Lo spazio e l’arte

Attraverso la luce, nuove declinazioni per l’Interior

 

Astrid Krogh, Polytics - installazione realizzata per il Parlamento Danese, 2003 - pannello murale con luce al neon (256 tubi al neon articolati secondo dieci differenti pattern, che cambiano secondo combinazioni differenti con il colore della luce, ogni 45 secondi) (courtesy: Astrid Krogh)
Astrid Krogh, Polytics – installazione realizzata per il Parlamento Danese, 2003 – pannello murale con luce al neon (256 tubi al neon articolati secondo dieci differenti pattern, che cambiano secondo combinazioni differenti con il colore della luce, ogni 45 secondi) (courtesy: Astrid Krogh)

Non c’è dubbio che ormai una lunga storia accompagna i rapporti tra luce, arte e luogo abitativo: basti pensare ad alcuni spazi ambienti creati da Lucio Fontana con i neon, realizzati anche negli spazi della Triennale di Milano oltre 50 anni fa, o a quelli in cui l’artista argentino ha usato delle lampade di Wood per creare degli ambienti percettivi, un sistema di illuminazione che solo molti anni dopo verrà usato per la sua capacità di produrre effetti scenici o ludici nelle discoteche.

Negli anni Sessanta saranno poi le opere di alcuni artisti americani di area minimal e concettuale – l’esempio più eclatante è quello di Dan Flavin – a presentare la luce stessa nella duplice veste di segno visivo e di elemento in grado di costruire uno spazio di fruizione.

A distanza di alcuni decenni da quelle prime prove, ciò che poteva sembrare una provocazione o, quantomeno, un uso particolare di un prodotto industriale al fine di creare un’opera sperimentale, è diventato un procedimento acquisito e la luce stessa si è trasformata, quindi,in uno tra i tanti materiali possibili, da usare proprio per le sue caratteristiche e le sue specificità. Il suo uso si è tanto diffuso che in molte mostre è lo stesso “riverbero luminoso” di installazioni, così come di monitor o di proiezioni, a delimitare e tracciare il percorso espositivo.

Oltre a essere un materiale flessibile a disposizione di artisti che lo utilizzano per interventi urbani – la manifestazione annuale torinese, Luci d’artista, può essere presa a esempio – le luci si sono rivelate, quindi, una risorsa per opere d’arte fruibili in spazi interni.

Una conseguenza dell’avvalersi di prodotti industriali da parte dell’arte è il continuo assottigliamento dei confini di separazione disciplinare tra arte, progettazione d’interni e design: si è pertanto assistito a uno scambio continuo di esperienze e alla creazione di un territorio comune (o quanto meno di confronto) tanto che spesso le lampade di affermati designer, come quelle di Denis Santachiara o di Ettore Sottsass – tanto per citare due tra i nomi più conosciuti – hanno una carica simbolica simile – e una capacità di andare oltre la mera funzionalità richiesta dalla produzione in serie – a quella che troviamo in un prodotto inserito in contesti più propriamente artistici.

Come testimonianza di questo rinnovato spazio di sperimentazionepossiamo prendere a esempio alcune opere dell’artista designer danese Astrid Krogh che nel proprio sito si definisce textile designer): la Krogh ha realizzato per il suo Parlamento nazionale un’installazione composta da 256 tubi al neon, Politics, che cambiano continuamente colori e combinazioni (l’artista assicura che possono esserci oltre 100.000 combinazioni diverse) tanto da produrre un particolare effetto di straniamento.

 Astrid Krogh - Un’altra combinazione di pattern e colore di “Polytics”
Astrid Krogh – Un’altra combinazione di pattern e colore di “Polytics

In modo analogo molti tra i lavori artistici funzionalizzano la loro caratteristica di essere costruiti con le luci; significativo è l’uso che ne fa Cerith Wyn Evans, una delle giovani artiste di punta della scena britannica (che recentemente ha esposto alla Tate Britain, allo ZKM di Karlsruhe o alla Kunsthalle di Graz), per esempio con i suoi Chandelier, veri e propri oggetti installazioni che evocano spazi e mondi altri inducendo nello spettatore un’alterazione della percezione dello spazio.

Anche il lavoro dell’artista americano Leo Villareal  parte da presupposti analoghi di intervento sui sistemi percettivi, agendo spesso in modo plurisensoriale.

 Leo Villareal, Chasing Rainbows, detail
Leo Villareal, Chasing Rainbows, detail

I suoi recenti lavori esposti a New York hanno creato un insolito cortocircuito tra storia dell’arte (il critico del New York Times ha evocato addirittura i nomi di Monet e Kandinsky come possibili riferimenti) e nuove tecnologie creando un ambiente incredibilmente suggestivo ed evocativo.

Recentemente in Italia abbiamo avuto un esempio della pratica artistica legata all’uso della luce con la mostra Luce di Pietra, tenutasi a Palazzo Farnese a Roma, dove in un’interessante articolazione del panorama artistico italo-francese si sono potute ammirare le installazioni di artisti come Christian Boltanski, Laurent Grasso, Patrick Tuttofuoco o Michel Verjux.

Patrick Tuttofuoco, Y – 2004 (per Luce di Pietra, Roma, aprile 2007 - Sotterranei di Palazzo Farnese, Galleria nord-occidentale). Luci al neon a forma di « Y » si riflettono sulle pareti del sottosuolo
Patrick Tuttofuoco, Y – 2004 (per Luce di Pietra, Roma, aprile 2007 – Sotterranei di Palazzo Farnese, Galleria nord-occidentale). Luci al neon a forma di « Y » si riflettono sulle pareti del sottosuolo

Patrick Tuttofuoco, Y – 2004 (per Luce di Pietra, Roma, aprile 2007 - Sotterranei di Palazzo Farnese, Galleria nord-occidentale). Luci al neon a forma di « Y » si riflettono sulle pareti del sottosuolo
Patrick Tuttofuoco, Y – 2004 (per Luce di Pietra, Roma, aprile 2007 – Sotterranei di Palazzo Farnese, Galleria nord-occidentale). Luci al neon a forma di « Y » si riflettono sulle pareti del sottosuolo.

Ma nel panorama italiano è da segnalare anche il lavoro di Massimo Uberti, che in un’installazione come Senza fine disegna con gli ormai “classici” tubi al neon lo spazio di una stanza e i più semplici tra i componenti di arredo, un tavolo e una sedia.

Massimo Uberti, Senza Fine
Massimo Uberti, Senza Fine
 Massimo Uberti, 5500 K (courtesy: Galleria Paolo Bonzano, Roma)
Massimo Uberti, 5500 K (courtesy: Galleria Paolo Bonzano, Roma)

Il discorso di Uberti diventa allusivo di uno spazio del pensiero, astratto e concretissimo allo stesso tempo, in cui il riferimento ai maestri Flavin o Fontana (che aleggiano quali numi tutelari anche degli altri lavori citati) non è soltanto ricordato dal comune uso del neon, ma anche dalla necessità di mostrare l’essenziale, di lavorare sulla possibilità della conoscenza cercandone, attraverso la luce stessa, una rappresentazione al contempo concettuale e reale.

(Roberto Pinto, critico d’arte, Milano)

 

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