I progetti di luce nell’arte

Strumento luce: dall’allestimento al digitale

Luminaria, Roma. L’immagine immaginaria del Fuji nell’opera di Joanie Lemercier
Luminaria, Roma. L’immagine immaginaria del Fuji nell’opera di Joanie Lemercier

In questo nostro Speciale vogliamo esplorare le diverse modalità della relazione Luce-Arte, proponendo un esempio di luce come valorizzazione dell’arte con la grande mostra di un maestro della pittura, fautore fra i primi dell’utilizzo moderno della luce naturale nella sua opera, per presentare poi un esempio di luce come materia dell’arte, attraverso il lavoro di un’artista contemporaneo, autore di sculture di luce che si rapportano in modo diretto con l’esperienza dell’osservatore.

Il rapporto progettuale fra Luce e Arte si esprime poi anche attraverso l’azione e la performance dell’artista contemporaneo in quanto luogo della luce come relazione dell’arte e come risultato dell’utilizzo delle nuove tecnologie capaci di offrire all’osservatore una visione allargata della realtà, e cioè della luce come realtà digitale.

Il progetto della luce nell’arte può infine essere anche luogo per un’esperienza urbana e collettiva, e l’oggetto artistico stesso una forma critica di luce come arte urbana

LUCE COME VALORIZZAZIONE

Torino. GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea.

Il progetto di illuminazione per la mostra “Monet. Dalle Collezione del Musee d’Orsay”

Barbara Balestreri con Lisa Marchesi, Paola Colombo – Studio Barbara Balestreri Lighting Design

 La mostra di Monet a Torino
La mostra di Monet a Torino

Claude Monet, padre dell’impressionismo, la cui continua ricerca all’interno di questo stile non finì mai di esaurirsi, è stato celebrato tramite una rassegna espositiva all’interno degli spazi della Galleria di Arte Moderna di Torino, attraverso una raccolta di oltre 40 capolavori provenienti dal Museo d’Orsay.

Il leitmotiv delle opere di Monet è la luce, luce che fa mutare in continuazione gli elementi rappresentati nei suoi quadri: si pensi ad un esempio assolutamente significativo come la raccolta di tele della cattedrale di Rouen (oltre trenta), dove l’artista incanala la sua attenzione sul modo in cui la luce interagisce con la facciata della chiesa.

Per la mostra di un artista di tale calibro, che dedicò la sua intera vita alla ricerca di sfumature di colore e di effetti luminosi, i lighting designer hanno deciso di creare un percorso di illuminazione strettamente tecnico e funzionale per una corretta e specifica fruizione delle opere, senza alcuna interpretazione o particolare effetto scenografico.

Il percorso espositivo è stato quindi sviluppato in modo tale da avere una sensazione di lieve penombra che avvolge sia l’architettura delle sale della GAM che l’ allestimento della mostra, mentre una luce d’accento puntuale ma diffusa illumina in maniera ben definita le opere esposte e le grafiche.

In funzione di questo scopo sono stati scelti come base per ogni quadro apparecchi sagomatori LED Pollux (di ERCO) da 6 W, con temperatura colore 3000 K e dimmer on board, che fanno emergere l’opera dal fondo dell’allestimento concentrando la luce in modo netto, come fossero “finestre” luminose atte ad incorniciare le tele.

Ogni opera viene inoltre illuminata con luce di accento puntuale, per dare risalto a tutti quei particolari elementi naturalisti che non potrebbero essere sublimati senza l’utilizzo di queste “pennellate di luce” calde e morbide che ricordano i raggi del sole della pittura impressionista en plein air.

Questo particolare effetto è stato ottenuto attraverso l’utilizzo di faretti ‘Compass’ ( Flos) con dimmer on board per sorgenti alogene (tipo Osram Halospot 111 da 35W, 12V, temperatura di colore 2800 K), scelte per le loro caratteristiche tecniche quali un indice di resa cromatica elevatissimo (Ra 100), filtri UV e IR e vari fasci di apertura (4°, 6°, 24°).

I faretti sono stati scelti per la loro flessibilità di utilizzo, potendo installare sia sorgenti alogene che sorgenti LED, del tipo Master LEDspot della Philips 10-50W, 12V, con fasci di aperture differenti (24° e 40°) e temperatura di colore 3000 K, che sono state invece utilizzate per dare luce a grafiche introduttive e per segnalare il percorso laddove ve ne era fosse necessità, e anche per la possibilità di montare lenti diffondenti o lenti fresnel per modificare il fascio di luce, e alette per la riduzione dell’abbagliamento. Infine, l’apparato didascalico della mostra si presenta in un controluce dedicato, così da rendere la lettura delle informazioni estremamente agevole, soprattutto dove è preponderante la penombra.

Una ricerca artistica attraverso la luce

Virginia Bertone – Conservatore GAM Torino e co-curatore mostra

Un’altra immagine delle sale della mostra, a sinistra “I tacchini”, opera del 1877 (courtesy photo: Skira) )
Un’altra immagine delle sale della mostra, a sinistra “I tacchini”, opera del 1877 (courtesy photo: Skira)

Attraverso una selezione di quaranta opere di superba qualità, tutte appartenenti alla prestigiosa raccolta del Musée d’Orsay, il percorso permette di apprezzare le diverse declinazioni della pittura en plein air di Monet, nodo centrale della sua lunga, affascinante ricerca artistica.

Frutto di un’importante collaborazione istituzionale tra la GAM di Torino e il Musée d’Orsay con l’appoggio del gruppo Skira, l’esposizione è frutto di un progetto curatoriale che ha coinvolto Guy Cogeval, Xavier Rey e chi scrive.

Ad arricchire la lettura contribuisce un nucleo straordinario di pitture di figure, il cui cuore è rappresentato dal Déjeuner sur l’herbe, che per la prima volta giunge in Italia. Un tema, quello della figura, che viene abbandonato a favore del paesaggio, qui rappresentato da una gamma di registri diversi: dalla novità delle regate nella mondana Argenteuil ai ritmi lenti e dimessi del borgo di Vetheuil, dalla inappagabile volontà di cogliere la quintessenza dei luoghi che lo porta a scoprire i colori e le luci del Mediterraneo, la costa selvaggia di Belle-Ile, le distese di tulipani in Olanda, alla quiete della dimora di Giverny.

 Torino. GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea. “Monet. Dalle Collezione del Musee d’Orsay”. Sullo sfondo, uno dei capolavori presenti, “ Le Déjeuner sur l’herbe” 1865-1866 (courtesy photo: Skira)
Torino. GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea. “Monet. Dalle Collezione del Musee d’Orsay”. Sullo sfondo, uno dei capolavori presenti, “ Le Déjeuner sur l’herbe” 1865-1866 (courtesy photo: Skira)

Si può constatare come i soggetti vengano usati da Monet per esplorare modi diversi di creare: uno stimolo destinato progressivamente a dissolversi sino all’affermazione del prevalere della percezione soggettiva sul motivo, attitudine che schiude le porte alla realizzazione delle famose “serie” qui rappresentate da due emozionanti versioni delle Cattedrali di Rouen.

“Monet. Dalle collezioni del Musée d’Orsay”

Torino, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

2 ottobre 2015 – 31 gennaio 2016

Mostra a cura di: Guy Cogeval, Xavier Rey, Virginia Bertone

Progetto di illuminazione: Studio Balestreri Lighting Design – Barbara Balestreri con Lisa Marchesi e Paola Colombo

LUCE COME MATERIA

Lugano. Museo d’Arte della Svizzera italiana. “Anthony McCall: Solid Light Works”

In occasione dell’apertura al pubblico del centro culturale LAC Lugano Arte Cultura, fino al 30 gennaio 2016, il MASI Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano ospita la mostra personale dedicata ad Anthony McCall, appositamente concepita dall’artista per gli spazi del livello -2 del nuovo Museo.

La mostra è articolata in quattro Solid Light Works, proiezioni orizzontali digitali realizzate tra il 2003 e il 2013: Doubling Back (2003), Meeting You Halfway (2009), Line Describing a Cone 2.0. (1973/2010) e la doppia proiezione Face to Face (2013), tutte opere che evidenziano l’attitudine multidisciplinare di Anthony McCall fra disegno, film, scultura e performance che si sovrappongono in contaminazioni reciproche.

Anthony McCall, Doubling Back , 2003 - computer, QuickTime movie file, videoproiettore, macchina per foschia artificiale - ciclo di 30 minuti (Anthony McCall Studio, New York)
Anthony McCall, Doubling Back, 2003 – computer, QuickTime movie file, videoproiettore, macchina per foschia artificiale – ciclo di 30 minuti (Anthony McCall Studio, New York)
Anthony McCall - Face to Face, 2013 - 2 schermi, 2 videoproiettori, 2 macchine per foschia artificiale - ciclo di 30 minuti in due parti (Anthony McCall Studio, New York)
Anthony McCall – Face to Face, 2013 – 2 schermi, 2 videoproiettori, 2 macchine per foschia artificiale – ciclo di 30 minuti in due parti (Anthony McCall Studio, New York)

 E’ proposta a Lugano anche la versione digitale della sua opera analogica più nota, Line Describing a Cone, del 1973, in cui un raggio di luce bianco definisce gradualmente un cerchio: proiettata in una sala buia pervasa dal fumo, la linea descrive la forma volumetrica di un cono così da creare un volume solido.

 Anthony McCall, Line Describing a Cone 2.0, 1973/2010 - computer, QuickTime movie file, videoproiettore, macchina per foschia artificiale - ciclo di 30 minuti (Anthony McCall Studio, New York
Anthony McCall, “Line Describing a Cone 2.0″, 1973/2010 – computer, QuickTime movie file, videoproiettore, macchina per foschia artificiale – ciclo di 30 minuti (Anthony McCall Studio, New York

Nato in Gran Bretagna nel 1946, a New York nel 1973, McCall fino dai primi anni ’70 si è dedicato alla realizzazione di sculture di luce (Solid Light Sculptures): fasci luminosi piani, curvi o conici che delineano volumi attraversando lo spazio espositivo completamente oscurato.

La sua ricerca – fra minimalismo, cinema sperimentale e performance – si iscrive nell’ambito dell’Expanded Cinema che, negli anni ’70, metteva in questione le convenzioni della settima arte come semplice forma di narrazione per indagarne gli elementi costitutivi.

Il ruolo di McCall nella storia artistica degli ultimi decenni viene sancito dalla mostra del 2001 al Whitney Museum di New York intitolata Into the Light: The Projected Image in American Art 1964-1977. Da allora McCall espone regolarmente nei principali musei internazionali.

Le sue sculture di luce danno vita ad un’autentica esperienza sensoriale in grado di sovvertire le abitudini percettive dell’osservatore: la luce assume infatti “consistenza tattile” e le opere, prive di materialità, possono essere attraversate fisicamente dal visitatore.

La conditio sine qua non della loro esistenza è che siano ambientate in spazi bui, dove l’osservatore è immerso nell’oscurità come al cinema, con la differenza che è libero di muoversi e di partecipare attivamente all’opera: nell’oscurità le funzioni umane di ricezione degli stimoli subiscono un naturale rallentamento e il visitatore viene totalmente assorbito dallo spazio dell’opera creando una ‘totalità’ spaziale in cui ogni scultura si fonde con le altre, così come ogni visitatore interagisce con gli altri.

Sono i singoli soggetti, attraverso il loro corpo e i loro movimenti, a dettare il tempo dell’opera che accade nell’istante presente e che – utilizzando sofisticati calcoli matematici applicati alla tecnologia digitale – crea la magia e la fascinazione delle evanescenze di luce percepite.

“Anthony McCall: Solid Light Works”

MASI Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano

LAC Lugano Arte e Cultura

12 settembre 2015 – 31 gennaio 2016

Mostra a cura di Bettina Della Casa

Progetto realizzato con la collaborazione di Anthony McCall

LUCE COME RELAZIONE

Venezia. Biennale Internazionale d’Arte 2015. Olaf Nicolai per il Padiglione della Germania

GIRO, 2015
Performance e installazione sul tetto del Padiglione della Germania durante tutta la durata della Biennale Arte

Lucarne, 2015
Lucernario da tetto industriale motorizzato, legno e vetro bianco, 100 x 120 cm

Nell’opera GIRO al padiglione tedesco alla Biennale di Venezia 2015, l’artista contemporaneo Olaf Nicolai lavora in modo deciso sul concetto di luce come relazione, e nello specifico dell’opera fra luce naturale e architettura. Egli comprende il senso della “daylight” come testimonianza pubblica della sua performance nel lucernario presente sul tetto, che porta la luce del giorno nel padiglione, dove anche le opere di altri artisti invitati possono essere viste.

Performance e installazione sul tetto del Padiglione della Germania durante tutta la durata della Biennale Arte
Performance e installazione sul tetto del Padiglione della Germania durante tutta la durata della Biennale Arte

Per l’intera durata della Biennale Arte, tre persone risiedono sul tetto del Padiglione della Germania: non viste dai visitatori, devono svolgere un compito misterioso, espletare il significato economico di un’azione non visibile ma che grazie a questa performance è posta sotto la testimonianza evidente della luce del sole.

Questi attori saranno visibili solo a tratti, quando si muoveranno verso il bordo del tetto per lanciare dei boomerang, alla ricerca per i loro oggetti volanti di una traiettoria ideale.

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Performance GIRO: gli attori visibili solo a tratti si muovono verso il bordo del tetto per lanciare dei boomerang
Alcuni momenti della performance “GIRO” (2015) di Olaf Nicolai, sul tetto del Padiglione Germania (Copyright: Olaf Nicolai: GIRO, 2015, VG Bildkunst))
Alcuni momenti della performance “GIRO” (2015) di Olaf Nicolai, sul tetto del Padiglione Germania (Copyright: Olaf Nicolai: GIRO, 2015, VG Bildkunst)

Questi oggetti sono prodotti in un luogo lontano, del quale i visitatori possono avere solo una vaga percezione. GIRO vuole essere la metafora della fortuna critica di mercato per un artista di oggi nel mondo dell’arte, ed è rappresentata appunto dalla tensione di questa dialettica interazione fra visibilità e occultamento degli attori, dall’aspetto funzionale della loro attività e contemporaneamente dalla valenza estetica della loro coreografia.

Il gesto arcaico del loro lancio va di pari passo con il senso della possibilità del fallimento di una esposizione al pubblico.

La performance di Nicolai vuole quindi riflettere proprio sull’economia di mercato propria all’oggetto d’arte, dove i manufatti artistici prodotti sono parte dell’azione di sfuggire al loro destino di essere immediatamente trasformati in opere d’arte redditizie. Altrimenti, invece, un numero di articoli finito trova il suo destino presso mercanti itineranti, un altro nel novero di misteriose economie urbane.

L’artista Olaf Nicolai ha rivendicato come suo alias nell’opera la presenza di un lucernario da tetto industriale motorizzato installato nell’allestimento al primo piano del padiglione: uno degli scopi di questo lucernario è quello di fornire la ventilazione, ma è evidente che lo scopo primario di questa apertura è quello di “aggiungere” una luce fra il dentro e il fuori, e di attirare/aprire gli occhi del visitatore verso l’alto, portando la sua attenzione verso quanto sta accadendo sul tetto.

Olaf Nicolai

Nato nel 1962, vive e lavora come artista a Berlino. Ha sviluppato una gamma di progetti interdisciplinari che mettono in discussione l’esperienza elementare di spazio, tempo e fisicità. Nicolai è professore di Modellazione e Fondamenti di progettazione tridimensionale presso l’Akademie der Bildenden Kunste di Monaco. Suoi lavori recenti: Anticipation 4, Fondation Lafayette, Parigi (2014); Le Pigment de la lumière, progetto di interior design per la nuove Gropius e Moholy-Nagy Masters ‘Case, presso il Bauhaus di Dessau (2014); Innere Stimme, al Museo Angewandte Kunst, Francoforte sul Meno (2013); Escalier du Chant, al Museo del Louvre, Parigi (2013).

La Biennale di Venezia

56a Esposizione Internazionale d’Arte

Padiglione Germania

Fabrik – Olaf Nicolai, Hito Steyerl, Tobias Zielony

e il duo di artisti Jasmina Metwaly & Philip Rizk

LUCE COME REALTA’ DIGITALE

Romaeuropa. Digitalife. Macro Testaccio – La Pelanda. Luminaria.

Luminaria è una mostra di 11 opere dedicate alla luce, nell’ambito della sesta edizione per la rassegna dedicata alle connessioni fra le nuove tecnologie ed i linguaggi artistici contemporanei ideata e prodotta dalla Fondazione Romaeuropa grazie al sostegno di Regione Lazio, Assessorato Cultura e Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Acea come sezione hi-tech del Romaeuropa Festival.

Nell’opera di Alexandra Dementieva, Breathless, lo spettatore può alterare il processo di illuminazione delle tre gabbie in cui viene invitato a entrare (courtesy: Fondazione RomaEuropa)
Nell’opera di Alexandra Dementieva, Breathless, lo spettatore può alterare il processo di illuminazione delle tre gabbie in cui viene invitato a entrare (courtesy: Fondazione RomaEuropa)

Novità di questa edizione è la collaborazione con Elektra–Festival D’Arte Digitale di Montréal (Quèbec), con il sostegno della Delegation du Québec Italia – Conseil des Arts du Quèbec, e il patrocinio della Direzione generale Arte e architettura contemporanee e periferie urbane–MiBACT.

Il comitato scientifico di Digitalife- Luminaria è composto da Monique Veaute, Presidente Fondazione Romaeuropa, Alain Fleischer, Direttore di Le Fresnoy-Studio national des arts contemporain, Fabio De Chirico, Dirigente del servizio I – Arte e Architetture Contemporanee – Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, Alain Thibault, Direttore generale e artistico di ELEKTRA, Fabrizio Grifasi, Direttore generale e artistico Fondazione Romaeuropa, Daniele Spanò, artista e consulente artistico della Fondazione Romaeuropa, e Francesca Manica, coordinatrice artistica e responsabile progetti speciali della Fondazione Romaeuropa.

Abbiamo incontrato il curatore della mostra Daniele Spanò per rivolgergli qualche domanda sul concept della mostra e sul trend dei rapporti fra arte, luce e tecnologia nell’era digitale.

Daniele Spanò, curatore di Luminaria
Daniele Spanò, curatore di Luminaria

Come è stato riscritto a suo avviso oggi il rapporto tra tecnologia e arte, in relazione al massiccio avvento dei media e dei tools digitali?

“Arte e tecnologia sono sempre state legate nella storia, questa non è un novità. Quello a cui stiamo assistendo, in quest’ultimo decennio, è un forte cambiamento -non ancora una rivoluzione- legato alla totale accessibilità a una serie di tecnologie che fino a pochi anni fa erano d’uso esclusivo di centri di ricerca e formazione, fortemente specializzati.

Stampanti 3D e droni sono già diventati oggetti “consumer”, di cui molti artisti possono avvalersi per la propria sperimentazione. Sono strumenti, questi, atti a dare una visione più ampia del reale: si tratta di una seconda fase dell’arte digitale, non più fascinata dall’estetica “glitch”, ma consapevole dei cambiamenti media-sociali”.

Nel concept di opere di luce come quelle proposte in LUMINARIA, che parte riveste nel significato finale del lavoro l’interazione con l’utente?

“Interagire può voler dire molte cose: parlare con un’altra persona, ascoltarla, toccarla o semplicemente condividere un momento o un’emozione. Questo è quello che credo sia interessante quando si parla di interazione, un “environment” condiviso con innumerevoli possibilità di scambio multisensoriale. Un’idea ben diversa dal rapporto “dittatoriale” dato dall’interazione causa-effetto, nel quale s’impartisce un ordine la cui risposta è sempre la stessa”.

Verso quali scenari e tendenze si sta muovendo la produzione artistica contemporanea, con particolare riferimento agli artisti che utilizzano la luce come loro codice espressivo portante?

“Sembra che il mondo dell’arte digitale stia prendendo due strade ben distinte. Da una parte, molti artisti, in particolare chi lavora con la luce, è alla ricerca della creazione di ambienti immateriali, immersivi e lontani dall’idea d’opera d’arte a cui siamo abituati. Nel caso ad esempio di Martine Messier, con la sua opera la “Boîte Noire”, tre elementi immateriali, il fumo, il suono e la luce, dialogano tra loro per la creazione di un’immagine; nella scorsa edizione di Digitalife, Pietro Pirelli ha dato al pubblico la possibilità di pizzicare le corde di luce della sua arpa sonora. Ambienti immersivi, dove si compie l’esperienza attraverso i sensi.

 Nell’opera di Pietro Pirelli, “Idrofoni o lampade sensibili”, sono le onde sonore a generare la voce luminosa di questi apparecchi, lampade sensibili alla parola, al canto, al suono di uno strumento, oppure in semplice ascolto dell’ambiente che li circonda (courtesy: Fondazione RomaEuropa)
Nell’opera di Pietro Pirelli, “Idrofoni o lampade sensibili”, sono le onde sonore a generare la voce luminosa di questi apparecchi, lampade sensibili alla parola, al canto, al suono di uno strumento, oppure in semplice ascolto dell’ambiente che li circonda (courtesy: Fondazione RomaEuropa)

Dalla parte opposta, un’altra serie di artisti, si concentra sulla creazione di vere e proprie sculture cinetiche. Una volontà di ritorno alla materia, come per esempio nell’opera di Nicolas Bernier “Frequencies (light quanta)” 100 lastre di plexiglas su cui sono incise importanti informazioni ed è la luce a rivelarle in una sequenza ritmica, temporale e spaziale, che ci induce a riflettere sulla natura mutevole e fascinosa dei fasci luminosi.

Materiale e immateriale, dunque, sono le due strade tracciate per ora… possibile, come l’arte spesso ci insegna, che se ne apra una terza?”.

Nel lavoro di Nicolas Bernier “Frequencies (light quanta)” la luce è l’elemento rivelatore dell’opera (courtesy: Fondazione RomaEuropa)
Nel lavoro di Nicolas Bernier “Frequencies (light quanta)” la luce è l’elemento rivelatore dell’opera (courtesy: Fondazione RomaEuropa)

Luminaria

Luce e nuove tecnologie in mostra

Romaeuropa – Digitalife

Macro Testaccio – La Pelanda

Dal 10 ottobre al 6 dicembre 2015

LUCE COME ARTE URBANA

Torino. XVIII^ edizione di “Luci d’Artista”

La collezione di opere luminose di Luci d’Artista – progetto della Città di Torino realizzato da Teatro Regio e IREN Servizi e Innovazione, con il sostegno di IREN, Compagnia di SanPaolo e Fondazione CRT – vede rappresentati artisti italiani (molti dei quali torinesi) e internazionali.

Peculiarità della rassegna, giunta alla diciottesima edizione, è mettere in mostra opere che interagiscono con gli spazi pubblici – vie e piazze di Torino – con allestimenti d’arte realizzati utilizzando l’elemento luce come mezzo di espressione.

Le installazioni, riconosciute in tutto il mondo, sono diventate un importante simbolo della città. L’edizione 2015/16 conta complessivamente 25 installazioni, di cui già 20 appartenenti alla collezione di Luci d’Artista.

Le opere della collezione visibili quest’anno sono:

Vele di Natale di Vasco Are (via Lagrange); Ancora una volta di Valerio Berruti (via Accademia delle Scienze); Palle di neve di Enrica Borghi (via Carlo Alberto); Volo su… di Francesco Casorati (via Pietro Micca e via Cernaia); Regno dei fiori: nido cosmico di tutte le anime di Nicola De Maria (piazza San Carlo); Giardino Verticale, Giardino Barocco, Come se a Torino ci fosse il mare e La Maschera di Richi Ferrero (via Alfieri 6-Palazzo Valperga Galleani); L’energia che unisce si espande nel blu di Marco Gastini in Galleria Umberto I (Porta Palazzo); Planetario di Carmelo Giammello (via Roma); Migrazione di Piero Gilardi (Galleria Subalpina); Illuminated Benches di Jeppe Hein (piazza Carignano); Piccoli Spiriti Blu di Rebecca Horn (Monte dei Cappuccini); Cultura=Capitale di Alfredo Jaar (piazza Carlo Alberto 3 – facciata Biblioteca Nazionale); Luì e l’arte di andare nel bosco di Luigi Mainolfi (via Garibaldi); Il volo dei numeri di Mario Merz (cupola della Mole Antonelliana); Vento solare di Luigi Nervo (Porta Palatina); L’amore non fa rumore di Domenico Luca Pannoli (piazza Bodoni); Palomar di Giulio Paolini (via Po); Amare le differenze di Michelangelo Pistoletto (Antica Tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo); My noon di Tobias Rehberger (piazza Palazzo di Città – accesa tutto il 2015 in omaggio al gemellaggio “Torino incontra Berlino”) e Luce fontana ruota di Gilberto ZORIO (Laghetto Italia ’61).

L’opera “My noon” di Tobias Rehberger, in piazza Palazzo di Città )
L’opera “My noon” di Tobias Rehberger, in piazza Palazzo di Città
Torino, “Luci d’Artista” 2015. “Amare le differenze” di Michelangelo Pistoletto (Antica Tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo) (courtesy photo: Mauro Donato)
Torino, “Luci d’Artista” 2015. “Amare le differenze” di Michelangelo Pistoletto (Antica Tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo) (courtesy photo: Mauro Donato)
“L’energia che unisce si espande nel blu” di Marco Gastini, nella Galleria Umberto I a Porta Palazzo
“L’energia che unisce si espande nel blu” di Marco Gastini, nella Galleria Umberto I a Porta Palazzo

Torino. XVIII^ edizione di “Luci d’Artista

31 ottobre 2015 – 10 gennaio 2016

Un progetto della Città di Torino

realizzato da Teatro Regio e IREN Servizi e Innovazione

con il sostegno di IREN, Compagnia di SanPaolo e Fondazione CRT

Massimo Maria Villa con il contributo di Barbara Balestreri con Lisa Marchesi, Paola Colombo – Studio Barbara Balestreri Lighting Design; Virginia Bertone – Conservatore GAM Torino

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