Dean Skira. La luce, dal punto di vista dell’utente

 

Il lighting designer Dean Skira

Dean Skira è un lighting designer croato, attivo ormai da diversi anni nell’ambito del mondo della progettazione della luce, membro IES The Illuminating Engineering Society of North America, nonché di IALD – International Association of Lighting Designer. Qualità del progetto, centralità dell’utente, futuro della professione i temi più importanti del nostro incontro

Lezioni americane

Nella tua formazione c’è un periodo vissuto a stretto contatto con la cultura americana. Cosa ti ha lasciato questa esperienza in termini professionali e di cultura della luce?

“Sarebbe forse meglio dire che l’esperienza americana ha generato la mia carriera perché in quel contesto nel 1987 ho incontrato per la prima volta progettisti che lavoravano in modo dedicato al progetto di luce. Lì ho iniziato ad imparare a ‘vedere’ la luce, e a conoscere gli strumenti di questa professione..

In quegli anni in Europa il lighting design praticamente non esisteva, mentre gli americani erano molto più avanti nella parte architettonica e tecnica dell’illuminazione. Tra i lighting designer ho conosciuto Howard Brandston, poi lo studio Johnson Schwinghammer Lighting Consultants Inc, e il team di Lightsolutions dove con Maria Scariati ho stretto un’amicizia viva ancora oggi.

Ho collaborato con Eduardo Rosso che aveva due showroom nel New Jersey e si occupava proprio dell’attività di lighting designer…poi mi sono iscritto al corso di Interior Design al FIT Fashion Institute of Technology di New York, dove ogni semestre c’erano corsi di lighting design ed era l’unica scuola a livello universitario ad avere un laboratorio di lighting design”

La luce e il Paesaggio

Un importante ambito del tuo lavoro è quello della progettazione della luce in relazione al paesaggio. Vuoi raccontare ai nostri lettori qualche esempio in tal senso?

“Mi piace particolarmente fare landscape lighting perché permette di creare scenografie molto più espressive di quelle negli interni, dove di norma c’è molta riflessione delle superfici tante volte non controllata. Nel landscape lighting abbiamo una ‘black canvas’, una tela dove ogni traccia crea un grosso contrasto fra quanto è illuminato e quanto non lo è: e quando si tratta di paesaggi non interessati dall’illuminazione stradale e/o pubblica trovare il giusto ritmo e bilanciamento fra quanto è illuminato e ciò che non lo è e creare per l’osservatore la vista migliore, la giusta distanza, un corretto campo visivo, dipende molto da come è bilanciata la luce sui piani orizzontali e verticali, nella valorizzazione della percezione dell’osservatore, nascondendo assolutamente alla vista la sorgente perché l’apparecchio diventerebbe più importante dell’albero illuminato.

Da un concept come questo è nata ad esempio l’idea di disegnare il sistema modulare a luce LED “Lun Up” (per iGuzzini). Uno dei progetti più interessanti che segnalerei è il Parco della Luna a Recanati, che ha riscontrato un grande feedback positivo da parte dei cittadiniutenti, dandomi la misura di aver ritrovato l’emozione tradizionale di quel luogo. Questa è stata per me la conferma di quanto ho sempre pensato, ovvero che  “..l’illuminazione non è tanto importante per l’architettura quanto per chi ci vive dentro”.

Recanati, Parco della Luna (courtesy photo: Skira Architectural Lighting)

Un altro progetto anche più complesso è stato quello di Mali Losinj in Croazia, nella Baia Cikat, sul quale abbiamo lavorato tre anni, in un contesto che metteva insieme differenti tipologie architettoniche, con una parte con l’edificato storico databile a partire dal 1880 fino alle cose di oggi, spazi privati con spazi pubblici e spazi realizzati ex novo, con la presenza di un bosco secolare giustapposto ad un landscape del verde piantumato durante i lavori.

Croazia, Mali Losinj – Baia Cikat. Uno scorcio del lungomare (courtesy photo: Skira Architectural Lighting)

Sul percorso di 800 m di questo lungomare insistevano 8 zone completamente diverse che non potevano essere trattate nello stesso modo. In più, dai differenti punti di osservazione si doveva percepire sempre un’immagine unitaria, un quadro con la profondità della terza dimensione”.

In questo progetto abbiamo messo a punto anche il concept di un sistema di illuminazione per la baia (“Medusa”, ingegnerizzato poi dai designer di Lam 32)

L’apparecchio “Medusa” (design: Dean Skira, con Lam 32)

Architettura & Illuminazione urbana

Un altro aspetto applicativo che caratterizza in modo innovativo il tuo approccio al lighting design è quello dell’illuminazione urbana, per la tua ricerca di nuovi materiali oltre che per un utilizzo originale e innovativo del colore. Vuoi parlarci un po’ di questi aspetti?

“Ritengo che l’illuminazione urbana sia un capitolo mai correttamente analizzato a fondo, perché non viene mai considerato tutto quello che illumina uno spazio urbano, oltre il semplice palo.

Il motivo per il quale facciamo principalmente l’illuminazione urbana è la sicurezza, ma credo ci sia ancora tantissimo da fare perché la luce è ancora troppo ‘funzionale’, una certa quantità su una certa superficie, e non considera mai il “site specific” in cui il palo si trova. Dovremmo andare oltre. Per esempio, per il progetto su Palazzo Te in corso a Mantova, un edificio storico monumentale costruito nel 1525, parlando con le persone è emersa la storia dell’Isola che un tempo esisteva in quella zona; inoltre ho potuto verificare come i turisti che visitano il Palazzo arrivano solo fino ad una certa ora, mentre nelle ore serali non c’è più nessuno e la gente ha paura.

Mantova, Palazzo Te. Rendering del progetto (courtesy: Skira Architectural Lighting) (cortesia: Lorenza Baroncelli, Comune di Mantova – Assessorato alla rigenerazione urbana)

Così ho pensato ad un’illuminazione architettonica che mostrasse il dettaglio dell’architettura manierista, evidenziando la texture ed il volume della facciata, e ho creato anche una possibile scenografia per attirare la gente del luogo: ho pensato cioè a come riprodurre con la luce quello che quel luogo era un tempo, quando c’era tutta acqua intorno.

Abbiamo utilizzato due sistemi, uno con luce blu che ricrea il lago e uno con luce bianca, naturalmente utilizzato in ogni occasione e per l’illuminazione funzionale. Il colore deve essere utilizzato per sottolineare un contenuto o un carattere e invece è spesso sovrautilizzato nell’illuminazione urbana.

A me il colore piace e lo utilizzo dove è inatteso, come nel caso delle Gru nel cantiere di Pola, diventate vero e proprio landmark di riferimento del luogo e della città, in precedenza soltanto un luogo industriale in pieno centro urbano.

Infine, un ultimo esempio di utilizzo del colore, con variazioni di colore blu, è stato nel progetto per il Tunnel Intercontinentale Eurasia di Istanbul”  (www.lucenews.it)

Progetto per il Tunnel Intercontinentale Eurasia di Istanbul (courtesy photo: Skira Architectural Lighting)

Product Design: l’attenzione alla variabilità della funzione

Parliamo ora della tua collaborazione con Deltalight. Qual è stato il tuo concept di base per la nuova serie e quali erano gli obiettivi in termini di engineering e di risultati illuminotecnici? In termini di design quali sono le particolarità più interessanti di questo nuovo prodotto?

“Quando abbiamo iniziato a discutere con Deltalight per creare un oggetto, un device, l’idea era quella di un prodotto che potesse essere utilizzato anche in aree verdi, parcheggi e percorsi pedonali, oltre che in strade e piazze. Questo richiederebbe apparecchi, potenze, ottiche e temperature colore diverse, in quanto il progettista di norma prescrive l’apparecchio, mentre il palo è lasciato al contractor che è libero di comprarne uno qualsiasi, zincato, utilizzando spesso anche un apparecchio non prescritto da un LD, soprattutto ora con il retrofit LED.

La mia proposta con “Polesano” è stata allora per un sistema molto flessibile, sempre uguale nella forma, in cui però le varie funzioni aggiuntive Smart sono integrate all’interno di una struttura modulare orientabile, mentre la funzione dipende dal luogo o dalla prescrizione del progettista, in un progetto che si sviluppa “time to market”.

Il palo “Polesano”, disegnato da Skira per Deltalight
Uno studio del sistema, con testa in alluminio per lo smaltimento del calore prodotto dai LED. Il palo è in alluminio modulare a sezione quadrata con altezza fino a 6 m nella versione presentata a Milano in occasione dell’evento Fuorisalone per Euroluce. E’ prevista anche una versione a 12 m nell’evoluzione della serie (courtesy: Skira Architectural Lighting)

Voglio dire che qui la forma è essenziale e minimalista in quanto non deve essere esposta agli effetti del Tempo e alle variazioni del gusto, mentre è la funzione che deve cambiare seguendo gli upgrade della tecnologia che si aggiorna ormai con intervalli sempre più ravvicinati..”.

Lighting Design: oggi e per domani

Hai lavorato in collaborazione con i più grossi studi di architettura mondiali e conosci bene la filiera dei lighting designer indipendenti. A che punto siamo secondo te in relazione alla “presenza reale“ di una luce progettata di qualità all’interno dei grandi progetti su scala internazionale e come valuti lo stato della formazione e le competenze dei giovani progettisti e lighting designer che escono dalle nostre scuole?

“Io penso che negli ultimi dieci anni la professione del lighting designer è andata in una direzione di altissimo livello; il problema è che siamo ancora pochi…Il mondo oggi, non solo quello dell’illuminazione, è subordinato dalle logiche del mercato e nella nostra professione ha fatto irruzione la rivoluzione straordinaria di una tecnologia che ha cambiato TUTTO il mondo precedente, creando una grossa confusione sia nel professionista che prescrive sia in chi compra l’apparecchio.

Noi lighting designer molto spesso sappiamo che quanto è scritto sul catalogo non è vero e che è necessario testare il prodotto per capire se quelle prestazioni sono vere. Pochi produttori purtroppo hanno la qualità come primo obiettivo e anche loro sono costretti a correre dietro al mercato. Tuttavia abbiamo avuto una crescita qualitativa nei progetti dei lighting designer e quanti fanno luce per professione tengono molto a quello che stanno facendo.

Il vero problema è che le occasioni di incontro fra professionisti non allargano mai all’esterno la platea e noi continuiamo a parlare tra di noi, anche se in verità fra noi siamo concorrenza!! Non siamo cioè capaci a fare marketing all’esterno e a questo si aggiunge il fatto che il lighting design non è ancora una professione riconosciuta. Oggi noi lighting designer saremo 2000 in tutto il mondo, ancora troppo pochi, e questa esiguità è per me l’inizio e la fine di tutto, se le cose non cambiano.

Purtuttavia è sorprendente e confortante vedere quanti giovani arrivano alle nostre conferenze, quanti giovani sono interessati, studiano architettura e poi frequentano Master in Lighting Design, c’è un aumento enorme e spero che questo numero alla fine motivi il Corso di laurea e la riconoscibilità della nostra professione a livello giuridico”.

Il futuro del mercato deve ancora arrivare

Dal punto di vista delle nuove tecnologie, oltre alle soluzioni a luce LED, quali altre tecnologie e prospettive innovative di sviluppo vedi nelle ricerche applicate alla luce e all’illuminazione?

“La cosa è sintetizzabile con una battuta: il Futuro è oggi, ma non è ancora distribuito..! Ovvero, i prodotti che abbiamo oggi in mano non riflettono appieno il reale livello tecnologico e i risultati già oggi disponibili delle ricerche scientifiche.

Viene ancora prima il problema dei soldi, del mercato, ma il futuro allora quale deve essere? Sono convinto che il futuro dell’illuminazione, sia dell’apparecchio come dell’illuminazione, arriverà da qui a dieci anni con la qualità. Sfortunatamente il mondo di oggi non è ancora così orientato.

Credo che nel futuro ci saranno uno o due produttori di chip, con il rischio del monopolio; non so chi potrà costringerli a progettare una cosa buona per il mio occhio e per il mio benessere se non qualcuno all’interno dei livelli istituzionali in grado di sollecitare leggi che costringano a fare le cose in un certo modo…In Europa ci sono persone che stanno cercando di fare e comunicare queste cose al più alto livello politico: mi riferisco ai modi per i quali la professione del lighting designer possa orientare in modo decisivo scelte di well being per le persone, oltre che in termini di livelli di produttività sociale.

Penso anche che se i produttori che hanno la potenza finanziaria si mettessero d’accordo fra loro e iniziassero oggi ad investire in marketing, in promozione, non solo in marketing di prodotto, ma nella promozione dei significati del benessere della luce per l’uomo, anche per loro questa politica sul medio termine diventerebbe un good business perché i loro prodotti comincerebbero ad essere acquistati anche dalle persone comuni e non solo dai clienti hi-end. Possiamo fare tanto solo se tutta la nostra comunità di filiera esce fuori dalle proprie singolarità”.

(Massimo Maria Villa)

 

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