Il riuso nel Design della luce

 

figura 2 nuova
Sospensione in tubo di maglia Falkland di Bruno Munari, 1964 (cortesia: Danese)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando il progetto di un sistema di illuminazione nasce dal riutilizzo di materiali dismessi

Il riuso è oggi un concetto ampiamente diffuso grazie alla crescente consapevolezza ecologica della società. È una pratica che si colloca tra le migliori strategie di riduzione dei rifiuti e che risulta più sostenibile del riciclaggio poiché questo comporta il ricorso a processi industriali mentre il riuso è un’azione prevalentemente manuale e, dunque, con bassissimi consumi energetici. Oltre all’aspetto prettamente ecologico il riuso è interessante anche per la sua valenza etica, creativa, didattica e progettuale.

Attraverso il riuso, infatti, è possibile ripensare da capo il nostro rapporto con le cose, immaginandone una nuova vita quando hanno cessato il loro utilizzo “ufficiale”, vedendo nella “spazzatura” non un problema ma una risorsa. Ovviamente il processo creativo non è quello canonico del design in quanto nel riuso è l’oggetto a suggerire il suo nuovo utilizzo e a dare forma al manufatto da realizzare. Non è un caso, poi, che in molti materiali i progettisti abbiano visto delle lampade: l’insospettabile possibilità di generare luce “nobilita” gli oggetti dismessi donando loro un’aura nuova di leggerezza ed eleganza.

 

Il riuso in alcuni classici dell’illuminazione

 

Fig. 1 – Sospensione in tubo di maglia Falkland di Bruno Munari, 1964 (cortesia: Danese)
Fig. 1 – Sospensione in tubo di maglia Falkland di Bruno Munari, 1964 (cortesia: Danese)

Nella storia del design della luce il concetto di riuso è già presente da tempo, spesso sotto forma di introduzione di elementi e materiali provenienti da altri settori.

La famosa lampada Falkland (figura 1), ad esempio, nasceva dall’idea di Bruno Munari di creare un oggetto che prendesse forma solo da sospeso ma capace di diventare bidimensionale per il trasporto: pensò allora di utilizzare dei tubi tessili provenienti dal settore della maglieria irrigiditi con anelli metallici.

È riuso anche questo, sebbene il processo creativo parta dall’idea e vada successivamente alla ricerca del materiale. Un iter simile è quello seguito da Livio Castiglioni e Gianfranco Frattini quando progettarono il Boalum (vedi apertura): serviva un’idea per un sistema di illuminazione adatto ad una piscina e l’ispirazione venne da un tubo flessibile utilizzato per aspirare le foglie.

Più vicino alle modalità tipiche del design del riuso è la piantana Toio (figura 2), di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, una sommatoria di oggetti appartenenti ai più svariati ambiti: un faro PAR 36 per automobili, anelli da canna da pesca, un avvolgicavo tipo galloccia nautica e un grosso trasformatore industriale alla base.

Fig. 2 – Piantana Toio di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1962 (cortesia: Flos)
Fig. 2 – Piantana Toio di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1962 (cortesia: Flos)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altri esempi mostrano come, attraverso un processo di “pensiero creativo”, qualsiasi materiale si presti a diventare una lampada: l’importante, come sostiene lo psicologo Edward De Bono, è “considerare le cose non soltanto per quello che sono, ma anche per quello che potrebbero essere”.

Le modalità principali del riuso creativo sono essenzialmente due: la continuità, quando l’oggetto è riutilizzato nello stesso ambito della sua prima funzione, e la decontestualizzazione, nella quale, come in un’opera dadaista, l’oggetto perde il suo senso perché separato dal suo ambito applicativo, per assumerne uno nuovo e differente.

Per il primo approccio non si può non citare Stuart Haygarth per la gigantesca sospensione Optical, dove 3000 lenti di occhiali dismessi, per un diametro di 1,5 m, rifrangono la luce creando un fantasmagorico gioco di riflessi su tutto l’ambiente. La deformazione dei raggi luminosi era la funzione originaria delle lenti, funzione che viene mantenuta con un significato ed un effetto del tutto nuovi.

Fig. 3 – Lampadario Milk Bottle Lamp composta da 12 bottiglie da latte satinate accostate come nel tradizionale cestello, di Tejo Remy, 1991 (cortesia: Droog)
Fig. 3 – Lampadario Milk Bottle Lamp composta da 12 bottiglie da latte satinate accostate come nel tradizionale cestello, di Tejo Remy, 1991 (cortesia: Droog)

Gli esempi del secondo approccio sono forse più numerosi. Un gruppo di bottiglie del latte diventa un originale lampadario (figura 3) nelle mani di Tejo Remy. Più sobrio, ma non meno sorprendente, è l’effetto delle sospensioni di cartone ondulato dello studio Graypants: volumi tondeggianti dove il materiale è utilizzato in modo che dalle pieghe interne possa fuoriuscire la luce.

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 4 – Lampada composta da fiori di plastica ricavati da flaconi per detersivo, di Heath Nash, 2004 (cortesia dell’ autore)
Fig. 4 – Lampada composta da fiori di plastica ricavati da flaconi per detersivo, di Heath Nash, 2004 (cortesia dell’ autore)

 

 

 

 

 

 

 

 

Colorati e delicatamente diffondenti sono, invece, i globi di fiori (figura 4) che Heath Nash realizza ritagliando dei banali flaconi di plastica per detersivi. Una magia che il progettista sudafricano esporta in tutto il mondo contribuendo, nel frattempo, alla creazione locale di posti di lavoro e allo “smaltimento dei rifiuti”.

Un ultimo esempio, capace di rivelare come l’armonia e la bellezza possano trovarsi anche negli oggetti più umili, è la sospensione Origen Lamp di Federico Otero: un semplice cilindro creato arrotolando i contenitori in cartapesta per le uova che diventa un oggetto essenziale ed affascinante. È evidente che nelle lampade realizzate attraverso il riuso la prestazione illuminotecnica è molto elementare. La luce serve più ad evidenziare le peculiarità della materia (trasparenza, rifrazione, texture, forature etc.) che ad illuminare l’ambiente. Si tratta di oggetti autoreferenziali, lampadari che illuminano se stessi, sculture luminose che tuttavia, attraverso la loro misteriosa bellezza, ci inducono a riflettere sul nostro impatto sull’ambiente e sullo stile dei nostri consumi.

(Emanuela Pulvirenti)

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