena è blu, quest’altra rossa’. Tutto questo comporta un progetto premeditato, al quale io non credo. Io penso che non ci debba essere alcun rapporto. Ciò che penserà il pubblico è importante, non quello che io penso. Il mio uso del colore è più intuitivo, si aggiunge al ritmo dell’illuminazione, influenzando la percezione degli spettatori e richiamando l’attenzione.

Naturalmente, il colore dei costumi e delle scenografie può anche influenzare qualsiasi decisione che si potrebbe adottare per quanto riguarda il colore, tuttavia, io non ho mai intellettualizzato il colore”.

Un’immagine dallo spettacolo “Ka” (cortesia: Wadekwon.com)

A proposito di formazione

Nel corso della conferenza il lighting designer ha parlato molto a lungo anche del suo personale rapporto con la formazione didattica e poi professionale e dell’atteggiamento che i giovani in primo luogo devono avere nei confronti dei propri percorsi formativi.

Il lighting designer canadese ha ricordato come i giovani oggi come trent’anni fa facciano ancora le stesse cose in termini di studi teorici, e se pure“…ora sanno come fare le cose quando escono dall’università, certo questo non è quello che in realtà li fa partire a lavorare nel lighting design, perché se sanno come farlo, non sanno cosa fare” cioè per Lafortune gli strumenti teorici risultano assolutamente inutili a meno che un giovane non abbia qualche cosa da dire che vada al di là di quelli che sono gli strumenti utilizzati. E Lafortune ha sottolineato la carenza di questo tipo di comunicazione che oggi viene spesso a mancare nel bagaglio di conoscenze trasmesse agli studenti.

Luc, tu hai un fantastico feeling con i giovani. Hai mai pensato di realizzare una scuola di lighting design per le nuove generazioni?

“Non ho mai considerato l’idea di aprire una scuola. Ho tenuto e tengo molti seminari, durante tutto l’anno, un’attività che mi permette di raggiungere un pubblico più vasto. Questo è il mio modo per restituire ad altri quella conoscenza frutto della mia esperienza. Io sono quello che sono oggi perché alcune persone hanno scelto di condividere con me le loro conoscenze, attraverso tutta la mia carriera. Ho quindi la responsabilità di rendere tutto questo, e sono onorato di farlo. Per quanto riguarda i giovani e la loro formazione, mi immedesimo in loro. Li tratto con lo stesso rispetto che mi aspetto da loro, e non per quello che rappresento nel settore, ma semplicemente perché essi hanno una loro identità, così come io ho la mia.

I giovani sono ansiosi di sapere qualcosa di più, e sono desiderosi di condividere e io cerco di condividere il più possibile, senza paura. Condivido tutto ciò che so, senza reticenze, io non possiedo nulla.

Per lo più, cerco di dire ai giovani che fanno bene ad essere fedeli a loro stessi, anche se questo significa insicurezza o forse rimanere pieni di dubbi. I dubbi e l’insicurezza sono infatti una parte importante del processo di progettazione. Non si deve aver paura. Non si deve pensare di non essere abbastanza bravi o che il proprio lavoro non sia all’altezza. Non bisogna dare ascolto a quelli che dubitano, ma bisogna fidarsi del proprio istinto, delle proprie intuizioni. E dico ai giovani di imparare dalle loro esperienze, buone o cattive che siano, in qualunque modo si sia scelto di definirle, se si ritengono importanti”

Il Cirque du Soleil e la domanda d’arte

Abbiamo voluto in conclusione chiedere a Luc Lafortune in quale direzione l’ormai pluridecennale attività del Cirque du Soleil abbia a suo avviso influito sui cambiamenti e sull’affinarsi dei gusti nella domanda di arte nello spettacolo da parte del pubblico.

Il Cirque du Soleil è un viaggio attraverso le culture del mondo e la tua luce dichiara la sua provenienza dallo spirito dell’Arte. Questi spettacoli hanno cambiato nel corso degli anni l’interesse per l’arte nel pubblico?

“…Non saprei dire se i nostri spettacoli hanno trasformato l’interesse verso l’arte per il pubblico, comunque io penso che  possono aver contribuito ad allargare lo spettro di quello che potrebbe essere considerato arte. Per qualche tempo, quello circense è stato ritenuto come una delle forme minori di intrattenimento, a differenza dell’Opera  o del Teatro, anche se ha sempre rappresentato una forma di spettacolo piena di emozione.

Io sono convinto che – attraverso i nostri show –  possiamo aver contribuito ad una nuova comprensione e apprezzamento per questa forma di intrattenimento antica e senza tempo. È interessante riflettere anche sul fatto che  nonostante nessuno di noi provenga dal mondo del circo,  lo abbiamo espresso sempre in modo molto naturale.

La nostra inesperienza ha senza dubbio contribuito alla unicità di quanto facciamo, e noi come persone siamo sempre rimaste vicino alle nostre radici; e in questa direzione, il pubblico ha dimostrato di essere in grado di riconoscere quella stessa umanità che è anche la loro. Il Circo è una forma d’arte, dall’uomo per l’uomo..”.

(Massimo Maria Villa)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here